Rosie Walsh.
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SETTE GIORNI PERFETTI.
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Titolo originale: The Man Who Didn't Call.
2019. Longanesi & C. Gruppo editoriale Mauri Spagnol, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Si incontrano per caso in un caldo pomeriggio di giugno alla fermata dell'autobus e fin dal primo momento Sarah e Eddie si piacciono da morire. A quasi quarant'anni e con un divorzio alle spalle, Sarah non si  mai sentita cos viva. E le sembra che Eddie la aspettasse da sempre. Cos, dopo una settimana perfetta passata insieme, quando Eddie parte per un viaggio fissato molto prima di conoscerla e promette di chiamarla dall'aeroporto, Sarah non ha motivo di dubitare.
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Ma quella telefonata non arriva. E non arriva nemmeno il giorno dopo, n gli altri a seguire. Incredula, gli occhi fissi sullo schermo del cellulare che non suona, Sarah si chiede se lui l'abbia semplicemente scaricata o se invece gli sia successo qualcosa di grave.
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Dopo giorni di silenzio, mentre tutti gli amici le consigliano di dimenticarlo, Sarah si convince sempre pi che ci sia qualcosa dietro l'improvvisa sparizione.
Tuttavia le settimane passano e Sarah non sa pi darsi spiegazioni. Fino al giorno in cui inaspettatamente scopre di aver avuto sempre ragione. C' un motivo se Eddie non l'ha pi chiamata. Un segreto doloroso che li avvicina e insieme li allontana. L'unica cosa che non si sono detti in quei sette giorni trascorsi insieme...
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Il romanzo d'esordio di Rosie Walsh non  solo una storia d'amore che sorprender tutti quelli che sanno cosa significa aspettare una chiamata che non arriva, ma  molto di pi. Scava nel profondo dei nostri sentimenti e delle nostre paure: la paura di non essere amati, la paura di essere rifiutati, la
paura di affrontare il passato. E lo fa dosando sapientemente suspense e passione, emozioni e dramma, lasciando il lettore con il fiato sospeso fino all'ultima pagina.
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L'AUTRICE.
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Rosie Walsh ha vissuto e viaggiato in tutto il mondo lavorando come produttrice e autrice di documentari. Vive a Bristol, in Inghilterra, con il compagno e il figlio. Sette giorni perfetti, il suo romanzo d'esordio,  subito salito in vetta alle classifiche del New York Times e sta conquistando lettori e lettrici in tutto il mondo.
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Forse siamo capaci di innamorarci solo senza sapere bene di chi ci siamo innamorati.
Alain De Botton, Esercizi d'amore.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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Ciao.
Sono passati esattamente diciannove anni da quella mattina luminosa in cui ci siamo salutati con un sorriso. Il fatto di rivedersi non era certo in dubbio, no? La domanda era quando, non se. In effetti non era neppure una domanda. Il futuro poteva apparire incerto come il bordo frastagliato di un sogno, ma di sicuro ci conteneva tutti e due. Insieme.
Eppure non  andata cos. Anche dopo tanti anni, questo fatto mi sbalordisce.
Diciannove anni da quel giorno. Diciannove anni interi! E ti sto ancora cercando. Non smetter mai di cercarti.
Spesso appari quando meno me lo aspetto. Proprio oggi mi ha imprigionato qualche inutile pensiero cupo, avevo il corpo chiuso e rigido come un pugno di metallo. Poi, all'improvviso, eccoti: una colorata foglia autunnale che fa capriole su un prato opaco color ardesia. Svanita la tensione, ho percepito l'odore della vita, ho sentito la rugiada sui piedi, ho visto tante sfumature di verde. Ho cercato di afferrare te, quella foglia vivace che ruzzolava, si dimenava e ridacchiava. Ho cercato di prenderti per mano, di guardarti bene, ma scivolavi da parte in silenzio, come in un punto cieco, irraggiungibile per poco.
Non smetter mai di cercarti.


Capitolo 2.

Giorno sette: quando lo sapevamo tutti e due.
L'erba era diventata umida. Scura e piena di attivit. Il tratto che portava alla cresta buia del bosco brulicava di battaglioni di formiche, corpulente lumache e minuscoli ragni, tessitori di mussola. Sotto di noi, la terra attirava a s un ultimo residuo di calore.
Eddie, sdraiato accanto a me, canticchiava a labbra chiuse il motivo di Guerre stellari. Il suo pollice carezz il mio. Lentamente, delicatamente, come le nuvole in movimento sul sottile ritaglio di luna l in alto. Dai, cerchiamo gli alieni, aveva detto prima.
Sentii il sospiro lontano dell'ultimo treno che spariva in galleria, sul pendio sopra di noi, e sorrisi ripensando a quando io e Hannah, da bambine, piantavamo la tenda qui. In un piccolo prato di questa stessa piccola valle, nascosta da quello che ancora sembrava un piccolo mondo.
Al primo annuncio dell'estate, Hannah implorava i nostri genitori di darci il permesso.
Certo, rispondevano, purch restiate qui davanti in giardino.
Il giardino di casa si poteva tenere d'occhio da quasi tutte le finestre. Per Hannah, il cui spirito d'avventura aveva sempre surclassato il mio, sebbene avesse cinque anni meno di me, non era mai stato sufficiente. Lei voleva il prato che si stendeva sul ripido pendio dietro casa nostra, piatto in cima quel tanto che bastava per ospitare una tenda. A tenerlo d'occhio non c'era altro che il cielo. Era punteggiato di duri frisbee di escrementi bovini ed era cos in alto che si riusciva quasi a guardare dentro il nostro camino.
I nostri genitori non erano entusiasti del prato.
Ma saremo al sicuro, insisteva Hannah con quella vocina prepotente (quanto mi  mancata quella voce). Con me ci sar Alex. La migliore amica di Hannah passava la maggior parte del tempo a casa nostra. E anche Sarah. Ci protegge lei se arrivano gli assassini.
Come se fossi un uomo robusto con un infallibile gancio destro.
Se andiamo in campeggio non dovrete prepararci la cena. E neanche la colazione...
Hannah era come un mini-bulldozer: non restava mai a corto di argomenti, e invariabilmente i nostri genitori cedevano. All'inizio erano venuti a campeggiare nel prato con noi, ma alla fine, quando ormai stavo affrontando l'intricata giungla dell'adolescenza, permisero a Hannah e Alex di dormire lass da sole, con me come guardia del corpo.
Ci sdraiavamo nella vecchia tenda arancione con cui pap una volta andava ai festival e ascoltavamo la sinfonia di suoni nell'erba. Spesso restavo sveglia a lungo dopo che la mia sorellina e la sua amica si erano abbandonate al sonno, chiedendomi che tipo di protezione sarei stata in grado di offrire in caso di aggressione. La necessit di proteggere Hannah mi dava sempre la sensazione di una roccia fusa nello stomaco, un vulcano contenuto a stento. Ma nella realt che cosa avrei fatto? Assestato colpi di karate con il mio polso da ragazzina? Pugnalato i malintenzionati con uno spiedo da marshmallow?
Spesso esitante, non del tutto sicura di s, cos mi aveva descritto la tutor scolastica in una relazione.
Ah, veramente costruttivo, aveva commentato la mamma, con la voce che usava di solito per sgridare il pap. Ignorala, Sarah. Sii insicura finch vuoi!  a questo che serve l'adolescenza!
Alla fine, stremata dal conflitto tra impulso di protezione e senso d'impotenza, mi addormentavo, per poi svegliarmi presto per assemblare il disgustoso assortimento di ingredienti portato da Hannah e Alex per il loro famigerato panino da colazione.
Mi posai una mano sul petto e smorzai le luci sui ricordi. Non era una sera fatta per intristirsi; era tutta per il presente. Per me e Eddie.
Mi concentrai sui rumori del bosco all'arrivo della notte. Fruscio di invertebrati, passi di mammiferi. Il mormorio verde delle foglie smosse, il ritmo imperturbato del respiro di Eddie. Seguiranno altre rivelazioni, amava sempre dire mio padre a proposito delle persone. Aspetta e vedrai, Sarah. Ma io osservavo quest'uomo da una settimana e non avevo percepito in lui alcuna inquietudine. In tanti modi mi ricordava la persona che mi ero addestrata a essere sul lavoro: solida, razionale, impermeabile alle fluttuazioni del settore non profit; ma io avevo fatto pratica per anni, mentre Eddie sembrava essere cos e basta.
Chiss se percepiva quanto ero agitata. Appena qualche giorno prima ero una separata prossima al divorzio e ai quaranta. E poi, lui.
Oh, un tasso! dissi mentre una sagoma bassa attraversava di soppiatto il margine del mio campo visivo. Chiss se  Cedric.
Cedric?
S. Ma non penso che sia lui. Quanto vivono i tassi?
Una decina d'anni, credo. Eddie sorrideva: lo sentivo.
Be', allora di sicuro non  Cedric. Ma potrebbe essere suo figlio. O magari il nipote. Feci una pausa. Noi volevamo bene a Cedric.
La vibrazione di una risata pass dal suo corpo al mio. Noi chi?
Io e la mia sorella minore. Ci accampavamo qui vicino.
Si gir sul fianco, con il viso vicino al mio, e glielo lessi negli occhi.
Cedric il tasso. Io... tu... disse piano. Mi pass un dito sulla fronte. Mi piaci. Mi piace quando stiamo insieme. Mi piace moltissimo.
Io sorrisi. A quegli occhi gentili e sinceri. Alle rughe del suo volto. Gli presi la mano e gli baciai le dita, ruvide e punteggiate di schegge dopo vent'anni a lavorare il legno. Mi sembrava di conoscerlo da sempre, come se qualcuno ci avesse accoppiato, magari gi alla nascita, per poi orchestrare coincidenze, occasioni fino al nostro incontro, sei giorni prima.
Ho appena fatto dei pensieri molto sdolcinati, dissi.
Anch'io.  come se da una settimana avessimo una colonna sonora tutta di violini.
Io risi, lui mi baci il naso, e mi domandai com'era possibile tirare avanti settimane, mesi, persino anni, senza che cambiasse quasi niente, quando poi, nel giro di qualche ora, il copione della tua vita poteva essere riscritto completamente. Se quel giorno fossi uscita pi tardi, non l'avrei mai incontrato, e questa nuova sensazione di sicurezza sarebbe stata solo un mormorio inascoltato di occasioni perse e tempi sbagliati.
Parlami ancora di te, disse. Non ne so abbastanza. Voglio sapere tutto. La biografia completa e integrale di Sarah Evelyn Mackey, comprese le parti brutte.
Trattenni il respiro.
Sapevo che a un certo punto ci saremmo arrivati; ma non avevo ancora deciso come affrontare il momento. La biografia completa e integrale di Sarah Evelyn Mackey, comprese le parti brutte. L'avrebbe presa bene, probabilmente. Quell'uomo aveva addosso un'armatura, una forza tranquilla che mi ricordava una vecchia diga, una quercia.
Fece scorrere la mano lungo il mio fianco. Adoro questa curva, disse.
Un uomo cos in pace con se stesso che probabilmente si poteva affidargli qualsiasi segreto e lui sarebbe stato in grado di accettarlo senza contraccolpi.
Certo che potevo raccontarglielo.
Ho un'idea, dissi. Accampiamoci qui, stanotte. Facciamo finta di essere ancora ragazzi. Possiamo accendere un fuoco, cuocere salsicce, raccontarci storie. Ammesso che tu abbia una tenda, cio... Sembri il tipo che ce l'ha.
S, sono il tipo che ha una tenda.
Bene! Dai, facciamo cos, e ti racconter tutto. Io...
Mi girai sulla schiena, guardando nella penombra. Gli ultimi grossi grappoli di fiori risaltavano opachi sull'ippocastano al margine del bosco. Un ranuncolo ondeggiava nell'oscurit accanto ai nostri visi. Per motivi che non si era mai degnata di spiegare, Hannah aveva sempre odiato i ranuncoli.
Sentii qualcosa montare nel petto.  cos bello stare qui. Mi tornano in mente tanti ricordi.
Okay. Campeggio sia. Ma prima vieni qui.
Mi baci e per un momento il resto del mondo rimase in silenzio, come se qualcuno avesse premuto un interruttore.
Non voglio che domani sia l'ultimo giorno, disse dopo il bacio. Mi avvolse in un abbraccio pi stretto e sentii il calore confortante del suo petto e della pancia, il solletico dei capelli tagliati corti sulle mie mani.
Una tale vicinanza era per me un ricordo lontano, pensai inalando l'odore pulito, asciutto della sua pelle. Quando io e Reuben ci siamo lasciati, dormivamo come reggilibri ai due lati del letto, e la distesa di lenzuola intatte fra noi era un omaggio al nostro fallimento.
Finch il materasso non ci separi, avevo detto una sera, ma Reuben non aveva riso.
Eddie si scost cos che potessi vederlo in faccia. Forse dovremmo cambiare programma. La mia vacanza e il tuo viaggio a Londra. Cos potremmo rotolarci nei prati per un'altra settimana.
Mi sollevai su un gomito. Lo voglio pi di quanto tu possa immaginare, pensai. In diciassette anni di matrimonio non ho mai provato quello che provo con te.
Un'altra settimana sarebbe perfetta, gli dissi. Ma non devi rinunciare alla vacanza. Quando torni sar ancora qui.
Non proprio qui. Sarai a Londra.
Mi metti il muso?
S. Mi baci sul collo.
Allora smettila. Torner qui nel Gloucestershire appena dopo il tuo ritorno.
Aveva l'aria insoddisfatta.
Se la smetti di fare il muso, potrei addirittura venire a prenderti all'aeroporto, aggiunsi. Mi presento col nome scritto su un cartello e la macchina in sosta breve.
Parve prendere in considerazione la cosa. Non sarebbe male.
Affare fatto.
E poi - esit, improvvisamente insicuro - lo so che magari  presto, ma dopo che mi avrai raccontato la storia della tua vita e che io avr cucinato salsicce pi o meno commestibili, vorrei che parlassimo seriamente del fatto che tu vivi in California e io in Inghilterra. Questa tua visita  troppo breve.
Lo so.
Scompigli l'erba scura. Quando torno dalle vacanze, avremo... quanto, una settimana prima che tu torni in America?
Annuii. L'unica nuvola scura sulla settimana che avevamo passato insieme era questa, l'inevitabilit della separazione.
S, insomma, dobbiamo... non so. Fare qualcosa. Decidere qualcosa. Non posso lasciar perdere. Non posso pensare che tu sei dall'altra parte del mondo. Dobbiamo fare in modo che funzioni.
S, dissi piano. Anch'io. Infilai una mano nella sua manica. Ho pensato le stesse cose, ma ogni volta che volevo parlarne mi  mancato il coraggio.
Davvero? La sua voce era pervasa di allegria e sollievo, e mi resi conto che per lui non era stato facile affrontare l'argomento. Sarah, sei una delle donne pi sicure di s che abbia mai incontrato.
Mmmh.
Davvero.  una delle cose che mi piacciono di te. Una delle tante cose che mi piacciono moltissimo di te.
Erano passati parecchi anni da quando avevo dovuto iniziare a inchiodarmi addosso la sicurezza come un'insegna su un negozio. Ma anche se adesso mi veniva naturale - anche se parlavo ai congressi di medicina in tutto il mondo, rilasciavo interviste ai telegiornali, dirigevo una squadra di lavoro - mi sentivo destabilizzata se me lo si faceva notare.
Poi Eddie mi baci di nuovo e tutto svan. La tristezza del passato, l'incertezza del futuro. Era questo che mi aspettava. Questo.


Capitolo 3.

Quindici giorni dopo.
Gli  successo qualcosa di brutto.
Per esempio?
Potrebbe essere morto. O magari non morto... Ma perch no? Mia nonna  morta all'improvviso a quarantaquattro anni.
Dal sedile del passeggero, Jo si volt. Sarah.
Non la guardai negli occhi.
Allora lei guard Tommy, che guidava verso ovest sulla M4. Hai sentito? gli chiese.
Lui non rispose. Aveva le mascelle serrate e la pelle chiara della tempia pulsava come se all'interno ci fosse qualcuno che cercava di uscire.
Io e Jo non dovevamo venire, pensai. Ci eravamo convinte che a Tommy sarebbe servito il sostegno di due fra le sue pi vecchie amiche - dopotutto non capitava spesso di dover stare fianco a fianco per le foto della stampa con uno che a scuola ti picchiava - ma col passare di ogni cupo chilometro schizzato di pioggia diventava pi evidente che la nostra presenza aumentava la sua ansia.
Aveva solo bisogno della libert di ostentare una falsa sicurezza senza essere osservato da chi lo conosceva bene. Fingere che fosse tutta acqua passata. Guardate, sono diventato un consulente sportivo di successo e propongo attivit alla mia vecchia scuola! Guardate come sono contento di lavorare insieme al responsabile di educazione fisica - proprio quello che mi prendeva a pugni nello stomaco e rideva quando affondavo la faccia nell'erba e piangevo!
A peggiorare le cose c'era il bambino di sette anni di Jo, Rudi, accanto a me sul sedile posteriore. Suo padre doveva fare un colloquio di lavoro e Jo non aveva avuto tempo di trovare chi glielo tenesse. Rudi aveva ascoltato con grande interesse il nostro discorso sulla scomparsa di Eddie.
Quindi Sarah crede che il suo fidanzato  morto, e la mamma si arrabbia, riassunse. Era in una fase in cui distillava i discorsi imbarazzati degli adulti in brevi sentenze, e ci riusciva benissimo.
Non  il suo fidanzato, disse Jo. Sono stati insieme sette giorni.
Nell'auto torn il silenzio. Sarah crede morto fidanzato di sette giorni, disse Rudi con la sua voce da russo. A scuola aveva un nuovo amico arrivato da un posto vicino al confine ucraino. Ucciso da servizi segreti. Mamma non ci crede. Mamma arrabbiata con Sarah.
Non sono arrabbiata, disse Jo arrabbiata. Sono solo preoccupata.
Rudi riflett e poi disse: Io credo tu dici bugia.
Jo non poteva negare, quindi rimase zitta. Io non volevo infastidire Jo, perci rimasi zitta anch'io. E Tommy non diceva niente da due ore. Rudi perse interesse e torn a giocare sull'iPad. Gli adulti erano pieni di problemi strani e inutili.
Guardai Rudi sterminare quello che pareva un cavolo e mi colp all'improvviso un grande struggimento: per la sua innocenza e visione del mondo a sette anni. M'immaginai il mondo di Rudi, in cui i cellulari erano postazioni di gioco invece che strumenti di tortura psicologica, e la certezza dell'amore di sua madre era costante come un battito cardiaco.
Lo so che sembra roba da adolescenti, dissi alla fine. E capisco che tu sia seccata. Ma gli  capitato qualcosa, sono sicura.
Senti, Sarah disse Jo. Non voglio essere crudele, ma secondo me devi accettare che Eddie non  morto. E non si  neanche fatto male, non ha il telefono rotto, non ha una malattia grave.
Davvero? Hai chiamato gli ospedali per controllare? Hai parlato con il medico legale?
Oddio... Mi fiss. Non dirmi che tu l'hai fatto. Sarah! Cristo!
Cristo! mormor Rudi.
Smettila, gli disse Jo.
Hai cominciato tu.
Rudi torn al suo iPad. Era il regalo che gli avevo portato dall'America, e prima mi aveva detto che era la cosa pi bella del mondo. Il che mi aveva fatto ridere e poi, con sorpresa di Rudi, piangere un po', perch sapevo che doveva aver imparato quella frase da Jo. Era diventata un'ottima madre, Joanna Monk, a dispetto di com'era stata allevata lei.
Allora?
No che non ho chiamato gli ospedali, sospirai. Dai, Jo. Guardai una fila di corvi che si disperdeva da un cavo del telefono.
Sei sicura?
Certo che sono sicura. Volevo solo dire che tu non ne sai pi di me su cosa sia successo a Eddie.
Ma gli uomini lo fanno in continuazione! esplose lei. Lo sai benissimo!
No che non lo so. Negli ultimi diciassette anni sono stata sposata.
Be', credimi: non  cambiato niente, disse con amarezza Jo. Sono sempre loro che non chiamano.
Si gir verso Tommy, ma lui non reag. Ogni residuo della sicurezza che aveva racimolato per il grande lancio di oggi era evaporato come nebbia mattutina, e da quando eravamo partiti non aveva quasi detto una parola. Alla stazione di servizio c'era stata una breve dimostrazione di spavalderia quando aveva ricevuto un messaggio che confermava la presenza di tre giornali locali, ma pochi minuti dopo, in coda all'edicola, mi aveva chiamato Sarah, cosa che faceva solo quando era estremamente in ansia (mi chiamava solo Harrington fin da quando avevo tredici anni e lui aveva appena cominciato a fare flessioni e mettere il dopobarba).
Il silenzio s'infitt, e io persi la battaglia che stavo combattendo da quando eravamo usciti da Londra.
Sto tornando nel Gloucestershire, scrissi a Eddie, rapida come un lampo. Accompagno il mio amico Tommy, inaugura un grosso progetto sportivo alla nostra vecchia scuola. Se vuoi che ci vediamo, posso fermarmi dai miei. Forse dobbiamo parlare. BacioBacio. Sarah
Senza orgoglio, senza vergogna. In qualche modo ormai ero oltre. Cominciai a tamburellare sullo schermo del telefono, in attesa del rapporto di consegna.
Consegnato, annunci petulante.
Fissai lo schermo in attesa della nuvoletta che compare quando ti stanno rispondendo.
Niente nuvoletta.
Guardai ancora. Niente nuvoletta.
Guardai ancora. Sempre nessuna nuvoletta. Infilai il telefono nella borsa, lontano dagli occhi. Era questo che facevano le ragazze quand'erano ancora tra le dolci agonie dell'adolescenza, pensai. Ragazze che dovevano ancora imparare a volersi bene, che aspettavano in una lieve isteria la telefonata di un ragazzo baciato in un angolo afoso. Non era il comportamento di una trentasettenne. Una donna che aveva girato il mondo, era sopravvissuta a una tragedia, aveva gestito un ente non profit.
La pioggia si stava esaurendo. Dalla fessura aperta del finestrino sentivo l'odore dell'asfalto bagnato e della terra umida, fumosa.
Non ce la faccio pi.
Guardai distrattamente un campo pieno di balle di fieno tonde, strette nella lucida plastica nera come gambe grassocce nei collant. Se non scoprivo cos'era successo, sarei impazzita del tutto.
Controllai il telefono. Erano passate ventiquattr'ore da quando avevo tolto la sim e avevo riavviato. Era ora di riprovare.
Mezz'ora dopo eravamo sulla strada a doppia carreggiata che entrava a Cirencester e Rudi chiedeva a sua madre perch le nuvole si muovevano tutte in direzioni diverse.
Eravamo solo a pochi chilometri da dove l'avevo conosciuto. Chiusi gli occhi cercando di ricordare la mia passeggiata di quel mattino caldo. Quelle poche ore tranquille prima di Eddie. La dolcezza da latte acido dei fiori di sambuco. S, e l'erba riarsa. Il volo senza meta delle farfalle, intontite dal calore. C'era un campo d'orzo, un piumoso tappeto verde scuro che ansimava e si gonfiava d'aria calda. Ogni tanto lo scatto di un coniglio spaventato. E lo strano senso di aspettativa che quel giorno aleggiava sul paese, la bollente immobilit, i segreti sparsi ovunque.
Senza che lo volessi, la memoria avanz veloce di alcuni minuti fino all'attimo in cui avevo incontrato Eddie, un uomo diretto e gentile, con un viso aperto e occhi amichevoli, che s'intratteneva con una pecora smarrita. Infelicit e confusione s'intrecciarono come erbacce sopra tutto il resto.
Secondo voi nego l'evidenza, dissi all'auto silenziosa. Ma non  stata un'avventura.  stato...  stato tutto. Per tutti e due. Per questo sono sicura che gli  successo qualcosa.
L'idea mi blocc il respiro.
Di' qualcosa, disse Jo a Tommy. Dille qualcosa.
Io faccio il consulente sportivo, borbott lui. L'imbarazzo gli imporpor il collo. Mi occupo dei corpi, non delle teste.
Chi si occupa delle teste? domand Rudi. Stava ancora seguendo attentamente i nostri discorsi.
Gli psicoterapeuti si occupano delle teste, disse stancamente Jo. Gli psicoterapeuti e io.
Dall'accento si capiva che Jo era una cockney fatta e finita, nata e cresciuta nel quartiere londinese di Bow. Io l'adoravo; adoravo la sua schiettezza e il suo carattere impulsivo, adoravo la sua audacia (spregiudicatezza, direbbero altri), e pi di tutto adoravo la tremenda furia con cui amava suo figlio. Mi piaceva tutto di Jo, eppure quel giorno avrei preferito non trovarmi in una macchina con lei.
Rudi mi chiese se eravamo quasi arrivati. Quanto manca?
Non molto.
Quanti minuti?
Circa venti.
Rudi si afflosci sul sedile in una disperazione artefatta.  tantissimo, brontol. Mamma, mi servono dei giochi nuovi. Mi prendi dei giochi nuovi?
Jo disse di no, e Rudi si mise a comprarli lo stesso. Lo guardai stupefatta mentre digitava sbrigativamente l'id Apple e la password di Jo.
Ma, scusa... sussurrai. Lui mi guard con i capelli biondi e ricci che gli facevano da aureola e un fulmine di birbanteria negli occhi a mandorla. Mim una cerniera che si chiudeva sulla bocca e mi punt addosso un dito ammonitore. E io, dato che amavo quel bambino molto pi di quanto volessi, obbedii.
Sua madre rivolse l'attenzione alla seconda bambina sul sedile posteriore. Ascoltami, disse appoggiandomi sulla gamba una mano paffuta. Per l'occasione aveva le unghie smaltate di un colore chiamato Pietrisco. Secondo me devi affrontare i fatti. Hai conosciuto un tipo, hai passato una settimana con lui, poi  andato in vacanza e non ti ha pi chiamato.
I fatti al momento erano troppo dolorosi; preferivo le teorie.
Ha avuto quindici giorni per farsi vivo, Sarah. Gli hai mandato messaggi, l'hai chiamato, tentativi di ogni genere che sinceramente non mi sarei mai aspettata da una come te... eppure, nessuna risposta. Ci sono passata, tesoro, e fa male. Ma far male finch non accetterai la verit e volterai pagina.
Volterei pagina se sapessi davvero che non era interessato e basta. Ma non  cos.
Jo sospir. Tommy. Per piacere, dammi una mano.
Ci fu una lunga pausa. Esisteva un'umiliazione pi grande di questa? mi chiesi. Una conversazione del genere, all'et di quasi quarant'anni? Tre settimane prima, a quell'ora, ero un'adulta in piena regola. Avevo tenuto un consiglio d'amministrazione. Avevo scritto una relazione per un ospedale infantile con cui il mio ente non profit avrebbe iniziato a collaborare. Quel giorno mi ero nutrita e avevo curato il mio aspetto, avevo fatto battute, ricevuto telefonate, risposto alle email. E adesso eccomi qui, meno padrona delle emozioni del bambino di sette anni che mi sedeva accanto. Controllai le sopracciglia di Tommy nello specchietto retrovisore, per vedere se era possibile che intervenisse. Le sue sopracciglia, che avevano acquisito vita propria quando, ancora ventenne, Tommy aveva perso i capelli, erano diventate un barometro dei suoi pensieri pi affidabile delle labbra.
Al momento erano aggrottate. Il fatto , disse, ma si ferm per lo sforzo che gli richiedeva distaccarsi dai suoi problemi personali. Il fatto , Jo, che tu dai per scontato che io sia d'accordo con te. Ma non ne sono sicuro. La sua voce era pacata e guardinga, come un gatto che aggiri un pericolo.
Cosa?
Adesso litigano, bisbigli Rudi.
Le sopracciglia di Tommy sottolinearono la frase seguente. Certo, il motivo per cui la maggior parte degli uomini non telefona  che non  interessato e basta, ma qui mi sembra che ci possa essere dell'altro. Insomma, hanno passato una settimana insieme. Tutto quel tempo, ci pensi? Se a Eddie fosse interessato solo quel che sappiamo, sarebbe sparito dopo una notte.
Jo sbuff. Perch sparire dopo una notte quando puoi farti sette giorni di 'quel che sappiamo'?
Ma dai, Jo! Quello lo fanno i ventenni, non gli uomini vicini ai quaranta!
State parlando di sesso? chiese Rudi.
Ehm, no! Jo rimase di stucco. Che ne sai tu del sesso?
Rudi, terrorizzato, torn alle sue attivit fraudolente sull'iPad.
Jo lo osserv per un attimo ma lui rimase diligentemente chino sullo schermo, borbottando con la voce da russo.
Feci un respiro profondo. La cosa a cui continuo a ripensare  che si era offerto di rinunciare alla sua vacanza. Perch avrebbe dovuto...
Devo fare la pip, annunci Rudi all'improvviso. Ho al massimo un minuto, precis prima che Jo avesse il tempo di chiederglielo.
Ci fermammo fuori dalla facolt di agraria, di fronte all'istituto scolastico che aveva frequentato Eddie. Una grigia foschia di dolore mi avvolse mentre fissavo l'insegna, cercando di immaginare un Eddie dodicenne che varcava saltellando il cancello. Una faccetta rotonda; il sorriso che con il passare degli anni gli avrebbe solcato di rughe le guance.
Ho appena passato la tua scuola, gli scrissi prima di riuscire a fermarmi. Vorrei sapere che cosa ti  successo.
Quando lei e Rudi risalirono in macchina, Jo era allegra in modo sospetto. Disse che stava diventando proprio una bella giornata e che era molto contenta di essere venuta in campagna insieme a noi.
Le ho detto che ti stava trattando male, mi sussurr Rudi. Vuoi un pezzetto di formaggio? Batt su un Tupperware di fette di formaggio che aveva tolto dai sandwich preparati da Jo.
Gli arruffai i capelli. No, grazie. Ti voglio bene.
Jo finse di non averci sentiti. Stavi dicendo che Eddie era disposto a rinunciare alla vacanza, disse incoraggiante.
E io sentii le crepe del mio cuore allargarsi, perch ovviamente sapevo come mai le riusciva cos difficile essere paziente. Sapevo che fra i molti uomini ai quali Jo aveva dato anima e cuore (e spesso anche corpo) negli anni prima di avere Rudi, quasi nessuno l'aveva richiamata. E quelli che chiamavano alla fine avevano una collezione di donne in parallelo. Ma ogni volta lei si era illusa, perch non riusciva mai a rinunciare del tutto alla speranza di essere amata. Poi era entrato in scena Shawn O'Keefe, Jo era rimasta incinta e Shawn si era trasferito da lei, sapendo che l'avrebbe ospitato e nutrito. In tutto quel tempo non aveva mai avuto un lavoro. Spariva per nottate intere senza dirle dove andava. Ogni colloquio di lavoro era pura invenzione.
Ma da sette anni Jo lasciava che questa storia andasse avanti perch si era convinta che l'amore sarebbe sbocciato se lei e Shawn si fossero impegnati appena un po' di pi, se lei avesse aspettato ancora un po' che lui maturasse. Si era convinta che potevano diventare la famiglia che non aveva mai avuto.
S, Jo sul negare l'evidenza la sapeva lunga.
Ma la mia situazione pareva troppo per lei. Dopo che Eddie era sparito dalla faccia della terra aveva cercato di darmi retta, ipotizzando che Eddie avrebbe chiamato il giorno dopo. Ma non credeva a una sola parola e a quel punto si era stancata. Non permettere che ti usino come  capitato a me, diceva. Lascia perdere subito, Sarah, finch puoi.
Il problema era che non potevo.
Avevo preso in considerazione l'ipotesi che Eddie non fosse interessato e basta. Il mio telefono aveva taciuto per tutta la durata di quei quindici giorni. Avevo passato al setaccio ogni smagliante, radioso attimo del tempo passato con lui, cercando anche il pi impercettibile segnale che lui non fosse sicuro di me, e non avevo trovato nulla.
In quel periodo non andavo pi su Facebook, ma all'improvviso ci ero tornata, di continuo, setacciando il suo profilo per trovare sue tracce. O, peggio, tracce di qualcun altro.
Niente.
Gli avevo telefonato e mandato messaggi; gli avevo perfino inviato un patetico tweet. Avevo scaricato Messenger e WhatsApp, che controllavo pi volte al giorno per vedere se fosse riemerso. Ma ogni volta mi dicevano la stessa cosa: Eddie David era stato online l'ultima volta un po' pi di due settimane fa, quando ero andata via da casa sua per lasciargli fare le valigie per la Spagna.
Abbattuta dalla vergogna e dalla disperazione, avevo addirittura scaricato una serie di app per incontri, per scoprire se fosse tra gli utenti.
Non c'era.
Volevo a tutti i costi controllare quella situazione incontrollabile. Non riuscivo a dormire; il solo pensiero del cibo mi faceva torcere le budella. Non riuscivo a concentrarmi su niente e quando il telefono vibrava lo aggredivo con la frenesia di un animale affamato. La spossatezza mi opprimeva tutto il giorno, mentre passavo quasi ogni notte sveglia, con gli occhi fissi nel buio della camera degli ospiti di Tommy a Londra.
Mi rendevo perfettamente conto che quella non ero io, che non era un comportamento sano e che stavo peggiorando invece di migliorare, ma non avevo n la volont n l'energia di dare un taglio netto alla questione.
Perch non chiama? avevo digitato un giorno su Google. Il risultato era stato come un uragano online. Per il bene della poca sanit mentale che mi restava, avevo dovuto chiudere la pagina.
Ero tornata a googlare Eddie, ancora una volta, avevo navigato sul sito della sua attivit, alla ricerca di... A quel punto non sapevo neanche pi cosa cercavo. E ovviamente non avevo trovato nulla.
Ma ti avr detto tutto di s? chiese Tommy. Sei sicura che non abbia un'altra, per esempio?
La strada scendeva in una piccola conca con un parco pubblico, dove querce imponenti erano radunate come gentiluomini in una sala da fumo.
Non ha un'altra donna, dissi.
Come fai a saperlo?
Lo so perch... lo so. Era single; era disponibile. Era emotivamente disponibile.
Il lampo di un cervo che spariva in un bosco di faggi.
Okay. Ma tutti gli altri segnali d'allarme? insistette Tommy. Hai notato delle incoerenze? Hai avuto l'impressione che ti nascondesse qualcosa?
No. Mi interruppi. Anche se, in un certo senso...
Jo si volt. Cosa?
Sospirai. Il giorno che ci siamo conosciuti, ha annullato alcune chiamate in arrivo. Ma  stata l'unica volta, aggiunsi rapida. Da allora in poi ha sempre risposto. E non erano neanche chiamate strane; erano tutte di amici, sua mamma, cose di lavoro... E Derek, mi venne in mente all'improvviso. Questo Derek non avevo mai capito bene chi fosse.
Le sopracciglia di Tommy erano impegnate in complicate triangolazioni.
Cosa? gli domandai. A cosa stai pensando?  stato solo il primo giorno, Tommy. Dopo ha cominciato a rispondere a tutti quelli che telefonavano.
Ti credo.  solo che... Si interruppe.
Jo era rumorosamente silenziosa, ma la ignorai.
 solo che ho sempre considerato rischiose le relazioni nate su Internet, disse alla fine Tommy. Lo so che non vi siete conosciuti online, ma  una situazione simile: non avete amici in comune, n una storia condivisa. Avrebbe potuto fingere di essere chiunque.
Aggrottai la fronte. Ma mi ha chiesto l'amicizia su Facebook. Perch farlo, se avesse avuto qualcosa da nascondere? Per lavoro  su Twitter e Instagram, e ha un sito della ditta. Con una sua foto. E poi sono stata una settimana a casa sua, ti ricordi? La sua posta era indirizzata a Eddie David. Se non fosse stato Eddie David, artigiano del mobile, lo saprei.
Adesso eravamo nel profondo dei vecchi boschi di Cirencester Park, mentre Jo guardava fuori dal finestrino con aria sconcertata. Sulle sue gambe nude lampeggiavano delle monetine di luce. Di l a poco saremmo usciti dal bosco e subito dopo avremmo raggiunto la curva dov'era successo l'incidente.
A quel pensiero il mio respiro cambi ritmo, come se qualcuno avesse rarefatto l'ossigeno dentro l'auto.
Pochi minuti e ci ritrovammo nella luminosit dei campi dopo la pioggia. Chiusi gli occhi, ancora incapace, dopo tanti anni, di guardare il bordo erboso dove l'avevano adagiata i paramedici dell'ambulanza, nel tentativo di impedire l'inevitabile.
La mano di Jo cerc il mio ginocchio.
Perch fai cos? Rudi aveva le antenne alzate. Mamma? Perch tieni la mano sulla gamba di Sarah? Perch ci sono dei fiori legati a quell'albero? Perch siete tutti...
Rudi, disse Jo. Rudi, giochiamo? Scruto scruto, col mio occhio acuto... una cosa che comincia per: B!
Sono troppo grande per quel gioco, disse contrariato Rudi dopo un attimo di silenzio. Non gli piaceva essere tenuto all'oscuro.
Io stringevo ancora le palpebre, nonostante sapessi che eravamo gi passati oltre.
Balena, cominci Rudi controvoglia. Bidone. Belefono.
Tutto bene, Harrington? chiese Tommy, dopo un intervallo rispettoso.
S. Aprii gli occhi. Campi di grano, instabili muretti a secco, sentieri zigzaganti come fulmini nell'erba brucata dai cavalli. A posto.
Non diventava mai pi facile. Diciannove anni avevano smussato gli angoli, piallato i nodi peggiori, ma era ancora tutto l.
Perch non parliamo ancora un po' di Eddie? propose Jo. Provai a dire di s, ma mi si spense la voce. Quando vuoi, disse lei con una pacchetta sulla gamba.
Be', continuo a chiedermi se ha avuto un incidente, dissi quando parlare mi sembr di nuovo possibile. Andava nel sud della Spagna a fare windsurf.
Le sopracciglia di Tommy considerarono questa eventualit. Suppongo sia un'ipotesi ragionevole.
Jo ricord che ero amica di Eddie su Facebook. Se si fosse fatto male, sulla sua pagina avresti visto qualcosa.
Per non dovremmo sottovalutare la possibilit che gli sia morto il telefono, dissi. La mia voce appassiva man mano che ogni viale della speranza veniva sbarrato. Era messo male, lui...
Tesoro, mi interruppe cauta Jo. Tesoro, non gli  morto il telefono. Quando lo chiami, suona.
Annuii, pi infelice che mai.
Rudi, che mangiava patatine, prese a calci lo schienale di Jo. Mi annoiooooo.
Piantala, disse lei. E ricordati che avevamo detto di non parlare con la bocca piena.
Rudi, senza farsi vedere da Jo, si gir verso di me per offrirmi la visuale delle sue patatine mezzo masticate. Purtroppo, per qualche oscura ragione, aveva deciso di farne uno scherzo privato fra lui e me.
Infilai la mano nella tasca laterale della borsa, chiudendo fra le dita l'ultima speranza che avevo. Ma Topolina, dissi in un tono patetico. Le lacrime erano calde e vicine. Mi ha dato Topolina.
La tenni sul palmo della mano; liscia, consumata, pi piccola di una noce. Eddie l'aveva scolpita in un pezzetto di legno quando aveva solo nove anni. Ne abbiamo passate tante insieme, aveva detto.  il mio talismano.
Mi ricordava il pinguino di ottone che pap mi aveva dato come compagno di scrivania durante gli esami delle superiori. Era un oggetto dall'aria severa che mi scrutava con ferocia dal momento in cui aprivo i libri. Ancora adesso, adoro quel pinguino. Non potrei affidarlo a nessuno.
Topolina per Eddie aveva lo stesso significato, ne ero certa; eppure me l'aveva data. Tienila al sicuro finch non torno, aveva detto. Ci tengo molto.
Jo mi diede un'occhiata e sospir. Sapeva gi tutto di Topolina. La gente cambia idea, disse piano. Pu darsi che per lui sia stato pi semplice perdere il portachiavi che rifarsi vivo.
Questo non  solo un portachiavi. ... Avevo rinunciato a convincerla.
Quando Jo riprese a parlare, fu con voce pi dolce. Senti, Sarah. Se sei sicura che gli sia successo qualcosa di brutto, perch non lasci perdere le comunicazioni private e non scrivi qualcosa sulla sua pagina Facebook? Di' che sei preoccupata. Chiedi se qualcuno ha sue notizie.
Deglutii. Che cosa intendi?
Intendo proprio quello che ho detto. Fai appello ai suoi amici, chiedi informazioni. Che cosa ti blocca?
Mi girai a guardare fuori dal finestrino, incapace di rispondere.
Jo insistette. Secondo me l'unica cosa che potrebbe fermarti  l'imbarazzo. E se tu fossi veramente convinta che gli  successa una cosa terribile, dell'imbarazzo te ne fregheresti.
Stavamo superando il vecchio aeroporto militare. Una manica a vento di un arancione sbiadito tremolava sulla pista vuota e all'improvviso ricordai le risate irrefrenabili di Hannah quando pap, una volta, aveva detto che sembrava un grosso pisello arancione. Un pisellone! aveva strillato lei, e la mamma era rimasta incerta se ridere o rimproverarli.
Se ero preoccupata, perch non avevo scritto qualcosa sulla bacheca di Eddie? Forse Jo aveva ragione?
I cottage di pietra di Chalford stavano entrando nel panorama, ostinatamente abbarbicati al pendio come se fossero in attesa di un salvataggio. Chalford avrebbe lasciato il posto a Brimscombe, che a sua volta l'avrebbe lasciato a Thrupp e poi a Stroud. E a Stroud una nutrita rappresentanza di insegnanti, alunni e giornalisti aspettava Tommy alla scuola che avevamo frequentato entrambi. Dovevo rendermi presentabile.
Aspetta, disse Tommy all'improvviso. Abbass il volume dello stereo e mi guard nello specchietto. Harrington, hai detto a Eddie che sei stata sposata?
No.
Le sopracciglia reagirono subito. Mi pareva avessi detto di avergli raccontato tutto!
 vero! Ma non abbiamo fatto un elenco dei rispettivi ex. Sarebbe stato... di cattivo gusto. Insomma, tutti e due andiamo per i quaranta... Mi interruppi. Avremmo dovuto farlo? Volevamo raccontarci la storia della nostra vita, ma non ci siamo mai arrivati. Anche se abbiamo messo in chiaro di essere entrambi single.
Tommy mi guard di nuovo nel retrovisore. Ma tu e Reuben avete aggiornato il vostro sito?
Aggrottai la fronte, chiedendomi dove voleva arrivare.
E poi mormorai: Oh no.
Cosa? grid Rudi. Di cosa state parlando?
Del sito del lavoro di Sarah, gli spieg Jo. C' un'intera pagina su lei e Reuben, sul fatto che hanno fondato l'ente per la clownterapia negli anni Novanta, quando si sono sposati. E che ancora oggi lo dirigono insieme.
Ah! disse Rudi. Appoggi l'iPad, soddisfatto di essere finalmente riuscito a risolvere il mistero. Il fidanzato di Sarah l'ha letto e gli si  spezzato il cuore! Ecco perch  morto; non puoi mica essere vivo se il cuore non funziona.
Ma Jo disse piano: Scusate, per io non ci credo. Se ha passato una settimana con te, Sarah, se era cos preso da te come tu da lui, non pu essere stato questo ad allontanarlo. Ti avrebbe affrontato. Non sarebbe andato a nascondersi come un gatto in punto di morte.
Ma io ero gi su quel dannato Messenger, a scrivergli ancora.


Capitolo 4.

Giorno uno: il giorno in cui ci incontrammo.
Il giorno in cui conobbi Eddie David faceva un caldo infernale. La campagna aveva iniziato a sciogliersi e a ristagnare, con gli uccelli annidati su alberi immobili e le api ubriache per la temperatura in ascesa. Non sembrava il pomeriggio adatto a innamorarsi di un perfetto sconosciuto. Sembrava proprio uguale a ogni altro 2 giugno in cui avevo fatto quella passeggiata. Calmo, triste, insidioso. Familiare.
Sentii Eddie prima di vederlo. In piedi alla fermata dell'autobus, cercavo di ricordarmi che giorno della settimana fosse: gioved, decisi, il che significava che dovevo aspettare quasi un'ora. L nella rabbiosa calura diurna, in attesa di un bus su cui sarei andata arrosto. Mi incamminai lungo la stradina che portava in paese, cercando un po' d'ombra. Portate da una brezza arroventata, udii le voci dei bambini delle elementari, interrotte dal verso improvviso di una pecora, un po' pi avanti.
All'animale rispose lo scoppio di una risata maschile, che irruppe come un getto d'aria fresca. Sorrisi prima ancora di aver visto l'uomo. La sua risata riassumeva tutto quello che provavo per le pecore, con le loro facce tonte e quegli stupidi occhi laterali.
Erano un po' pi in l, nel giardino della piazza. Un uomo seduto che mi dava le spalle e una pecora a un paio di metri, che lo fissava con quegli occhi laterali. Tent un altro belato, e l'uomo disse qualcosa che non riuscii a sentire.
Quando arrivai sul prato, erano immersi in una specie di conversazione.
Mi fermai ai margini dell'erba riarsa a guardarli e avvertii un moto di familiarit che veniva da lontano. Non conoscevo quell'uomo, ma era un affascinante doppione di tanti ragazzi con cui ero andata a scuola: un tipo piacente e massiccio; capelli corti e pelle abbronzata; l'uniforme di bermuda coi tasconi e maglietta sbiadita che usava l nel West Country. Doveva essere capace di montare le mensole, senz'altro sapeva andare in surf e probabilmente guidava una Golf malmessa, passatagli da una madre simpatica ma un po' svitata.
Il genere di ragazzo che, come scrivevo nei miei diari da adolescente, un giorno avrei sposato. (Un giorno indicava un futuro indeterminato nel quale avrei lasciato il mio ruolo di spalla di Mandy e Clare, poco attraente e imbranata in societ, diventando una donna bella e spregiudicata con il potere di attrarre qualsiasi uomo stuzzicasse la sua attenzione.) Mio marito sarebbe stato di questo paesino - Sapperton, o uno di quelli vicini - e come macchina avrebbe avuto di sicuro una Golf. (La Golf era importante, non so perch. In quella fantasia ci andavamo in luna di miele in Cornovaglia, dove lo stupivo correndo impavida in mare con una tavola da surf sottobraccio.)
Invece avevo sposato un mite clown americano. Un clown vero, con scatoloni di nasi rossi, ukulele e cappelli buffi. Si sarebbe svegliato di l a un paio d'ore, man mano che il luminoso sole californiano iniziava a candeggiare le pareti del nostro appartamento. Magari avrebbe sbadigliato e si sarebbe girato a coccolare la sua nuova ragazza prima di uscire dal letto per alzare l'aria condizionata e preparare qualche raccapricciante succo verde.
Salve, dissi.
Ah, ciao, mi rispose. Ah, ciao. Come se mi conoscesse da anni. Mi sono trovato una pecora.
La pecora emise un altro belato forte come una sirena da nebbia, senza smettere di fissarlo. Ci conosciamo da pochi minuti. Ma gi facciamo sul serio.
Lo vedo. Sorrisi.  contemplato dalla legge?
Non si pu legiferare sull'amore, replic allegramente.
Mi colse un pensiero inatteso: l'Inghilterra mi manca.
Come vi siete conosciuti? domandai addentrandomi nel prato.
L'uomo sorrise alla pecora. Be', stavo qui a compatirmi quando questa signorina  apparsa dal nulla. Abbiamo iniziato a chiacchierare. Com', come non , dopo un attimo stavamo parlando di andare a vivere insieme.
Per  un signorino, dissi io. Non me ne intendo di pecore, ma persino io posso dire che non  una femmina.
Un attimo dopo l'uomo si chin a esaminare le terga della pecora.
Ah.
La bestia lo fissava. Allora non ti chiami Lucy? le domand lui. Mi ha detto che si chiamava Lucy.
E invece non si chiama Lucy, confermai.
La pecora bel di nuovo e lui rise.
Ormai ero accanto a loro. Io, l'uomo e la pecora, tutti insieme sul prato sbiadito al centro del paese. Lui mi fiss. Aveva gli occhi del colore di oceani lontani, pensai, pieni di cordialit e buone intenzioni.
Non era niente male.
Ci vorranno mesi prima di provare sentimenti profondi per un altro uomo, mi ero sentita dire quel mattino. Il consiglio veniva da un'app assurda, Imparare a lasciarsi, che la mia pi cara amica di Los Angeles, Jenni Carmichael, mi aveva scaricato sul telefono (senza chiedermelo) il giorno dopo che io e Reuben avevamo annunciato la separazione. Ogni mattina l'app mandava orrende notifiche sullo stato di trauma emotivo in cui mi trovavo, dicendo che era assolutamente normale.
Solo che io non avevo proprio nessun trauma emotivo. Persino quando Reuben mi aveva annunciato tutto dispiaciuto che dovevamo divorziare, avevo dovuto costringermi a piangere per non offenderlo. Quando l'app mi parlava di cuore infranto e di animo prostrato, mi sembrava di ricevere una mail destinata ad altri.
A Jenni faceva piacere vedermi leggere i messaggi, perci avevo tenuto l'app. Il benessere emotivo di Jenni - sempre pi fragile man mano che i suoi trent'anni se ne andavano, portando con s la speranza di riprodursi - dipendeva dalla sua capacit di accudire i bisognosi.
L'uomo torn a guardare la pecora. Be',  un peccato. Pensavo avessimo un futuro, io e Lucy. Il suo cellulare cominci a suonare.
Te ne farai una ragione?
Lui estrasse parzialmente il telefono dalla tasca e annull la chiamata. Ah, penso di s. Lo spero, perlomeno.
Mi impegnai a scrutare il circondario alla ricerca di un'altra pecora, un contadino o un cane pastore. Dovremmo fare qualcosa per lui, no?
Penso di s. L'uomo si alz in piedi. Telefono a Frank. Quasi tutte le pecore qui sono sue.
Compose un numero sul cellulare e io mi sentii improvvisamente in imbarazzo. Dopo esserci occupati della pecora saremmo stati costretti a smettere di scherzare e a parlare normalmente.
La bestia stava brucando senza entusiasmo i duri spuntoni d'erba l attorno, tenendoci d'occhio. Era stata tosata di recente, ma anche cos corto il suo manto aveva un aspetto soffocante.
Mi chiesi cosa ci facevo l. Mi chiesi perch quel tizio si compatisse. Mi chiesi perch mi stavo passando una mano tra i capelli. Lui stava parlando al telefono con Frank e ridacchiava tranquillo.
Va bene, capo, far del mio meglio. Okay, disse guardandomi. Aveva davvero dei begli occhi. (Piantala!) Frankie arriver fra un'ora. Dice che Lucy  scappata da un campo gi vicino al pub. Si rivolse all'animale: Ne hai fatta di strada. Complimenti.
La pecora continuava a brucare, perci si rivolse a me. Voglio provare a riportarla indietro lungo la stradina. Ti va di aiutarmi?
Certo. Stavo andando da quella parte per mangiare qualcosa.
In realt stavo aspettando il 54 per Cirencester, perch a Cirencester c'era gente e a casa dei miei non c'era nessuno. La sera prima un'infermiera del pronto soccorso del Royal Infirmary di Leicester aveva chiamato per avvisare che mio nonno era stato ricoverato con una frattura all'anca. Il nonno aveva novantatr anni. Era anche notoriamente aggressivo, ma non aveva nessuno tranne mia madre e mia zia Leslie, che in quel momento era alle Maldive con il suo terzo marito.
Vai, avevo detto alla mamma vedendola esitare. Non voleva deludermi. Ogni anno a giugno, quando andavo a trovarli, faceva le cose in grande stile: casa piena di fiori, cibo squisito. Qualunque cosa per convincermi che la vita in Inghilterra era molto meglio di quanto la California potesse offrire.
Ma... Aveva l'aria abbattuta. Ma tu resti sola.
Non importa, le avevo detto. E poi il nonno finir per farsi cacciare dall'ospedale, se non ci sei tu a scusarti per lui.
L'ultima volta che era stato ricoverato, aveva avuto un brutto scontro con un dottore che lui definiva imbecille studente di medicina.
La mamma aveva esitato, divisa tra le sue responsabilit materne e filiali.
Facciamo passare un paio di giorni, le avevo detto, e poi vi raggiungo a Leicester.
Aveva guardato il pap come se nessuno dei due sapesse prendere una decisione. Quand' che siete diventati cos insicuri? mi ero chiesta. Mi sembravano pi vecchi, pi piccoli. Soprattutto la mamma. Come se non stesse pi bene nel suo corpo. Era colpa mia? L'avevo forse fatta rimpicciolire, insistendo per vivere all'estero?
Ma a te non piace stare a casa nostra, aveva detto pap, incapace di trovare un modo migliore di esprimersi. E la sua incapacit di dire qualcosa di buffo mi faceva sentire la gola cos gonfia da non poter deglutire nulla.
Ma certo che mi piace! Che sciocchezza!
E non possiamo lasciarti la macchina. Come farai a muoverti?
C' l'autobus.
La fermata  lontanissima.
Camminare mi piace. Sul serio, andate pure. Io mi riposo. Ho da leggere, e da mangiare la montagna di cibo che avete preparato.
E cos quella mattina li avevo salutati e all'improvviso mi ero ritrovata sola in una casa dove - era vero - non mi piaceva stare. Specialmente da sola.
Dunque non ero diretta al pub Daneway per un pranzo solitario. In realt stavo cercando di costringere quel perfetto sconosciuto a bere qualcosa con me, in barba alla notifica mattutina dell'app secondo cui flirtare con altri uomini avrebbe avuto conseguenze disastrose. Cerca di ricordare che in questo momento sei vulnerabile, diceva, in abbinamento con la foto di una ragazza che piangeva sul cuscino.
Il suo telefono squill ancora. Questa volta lo lasci suonare.
D'accordo, proviamoci, disse. Si mosse verso Lucy, che lo guard male prima di girarsi e scappare. Tu mettiti l, mi disse. Cos possiamo indirizzarla nella stradina.
Io feci il giro da sinistra, pi veloce che potevo in quel caldo sciropposo. Lucy devi a destra, dove lui la aspettava ridendo. Accettando di essere in trappola, Lucy imbocc controvoglia la stradina che portava al pub, emettendo ogni tanto un belato di protesta.
Ti ringrazio, Dio, o universo, o destino, pensai. Per questa pecora, quest'uomo, questa siepe di campagna inglese.
Che sollievo parlare con qualcuno che non sapeva nulla della tristezza a cui ero condannata. Che nel guardarmi non inclinava la testa in segno di compassione. Che mi faceva ridere e basta.
Sulla strada per il pub Lucy tent di scappare diverse volte, ma con un indefesso lavoro di squadra riuscimmo a farla tornare nel suo campo. Lui stacc un ramo da un albero e lo incastr nel buco della recinzione da cui era scappata, poi mi guard e sorrise. Missione compiuta.
Davvero, dissi io. Eravamo proprio accanto al pub. Ora mi devi una birra.
Lui rise e disse che gli sembrava ragionevole.
Ecco,  andata cos.


Capitolo 5.

Sette giorni dopo, Eddie e io ci eravamo salutati. Ma era un arrivederci, non un addio. Non era assolutamente un addio. Quando mai un addio ha contemplato le parole: Penso di essermi innamorato di te?
Avevo seguito il fiume Frome fino a casa dei miei, canticchiando felice. Quel giorno l'acqua era chiara e limpida, striata da verdi cuscini di muschio e bassifondi di ghiaia pulita, sorvegliati da spinosi ciuffi di tife.
Ero arrivata a Leicester in serata. Mentre ero in taxi, diretta all'ospedale, era scoppiato un acquazzone; la citt si era rabbuiata e le luci rosse del pronto soccorso scorrevano vischiose sul parabrezza. Avevo trovato il nonno in una corsia troppo calda, intrattabile e scombussolato, e i miei genitori esausti.
Quella sera Eddie non mi aveva chiamata. Nessun messaggio a precisare il suo volo di ritorno. Per un attimo, mentre mettevo il pigiama, mi ero chiesta perch. Probabilmente era di corsa. Era con un amico. E mi ero detta anche: mi ama, chiamer presto.
Ma Eddie David non aveva chiamato. E aveva continuato a non chiamare.
Per un paio di giorni mi ero convinta che andasse tutto bene. Sarebbe stato assurdo - addirittura paranoico - dubitare di quello che era successo tra noi. E tuttavia, man mano che i giorni trascorrevano dolorosamente trasformandosi in una settimana, trovavo sempre pi difficile tenere a bada l'onda di panico che saliva.
Si sta divertendo un sacco in Spagna, avevo mentito quand'ero arrivata a Londra come previsto, ospite di Tommy.
Pochi giorni dopo, a pranzo con Jo, ero crollata. Non ha chiamato, avevo ammesso. Sentivo gli occhi gonfi di lacrime di ansia e umiliazione. Dev'essergli successo qualcosa. Non  stata solo una cotta, Jo; ha cambiato tutto.
Tommy e Jo erano stati gentili con me; mi avevano ascoltato dicendomi che stavo reagendo bene, ma percepivo che erano scioccati dallo sgretolarsi della Sarah che conoscevano. Non ero la donna che si era rifatta una vita dopo essere scappata a Los Angeles in una nera nuvola di tragedia? La donna che aveva fondato un importante ente per l'assistenza ai bambini malati e aveva sposato un vero americano; la donna che adesso viaggiava in giro per il mondo a tenere conferenze?
Quella stessa donna si era ridotta a passare due settimane imboscata nell'appartamento di Tommy, cercando ossessivamente di rintracciare un uomo con cui era stata per soli sette giorni.
In quel periodo la Gran Bretagna era alle prese col referendum sull'Unione europea, mio nonno aveva subito due interventi chirurgici e i miei genitori erano praticamente prigionieri in casa sua. Il mio ente si era aggiudicato una grossa sovvenzione pubblica e Jenni era ormai all'ultimo ciclo di fecondazione assistita pagato dalla sua assicurazione sanitaria. Mi trovavo fra gli alti e bassi di un'umanit molto concreta, eppure facevo fatica a rendermi conto di quello che accadeva intorno a me.
Avevo visto diverse amiche fare cos. Le avevo guardate con incredulit sostenere che lui aveva il telefono rotto; che aveva una gamba rotta; che doveva essere morto all'insaputa di tutti, dentro un fosso. Insistevano che era stato di sicuro qualche loro commento sbadato a spaventarlo, dunque era necessario chiarire i malintesi. Le avevo viste calpestare l'orgoglio, fare a pezzi il proprio cuore, smarrire la ragione, tutto per un uomo che non le aveva richiamate. Peggio, un uomo che conoscevano appena.
E ora eccomi qui. Seduta nella macchina di Tommy con l'orgoglio calpestato, il cuore a pezzi, la ragione smarrita. A comporre un messaggio disperato per spiegare che in realt non ero pi sposata. Che era stata una separazione molto amichevole.
Tommy accost vicino al cancello della nostra vecchia scuola mentre la pioggia iniziava a imprimere disegni delicati sul parabrezza. Parcheggi stranamente male, con una ruota sul cordolo, ma - cosa ancora pi strana - non fece alcun tentativo di raddrizzare l'auto. Osservai la spessa siepe di faggio, le righe gialle a zigzag sulla strada, il cartello accanto all'ingresso, e un vecchio sottofondo di disagio mi risuon nel bacino. Riposi il telefono nella borsa. Il messaggio a Eddie doveva aspettare.
Allora, eccoci qua! Il peso dell'entusiasmo posticcio fece affondare la voce di Tommy a met della frase, come un filo del bucato troppo carico. Meglio sbrigarci. Devo parlare fra cinque minuti!
Lui non si stava sbrigando, quindi neppure noi. Rudi ci fissava. Perch non scendete dalla macchina? chiese stupito. Nessuno rispose. Dopo qualche secondo il bambino si precipit gi dal sedile posteriore, correndo verso il cancello della scuola. In silenzio lo guardammo rallentare fino a una cauta camminata con le mani in tasca che lo port all'ingresso, dove valut le opportunit di divertimento offerte dal cortile. Dopo averlo scrutato per un po', ritorn alla macchina. Non era contento.
Povero Rudi. Non sapevo come Jo gli avesse presentato la giornata di oggi, ma dubitavo che gli avesse detto tutta la verit. La presentazione di un progetto sportivo in una scuola secondaria avrebbe avuto qualche attrattiva se Rudi avesse potuto provare uno degli orologi da fitness o delle fasce per la frequenza cardiaca, o se almeno ci fossero stati altri bambini con cui giocare. Ma a dare dimostrazione degli strumenti che costituivano il perno del progetto di Tommy sarebbe stato un gruppo di atleti promettenti selezionato dal responsabile di educazione fisica, e il pi giovane aveva quattordici anni.
Rudi si ferm vicino all'auto con l'aria imbronciata. Jo scese per parlargli e Tommy, rimasto all'improvviso senza parole, si sporse a controllare il proprio riflesso nello specchietto retrovisore.  terrorizzato, pensai con un moto di solidariet.
I ragazzi della nostra scuola non erano stati comprensivi con il piccolo Thomas Stenham. Uno di loro, Matthew Martyn, aveva accusato Tom di essere gay perch quando aveva compiuto dodici anni la madre gli aveva imposto un taglio di capelli alla moda. Tommy aveva pianto e cos, ovviamente, la persecuzione era continuata. Matthew e soci spruzzavano ogni giorno un liquido per de-gayizzare la sedia di Tommy; gli attaccavano foto di uomini nudi sotto il banco. A quattordici anni aveva iniziato a uscire con Carla Franklin, e quelli l'avevano definita una copertura. Tommy aveva cominciato a passare ore nella palestra domestica della madre, ma i suoi nuovi muscoli non facevano che peggiorare la cosa: gli altri si erano messi a prenderlo a pugni nel cortile della scuola. Quando la sua famiglia si era trasferita negli Stati Uniti, nel 1995, aveva ormai una compulsione all'esercizio fisico, una leggera balbuzie, e nessun amico maschio.
Anni dopo - Tommy era tornato in Inghilterra da tempo - una ricca avvocata specializzata nel campo tecnologico, Zoe Markham, l'aveva assunto come personal trainer. Aveva avuto un gran numero di professioniste londinesi tra le sue clienti, molte delle quali avevano flirtato apertamente con lui. Credo sia una loro fantasia, mi aveva detto. Non sapeva se sentirsi lusingato o disgustato. Sono un tuttofare sexy con la cintura degli attrezzi. L'operaio coi muscoli.
Zoe Markham per, a quanto sembrava, era diversa. Andavano d'accordo in una maniera fantastica, avevano un'autentica affinit e, cosa fondamentale, lei lo vedeva come una persona, non solo come un dipendente capace di farla diventare snella e bellissima (era gi entrambe le cose).
Dopo qualche mese in cui ogni tanto civettava con lui, gli aveva offerto un appoggio per entrare nel mondo dei consulenti sportivi tramite un vecchio amico. Tommy l'aveva invitata a cena per ringraziarla. Lei lo aveva portato a casa sua e si era tolta i vestiti.  ora di una vera sessione individuale, no? aveva detto.
Era la sua prima ragazza davvero importante; di sicuro era la prima che lui avesse ritenuto completamente inarrivabile. La considerava una dea, un miracolo; il balsamo per tutte le sue vecchie ferite. Vorrei poterlo raccontare a quei bastardi della nostra scuola, mi aveva detto il giorno in cui Zoe gli aveva chiesto di andare a vivere con lei nel suo appartamento di Holland Park. Vorrei proprio fargli vedere che sono capace di attrarre una ragazza come lei. E io avevo detto: S, sarebbe fantastico, perch non immaginavo che potesse succedere. Era il tipo di cosa che non succedeva mai.
Nel caso di Tommy, invece, s.
Circa un anno prima aveva mandato la brochure dei suoi progetti per le scuole secondarie a tutti i presidi della Gran Bretagna. Il programma comprendeva la donazione da parte di uno dei maggiori clienti di Zoe, una multinazionale tecnologica, di strumenti da indossare per il controllo dei parametri fisiologici, e Tommy ne andava orgogliosissimo. Quando lo avevano chiamato dalla nostra vecchia scuola, la sua felicit era commovente. La preside vuole che vada a incontrare il responsabile di educazione fisica! mi aveva raccontato su Skype. Non  fantastico? Aveva trovato la situazione un po' meno fantastica quando aveva scoperto che l'insegnante responsabile dei corsi di educazione fisica era il bullo dei nostri tempi, Matthew Martyn.
Per era stata una bella chiacchierata, mi aveva assicurato Tommy. Con qualche imbarazzo all'inizio, ma poi Matthew aveva detto qualcosa su che teste di cazzo erano tutti da adolescenti, aveva dato a Tommy un pugno sul braccio e l'aveva chiamato collega. Poi, come due vecchi amici, si erano messi al corrente delle rispettive situazioni: Matthew aveva fatto vedere a Tommy una foto della sua famiglia e Tommy - che ancora non riusciva a credere a quella fortuna - aveva fatto vedere a Matthew una foto della sua bellissima, elegantissima, super-atletica fidanzata nel suo splendido appartamento londinese.
Quando ero arrivata a casa di Tommy e Zoe a met giugno, sconvolta per Eddie, Tommy aveva gi concordato il progetto. Mi aveva detto che gli spettri del passato erano svaniti; che aveva superato quello che gli era successo a scuola; che in realt non vedeva l'ora di incontrare di nuovo Matthew Martyn all'inaugurazione del progetto. Poi aveva aggiunto, come fosse superfluo: Viene anche Zoe. Voglio proprio presentarla a Matt.
Quattro giorni prima dell'inaugurazione, Zoe aveva dato forfait. Devo andare a Hong Kong per un cliente, aveva spiegato.  molto importante. Mi dispiace, Tommy.
Non abbastanza, avevo pensato io. Sapeva quanto quell'incontro fosse importante per lui. Tommy aveva la faccia del colore della carta riciclata.
Ma... ma a scuola ti aspettano!
Lei si era accigliata. Sono sicura che sopravvivranno. Devono fare bella figura con i giornalisti di campagna, non con me.
Non puoi prendere un volo il giorno dopo? l'aveva implorata. Io non riuscivo quasi a guardarlo.
No, aveva risposto lei decisa. Non posso. Ma mi ringrazierai di esserci andata. Ci sar una delegazione del ministero della Cultura, dei media e dello sport. Penso ancora di avere buone possibilit di farti entrare in una loro commissione consultiva.
Tommy aveva scosso il capo. Ma te l'ho detto, non sono interessato.
E io, Tommy, ti ho detto che lo sei.
Jo e io ci eravamo offerte di andare al posto di Zoe.
Avevo voglia di tornare alla mia vecchia scuola? Ovviamente no. Ma Tommy aveva bisogno di me, e aiutare una persona in difficolt era l'unica distrazione che potevo concedermi. E poi, di cosa avevo paura? Mandy e Claire avevano finito la scuola negli anni Novanta. Nessuna di loro, o delle persone da cui ero fuggita, sarebbe stata presente.
Harrington. Tommy si gir a guardarmi. Ci sei?
S. Scusami.
Senti, devo dirti una cosa.
Lo guardai. Le sopracciglia non lasciavano presagire niente di buono.
Prima, quando mi ha mandato quel messaggio a proposito della stampa locale, Matthew mi diceva anche un'altra cosa. Lui... Tommy si interruppe, e capii che si metteva male. Matthew ha sposato Claire Peddler. Non te l'avevo detto perch pensavo che non volessi sentirla nominare. Ma quando mi ha scritto dei giornalisti, diceva...
No.
... che ha deciso di venire anche Claire, e di portare...
Mandy.
... un gruppetto di gente del nostro anno. Compresa Mandy Lee.
Mi lasciai cadere in avanti e appoggiai la fronte al retro del suo sedile.


Capitolo 6.

Giorno uno: la chiacchierata che dur dodici ore.
Sarah Mackey, dissi. M-a-c-k-e-y.
Mi fu servita una pinta di sidro.
Lui si fece una risata. S, lo so come si scrive Mackey. Comunque grazie. Io mi chiamo Eddie David.
Scusa. Sorrisi. Io vivo in America.  pi un cognome americano e quando vengo qui, spesso devo fare lo spelling. E poi, ci tengo alla chiarezza.
Lo vedo, disse Eddie. Si era appoggiato di lato al bancone e mi guardava. Un biglietto da dieci fra le grandi dita abbronzate. Mi piaceva la stazza di quest'uomo. Era pi alto, pi grosso, pi forte di me. Reuben e io eravamo alti uguali.
Ci sedemmo nel giardino del pub, un'oasi di fiori e tavoli da picnic. Il nastro sottile del fiume Frome si dipanava invisibile attorno al prato che bordava il parcheggio del pub; rose rampicanti pendevano a cascata da un albero. Un paio di camminatori si erano accasciati davanti a delle birre piccole, con un cocker spaniel che mi guardava da sotto le loro gambe. Appena mi sedetti sotto un ampio ombrellone il cane venne a mettersi ai miei piedi, accucciandosi con un gran sospiro di autocommiserazione.
Eddie si mise a ridere.
In qualche punto della valle, lo scoppiettio abrasivo di una sega elettrica part e si ferm. Bevvi un sorso di sidro freddo e sospirai. Ci voleva.
S, concord Eddie. Brindammo e sentii una piacevole rilassatezza. Restare sola nella casa vuota dei miei, quella mattina, era stato pi inquietante di quanto fossi disposta ad ammettere, e la passeggiata lungo Broad Ride non aveva contribuito a migliorare il mio umore. Ma ecco qui, a smussare le asperit, del sidro fresco e un tipo simpatico. Forse poteva essere una buona giornata.
Mi piace tanto questo pub, dissi. Ci venivamo quand'ero piccola. Mia sorella e io giravamo come bestie selvatiche a curiosare nel torrente mentre i miei e i loro amici diventavano sempre pi allegri.
Eddie prese una bella sorsata dalla sua pinta. Io sono cresciuto a Cirencester; l era un po' pi difficile inselvatichirsi. Ma qui ci sono venuto, qualche volta.
Davvero? Quando sar stato? Quanti anni hai?
Ventuno, disse Eddie disinvolto. Anche se mi dicono che ne dimostro meno.
Non si offese quando mi misi a ridere. Trentanove, disse infine. Mi ricordo che correvo in giro per questo giardino quando ne avevo... forse dieci. Poi alla fine degli anni Novanta mia mamma si  trasferita qui, perci ho iniziato a venirci spesso. Tu quanti anni hai? Magari siamo stati selvatici insieme.
Un accenno allusivo. La mia app di sicuro doveva essere inviperita.
Eh, temo di no. Da adolescente mi sono trasferita a Los Angeles.
Davvero? Un bel trasloco.
Feci cenno di s.
I tuoi avevano un lavoro l?
Una cosa del genere.
E ci sono rimasti?
No, vivono qua vicino. Verso Stroud. Distolsi un po' il viso, come se questo rendesse meno grave la mia mezza bugia. Allora, Eddie. Raccontami cosa facevi in Sapperton Green a met di un giorno feriale.
Lui si chin ad accarezzare il cane. Ero andato a trovare mia mamma. Sta vicino alla scuola. Una crepa impercettibile gli incrin la voce. E tu che ci facevi?
Ero venuta a piedi da Frampton Mansell. Indicai col capo la direzione del paese dei miei.
Eddie aggrott la fronte. Ma non sei venuta lungo la valle: arrivavi dalla collina.
S... volevo fare una bella camminata, quindi sono salita sulla collina e ho proseguito in cresta. Ho fatto Broad Ride:  cambiata un sacco, aggiunsi in fretta. Stava diventando un campo minato. Con tutta quella vegetazione! Una volta era un viale ampio e maestoso; ci portavano a galoppare i cavalli. Ormai  poco pi di un sentiero.
Ci vanno ancora a cavallo, anche se  proibito. Prima ne  passato uno che per poco non mi abbatteva.
Sorrisi al pensiero che qualcuno potesse abbattere quella massa d'uomo, a cavallo o no. Mi faceva piacere che anche lui andasse a camminare lungo quel verde sentiero segreto.
Ero come un Mos di Sapperton, disse, impegnato a dividere un Mar Rosso di cerfoglio selvatico.
Bevemmo entrambi.
Comunque vivi qui vicino?
S, rispose Eddie, anche se ricevo molte ordinazioni da Londra, quindi ci vado spesso. All'improvviso mi diede una pacca sul polpaccio. Tafano, disse sottovoce scuotendo dalla mano l'insetto morto. Scusa, ti stava mangiando la gamba.
Bevvi una lunga sorsata di sidro e avvertii l'inebriante, sensuale vibrazione dell'alcol unita a un lieve stato di shock.
Sono tremendi in giugno, comment lui. Tutto l'anno, ma soprattutto in giugno. Mi fece vedere due bitorzoli rossi sull'avambraccio. Uno mi ha beccato stamattina.
Spero che tu abbia ricambiato il morso.
Eddie sorrise. No. Passano troppo tempo sulle parti intime dei cavalli.
Eh, certo.
Senza chiedergli il permesso, toccai le punture che aveva sulla pelle. Povero braccio, dissi, ma in tono molto prosaico, perch ero gi in imbarazzo.
Eddie smise di ridere e si volt verso di me. Incroci il mio sguardo, con una domanda negli occhi.
Fui io la prima a guardare altrove.
In poco tempo divenni piacevolmente ubriaca. Eddie era entrato a prendere il terzo giro di pinte, o forse il quarto.
La superficie coperta di licheni della vecchia panca cominciava a sembrarmi cartavetrata sul retro delle cosce. Mi guardai intorno alla ricerca di un sedile meno abrasivo ma non ne trovai, perci mi lasciai cadere sull'erba come il cane di prima. Sorrisi, felice ed ebbra. L'erba mi faceva solletico all'orecchio. Non avrei mai voluto andar via. Volevo semplicemente stare l; niente telefono, niente responsabilit. Solo Eddie David e io.
Mentre guardavo il cielo, con il terreno tiepido sotto di me, colsi il riverbero di un vecchio ricordo. L'odore di erba calda, il suo delicato fruscio sovrapposto al ronzio degli insetti e a frammenti di canzoni accennate. Una volta ero cos. Prima che Tommy si trasferisse in America e che l'adolescenza mi esplodesse sotto i piedi come una mina, questo era abbastanza.
Uomo a terra, disse Eddie scendendo gli scalini con una birra, un sidro e - eterna lode a lui - patatine. Avevi detto che reggevi l'alcol.
Mi ero dimenticata com' il sidro, confessai. Ma non sono svenuta. Mi sono solo stufata di quella panca che punge. Mi sollevai sui gomiti. Comunque, devi aprire quelle patatine all'istante.
Eddie si sedette sull'erba accanto a me, togliendosi di tasca uno scomodo mazzo di chiavi, attaccate a un piccolo portachiavi a forma di topo.
E quello chi ? domandai mentre Eddie mi passava il bicchiere. Mi  simpatico.
Eddie si gir a guardare il portachiavi. Dopo un attimo sorrise. Si chiama Topolina. L'ho fatta quando avevo nove anni.
L'hai fatta tu?  di legno?
S.
Oddio, che bella!
Eddie accarezz l'animaletto con un dito. Ne abbiamo passate tante insieme, sorrise.  il mio... talismano. Comunque, salute. Si appoggi sui gomiti, rivolgendo il viso al sole.
Eccoci qui a bere a met giornata, osservai serenamente. Mentre tutti gli altri lavorano.
Direi proprio di s.
Beviamo a met giornata e ormai siamo ubriachi.
Che dici, riprendiamo a chiacchierare, o vuoi passare il pomeriggio a constatare l'ovvio?
Mi misi a ridere. Come dicevo prima, Eddie: chiarezza. Mi tiene sulla retta via.
Okay. Quanto a me, mangio qualche patatina e mi bevo la mia birra. Fammi sapere quando hai finito. Apr le patatine e me le pass.
Mi piace, pensai.
Da quando eravamo arrivati al pub, avevamo setacciato i nostri ricordi d'infanzia scoprendo centinaia di coincidenze. Avevamo camminato sulle stesse colline e frequentato gli stessi locali soffocanti; ci eravamo seduti sullo stesso sentiero, al tramonto, a contare le libellule che danzavano sui banchi di canne del vecchio canale Stroudwater.
Lui aveva solo un paio d'anni pi di me. Immaginai me stessa sedicenne incontrare Eddie diciottenne, e mi chiesi se allora gli sarei piaciuta. Mi chiesi se in quel momento gli piacevo.
Prima gli avevo raccontato della mia organizzazione non profit e lui si era interessato, facendomi infinite domande. Aveva capito subito la differenza tra i nostri clown dottori e i normali animatori che andavano a trovare i bambini in ospedale. E capiva che quel lavoro era la mia passione, nonostante i tagli ai finanziamenti e tutte le volte che i nostri operatori venivano trattati come semplici pagliacci da festa. Wow, aveva esclamato quando gli avevo fatto vedere un video di due nostri clown di corsia al lavoro con un bambino che aveva troppa paura per entrare in sala operatoria. Era una cosa commovente.  incredibile. Brava, Sarah.
Lui mi aveva mostrato le foto dei mobili che creava artigianalmente in un laboratorio ai margini della riserva di Siccaridge Wood. Il suo lavoro era realizzare bellissime cose di legno su commissione per le case della gente: cucine, armadietti, tavoli, sedie. Amava il legno. Amava i mobili. Amava l'odore della cera d'api e lo scricchiolio di un giunto a incastro bloccato in un morsetto, mi disse; aveva rinunciato a cercare di fare qualcosa di pi redditizio.
Mi fece vedere la foto di un vecchio fienile: piccolo, di pietra, con il tetto appena spiovente, sorgeva in una radura che sarebbe stata perfetta in una fiaba di Andersen.
Questo  il mio laboratorio. E anche casa mia. Sono un vero eremita; vivo in un fienile nel bosco.
Oh, bene! Ho sempre desiderato conoscere un eremita! Sono il primo essere umano con cui parli da settimane?
S! Ma poi aggiunse rapidamente: No. Gli scorsi negli occhi qualcosa che non riuscivo a decifrare. In realt non sono un eremita. Ho amici, parenti e tanti impegni. Dopo una pausa sorrise. Non c'era bisogno di dirlo, vero?
Probabilmente no.
Chiuse la foto del fienile proprio mentre il telefono iniziava a suonare. Stavolta lo spense, ma senza accenni di irritazione. Be', in ogni caso, questo  il mio lavoro. Mi piace molto. Anche se in certi anni non ho guadagnato quasi niente. Quelli sono stati meno divertenti. Qualche anno fa avevo addirittura pensato di trovarmi un lavoro come si deve, qualcosa con uno stipendio fisso. Ma non riesco a fare un lavoro d'ufficio. Finirei per... Forse morirei.
Ci pensai un attimo. La gente per lo pi non ha scelta.  un gran privilegio poter esercitare un'attivit come la tua in un laboratorio delle Cotswolds.
Vero, disse Eddie. Ovviamente capisco cosa vuoi dire, ma non sono del tutto d'accordo. Ognuno ha la possibilit di scegliere, in tutto.
Mi limitai a guardarlo.
Quello che fai, che provi, che dici...  diventato un luogo comune l'idea che non abbiamo scelta, su niente: lavoro, rapporti, felicit. Come se fosse tutto al di fuori del nostro controllo. Tutti si lamentano dei loro problemi senza mai voler parlare delle soluzioni. Si sentono tutti vittime degli altri, di se stessi, del mondo. Una crepa impercettibile gli incrin di nuovo la voce. Dopo un'interruzione si volt a guardarmi con un sorriso. Ho parlato un po' da stronzo.
Un po' s.
Non volevo sembrare troppo drastico, intendevo...
S, so cosa intendevi. Ed  un punto di vista interessante.
Forse s, ma espresso molto male, scusa. Solo che... Si ferm un attimo. Ultimamente sono abbastanza estenuato da mia madre. Le voglio bene, ovvio, ma a volte mi chiedo se almeno vuole essere felice. Poi mi sento da schifo perch so che  un problema di chimica del cervello, e lei ovviamente vorrebbe essere felice. Si gratt le gambe. Sei la prima persona con cui parlo, da alcuni giorni, che non sta ad autocompatirsi. Mi sono allargato un po'. Scusa. Grazie. Fine.
Io risi e lui si appoggi all'indietro lasciando cadere di lato un ginocchio, che atterr sulla mia gamba. Non credo che con la pecora Lucy mi sarei divertito cos tanto. Grazie, Sarah Mackey. Grazie di aver dedicato il tuo gioved pomeriggio a bere qualche pinta con me.
Sentivo il petto riempirsi di fitte spirali di piacere. E lasciavo che succedesse, perch era bello sentirsi felici.
Poco dopo Eddie and in bagno e io eliminai l'app di Jenni dal telefono. Che fosse un effetto della separazione o no, era molto tempo che non stavo tanto bene in compagnia di un uomo; o in compagnia di una persona, in realt.
C' qualcosa in questa valle, vero? disse Eddie un po' pi tardi. Anche lui non sembrava pi molto sobrio. Il gestore del pub aveva chiuso per qualche ora e ci aveva detto che potevamo restare in giardino finch volevamo.
La fornace del diavolo? ipotizzai facendomi vento in faccia. Per una che vive nella California meridionale, sento un caldo mostruoso. Dov' il Pacifico quando serve? O una piscina. Almeno un condizionatore.
Eddie rise inclinando la testa verso di me. Hai una piscina?
Ma no! Dirigo un ente senza fini di lucro!
Sono sicuro che anche nel tuo campo certi dirigenti hanno la piscina.
Be', io no. Non ho nemmeno un appartamento di propriet.
Lui torn a guardare la torrida striscia di cielo. S, qui c' la fornace del diavolo, disse pensieroso. Ma c' qualcos'altro, non credi? Qualcosa di antico e nascosto. Un posto dove vanno a finire storie e ricordi. Come biglietti usati.
Non avrei potuto dirlo meglio, pensai. Nascosti in quella valle avevo pi biglietti usati di quel che volessi ammettere. Non importava quanti anni avessi passato lontano da l: erano sempre presenti, ogni volta che tornavo. Echi di mia sorella a ogni svolta del piccolo fiume, il Frome; frammenti di canzoni tra i vecchi faggi; la sensazione della sua mano nella mia. L'immobilit da specchio del lago, proprio come il giorno in cui tornavamo in macchina dall'ospedale. Era rimasto tutto qui. Lontano dagli occhi, mai lontano dal cuore.
Restammo sul prato a parlare per ore, sempre sfiorandoci con una parte del corpo.
Stava per succedere qualcosa, o era gi successo. E lo sentivamo entrambi.
A un certo punto era arrivato Frank a controllare le pecore e ad aggiustare il recinto; aveva fatto la spesa e ci aveva dato della Coca-Cola e del cheddar. Ti devo un favore, aveva detto, facendo l'occhiolino a Eddie come se io non potessi vederlo.
Bevemmo tutta la bottiglia di Coca e mangiammo quasi tutto il formaggio. Mi chiesi se la nuova fidanzata di Reuben - che a quanto pareva lo aveva portato per un appuntamento in un juice bar - avesse mai bevuto svariate pinte di sidro e perso i sensi su un prato con uno sconosciuto, per poi fare uno spuntino a base di formaggio e Coca. Scoprii che non poteva importarmene di meno.
In quel momento mi sentivo a casa. Non solo con Eddie ma l, in quella valle dov'ero cresciuta. Per la prima volta da quand'ero ragazza, mi sembr di essere in un posto a cui appartenevo.
La nostra valle segreta alla fine si rinfresc, man mano che il sole rovente andava a nascondersi dall'altra parte del mondo. Al crepuscolo una volpe attravers rapida il parcheggio. La gente andava e veniva in piccoli gruppi, tra l'acciottolio di bicchieri e posate smorzato dal pigro fruscio degli alberi. Stelle luminose punteggiavano un cielo d'inchiostro.
Eddie mi teneva la mano. Eravamo tornati al nostro tavolo. Avevamo mangiato qualcosa... lasagne? Non ricordo pi. Mi parl della madre e della depressione che stava di nuovo peggiorando. Di l a una settimana sarebbe andato in vacanza in Spagna con un amico e temeva di lasciarla sola, anche se lei gli aveva detto di non preoccuparsi.
Mi sembra che tu sia molto buono con lei, gli dissi. Lui non rispose, ma sollev le nostre mani intrecciate e mi baci sulle dita.
Il pub stava per chiudere di nuovo, definitivamente, e anche se non ne avevamo parlato, anche se formalmente ero ancora sposata, anche se non ero mai andata a casa di un uomo appena conosciuto - soprattutto in un fienile sperduto - era chiaro che sarei andata a casa sua.
Usando la luce del mio telefono, perch il suo era cos malmesso che la torcia non funzionava pi, percorremmo tenendoci per mano il silenzioso sentiero lungo il canale, passando accanto a chiuse dimenticate e bacini d'acqua nera.
Mi fece entrare nel suo fienile da eremita, che era davvero in una radura del bosco, circondato da bellissimi ippocastani e dal debole luccichio del cerfoglio selvatico, per non c'erano elfi, satiri o fate dai capelli di seta; solo una vecchia Land Rover militare e un fazzoletto di prato buio, verso cui Eddie lanci uno sguardo sospettoso mentre tirava fuori le chiavi. Steve? mi parve di sentirlo mormorare. Non gli feci domande.
Apr la porta. Entra, disse, senza che nessuno dei due riuscisse a guardare l'altro.
Mentre passavamo tra i macchinari immobili del laboratorio annusai l'odore pungente di legno tagliato e immaginai Eddie l dentro a piallare, martellare, incollare, segare. A creare cose bellissime da bellissimi materiali con le sue grandi mani abbronzate. Immaginai quelle mani sulla mia pelle e mi sentii alquanto confusa.
Superammo una pesante doppia porta - indispensabile, mi disse, per tenere a bada la segatura - e salendo una rampa di scale arrivammo in un ampio spazio senza pareti, pieno di vecchie lampade, travi ombrose e sommessi scricchiolii. Fuori gli alberi ondeggiavano lenti, neri sullo sfondo nero, e una nube filiforme vagava davanti al fanale della luna.
Andai a prendere un bicchier d'acqua in cucina e sentii Eddie dietro di me. Rimasi l per un attimo, con gli occhi chiusi, ad ascoltare il suo respiro sulla mia spalla nuda. Poi mi girai e mi appoggiai al lavandino. E lui mi baci.


Capitolo 7.

Ciao.
Devo dirti che sono sposata. E ho la sensazione orribile che tu lo sappia gi.
Quando ti ho detto che ero single, non era una bugia. E non era assolutamente una bugia quando ti ho detto cosa provavo per te.
Io e Reuben ci siamo separati circa tre mesi fa. Ci ha divisi il fatto che non potevo dargli un figlio, ma secondo me sapevamo entrambi da tempo che eravamo arrivati al capolinea.  una lunga storia - troppo lunga per Messenger - ma per lui  stata molto pesante.
Quando mi ha chiesto di parlarne, io mi sono sentita orribilmente sollevata; sapevo gi che cosa mi avrebbe detto. Avrei solo voluto trovare io il coraggio di dirlo, anni prima. Sono rimasta seduta davanti a lui con in mano il caricatore del telefono, arrotolandomi il cavo attorno alle dita finch lui non me l'ha tolto, e poi ho pianto, perch sapevo che ne aveva bisogno.
 per questo, Eddie?  perch sono sposata che non mi hai chiamato? Se  per questo, ti prego, cerca di ricordare com' stato quando eravamo insieme. Tutto quanto. Ogni bacio, ogni parola, tutto.
Lessi il messaggio tre volte e poi lo cancellai da cima a fondo.
Caro Eddie, scrissi invece.
Temo tu abbia saputo che sono sposata. Vorrei proprio avere la possibilit di spiegarti tutto, faccia a faccia, ma voglio farti sapere subito che sposata non lo sono pi: il sito non  aggiornato. Io ero, e sono tuttora, single. E voglio vederti, scusarmi e spiegare.
Sarah
Tommy, Jo e Rudi erano andati da un pezzo. Io ero rimasta accoccolata sul sedile posteriore dell'auto per quasi mezz'ora.
A quel punto dovevo scendere anch'io.


Capitolo 8.

Tommy parlava al microfono su una tristissima pedana in mezzo al nostro vecchio campo sportivo. Faceva finta di trovare divertente che l'impianto punteggiasse il suo discorso di rumori fastidiosi.
Osservai la gente che si era radunata. Perch Mandy e Claire erano venute? Non avevano di meglio da fare? Ero angosciata. Non sopportavo l'idea di vederle. Non in questo stato.
Ehi. Dal nulla apparve Jo. Come stai?
Benissimo.
Andr tutto bene, disse piano. Se anche Tommy pensa di doversi fermare un po', sar tutto finito entro un'ora. E io ti tengo d'occhio.
Ascoltammo in silenzio Tommy che parlava di Matthew Martyn. Una fonte d'ispirazione per i suoi allievi... Ha lavorato indefessamente per questo progetto... La cosa bella  proprio lavorare con persone come Matt...
Senti, ehm... sono arrivate?
Jo mi prese sottobraccio. Non lo so, Sarah, rispose. Non so che aspetto abbiano.
Annuii cercando di respirare a fondo.
Che cosa facevi l fuori? domand. Stavi nascosta sotto i sedili?
In pratica, s. Ho mandato un messaggio a Eddie. Sul mio matrimonio. Poi mi sono messa troppo trucco. E adesso sono qui.
Ci fu un breve scoppio di applausi, e voltandoci vedemmo Tommy passare il microfono a Matthew Martyn. Era uno di quegli uomini che hanno passato tanto tempo a farsi i muscoli da dover tenere le braccia un po' staccate dal corpo, come i pinguini. Lui e Tommy si diedero delle pacche sulle spalle mentre si scambiavano di posto.
Okay, disse Jo. Sar bene che vada ad aspettarlo. Dopo il discorso di Matthew bisogna socializzare. La guardai allontanarsi con un senso d'impotenza.
Dopo qualche minuto si avvicin Rudi, con un bicchiere di champagne in mano. Si muore di noia, disse.
Lo so.
E Tommy  strano.
Perch  nervoso, dissi togliendogli il bicchiere. Ma tu non fai mai il bravo?
No. Rudi sorrise, poi indic una pista da corsa che ai miei tempi non esisteva. Sulle corsie pi vicine a noi erano disposti degli ostacoli. Posso andare a saltare quei cosi l?
S, ma solo quelli pi bassi.
Grande! Corse via.
Mentre mi guardavo di nuovo intorno, i brutti ricordi mi colavano sulla pelle come sudore. Lo odiavo, quel posto. E, per quanto fosse da immaturi, odiavo Matthew Martyn. Non m'importava quanti anni avesse allora: aveva fatto piangere un altro ragazzo, tutte le volte che poteva, e ne aveva tratto piacere. E adesso parlava come se l'avesse ideato lui il progetto, non Tommy.
Ero a met dello champagne di Rudi quando vidi Mandy e Claire nelle ultime file. A dieci metri da me, forse meno.
Distolsi bruscamente lo sguardo prima che mi vedessero, portando con me qualche dettaglio: un vestito azzurro e giallo, una frangia, una schiena grassa sotto la spallina di un reggiseno. Abbassai il bicchiere muovendo il braccio come un robot in una brutta animazione. Arrossii di colpo.
Proprio allora: Sarah Harrington? Sei tu? sussurr una voce vicino alla mia spalla sinistra.
Girandomi mi trovai faccia a faccia con la mia insegnante d'inglese, la professoressa Rushby. Adesso aveva i capelli brizzolati, ma sempre raccolti nell'elegante chignon che prima o poi avevamo provato tutte a copiare.
Oh, salve! sussurrai con voce isterica.
La professoressa Rushby, senza che me l'aspettassi, mi abbracci stretta. Avrei voluto farlo tanto tempo fa, ma sei partita subito per l'America. Come stai, Sarah? Come vanno le cose?
Benissimo! mentii. E lei come sta?
Molto bene, ti ringrazio. Sono contenta di vederti. Speravo proprio che in California ti andasse tutto bene.
Rimasi commossa. Non solo perch mi aveva pensato, ma anche solo perch si ricordava di me. In effetti quando me n'ero andata non ero proprio una studentessa anonima.
Dopo un attimo, con la professoressa Rushby che mi proteggeva dalla gente, iniziai a sentirmi un po' pi tranquilla. Feci un paio di battute e quando lei rise ebbi un patetico sprazzo di felicit. Si perdeva mai il desiderio di fare colpo sul proprio insegnante preferito? mi chiesi. Erano passati pi di diciannove anni da quando ero nella sua classe, ed eccomi qui che provavo a fare battute intelligenti sul teatro elisabettiano.
La Rushby, per fortuna, cambi argomento quando si accorse che non mi ricordavo il nome di John Webster. Mi disse che quando era stata in vacanza in California con la sua famiglia aveva visto un notiziario che parlava della mia attivit. Vi occupate dei bambini che stanno in ospedale, vero? Con i clown?
Potevo passare su un territorio ancora pi sicuro: il lavoro. Perci mi rilassai. Sono clown di corsia, spiegai come gi mi era capitato di fare mille volte, non semplici clown. Sono formati per dare sostegno ai bambini, addolcire la loro esperienza in ospedale, rendere l'ambiente medico meno severo.
Mentre parlavo lanciai uno sguardo in direzione di Mandy e Claire, che erano rimaste in fondo al pubblico. Il vestito azzurro e giallo e la frangia appartenevano a Mandy; la schiena grassa a Claire. La sua figura un tempo minuta e angolosa si era allargata di almeno trenta chili rispetto ai tempi della scuola, evento che all'epoca avrei invocato con ardore e che adesso mi lasciava indifferente. Guard verso di me, ma solo per un attimo.
La professoressa Rushby si allontan. Per un attimo mi ritrovai a met degli anni Novanta, adolescente in bilico tra insicurezza e tracotanza, sfinita dalla fatica di vivere. Con una smagliatura nelle calze e spalmato in faccia il sottile tentativo di un sorriso. Tutta impegnata a entrare nelle grazie di Mandy Lee e Claire Peddler.
Senza la professoressa Rushby mi sentivo persa e pensai di controllare i messaggi di Facebook. Assunsi un'espressione tesa e concentrata, come se stessi rispondendo a un'importante email di lavoro.
Da Eddie nessuna risposta.
Misi via il telefono e cercai Rudi, che stava per misurarsi con un ostacolo troppo grosso. Rudi, lo chiamai. No! Feci il gesto di tagliarmi la gola.
Posso farcela, grid lui.
No, invece, risposi io.
S invece!
Se ti muovi di un centimetro verso quell'ostacolo, Rudi O'Keefe, dico alla mamma che hai usato la sua password.
Mi fiss incredulo. La zia Sarah non poteva essere cos cattiva!
Rimasi inflessibile. Certo che la zia Sarah poteva essere cattiva.
Rudi torn tutto arrabbiato agli ostacoli pi piccoli e in quel momento notai qualcuno che lo osservava dall'isola erbosa al centro della pista. Una persona snella, giovanile, che portava jeans informi e un impermeabile color cachi, col cappuccio alzato bench non piovesse pi. Un ragazzo dell'ultimo anno? Un fotografo? Dopo qualche istante mi resi conto che il suo sguardo non era rivolto a Rudi ma alla mia parte del campo sportivo. In effetti sembrava stranamente che stesse guardando me.
Aguzzai la vista. Maschio? Femmina? Non si capiva. Per un secondo mi chiesi se fosse Eddie, ma lui era pi grosso e molto pi alto.
Mi girai di nuovo per assicurarmi che non ci fosse qualcun altro ad attirare il suo sguardo. Non c'era. All'improvviso la figura inizi ad allontanarsi verso un nuovo cancello d'ingresso che dava sulla strada principale.
Scusami, Sarah. La professoressa Rushby era tornata. Dai, parlami di tuo marito. Ho visto anche lui in televisione; sembra un tipo in gamba.
Mi guardai ancora una volta alle spalle, e proprio allora la persona con l'impermeabile fece lo stesso. Era me che guardava. Di sicuro. Ma dopo una frazione di secondo si gir e usc dal recinto della scuola.
In strada si sent il ronzio di un bus elettrico e dalle nuvole filtrarono sottili raggi di sole. Sentii un senso di fastidio nella pancia. Chi era quella persona?
La Rushby si intrist quando le dissi che Reuben e io ci eravamo appena separati. Dirigiamo ancora l'attivit insieme.  una situazione molto amichevole e tranquilla.
Mi dispiace. Si accigli, contrita. Non avrei dovuto chiedertelo.
Non si preoccupi. Avrei voluto dirle che non avevo problemi a parlare di Reuben. Ma perch una persona col cappuccio mi stava guardando? Era questo che volevo sapere.
Ma sono sicura che troverai la felicit con un altro.
Lo spero! dissi. E aggiunsi, un po' scriteriatamente: In realt c' un altro ma...  una situazione difficile.
La professoressa rimase interdetta. Ah davvero, disse.
Ma che diavolo mi capitava? Era il primo tentativo di conversazione normale in due settimane, e guarda cosa combinavo! Mi scusi, sospirai. Le sembrer di parlare con una delle sue allieve.
Certe cose non cambiano mai, disse con gentilezza.
Non mi veniva pi in mente niente da dire, cos mi scusai di nuovo.
Sarah, se non avessimo migliaia di anni di letteratura sulle pene d'amore e sulla conseguente perdita di s io sarei disoccupata.
S, pensai tristemente. Era proprio cos. La perdita di s. Come avrei mai potuto ammettere che preferivo l'idea che Eddie fosse morto al fatto che avesse semplicemente cambiato idea? Ero un mostro.
Mi mancava Sarah Mackey, quella che era cos normale.
Ahhhh!
Mi voltai di scatto. Rudi doveva aver saltato l'ostacolo troppo alto. Era rannicchiato a terra e si teneva una gamba con le mani.
Oh, cazzo, sibil Jo nel silenzio che segu. Corse da lui e tutti quanti - genitori, insegnanti, giornalisti, la squadra sportiva di Martyn, per non parlare di Martyn stesso - si voltarono come un sol uomo, lanciando sguardi di disapprovazione verso il fondo del campo. Chi era quella donna arrivata con Tommy? Perch suo figlio non era a scuola? E perch diceva certe parole?
Che classe, disse una voce femminile. L'avrei riconosciuta ovunque: era Mandy Lee.
Mi affrettai a raggiungere Rudi che continuava a strillare e aiutai Jo a esaminargli la gamba. Mamma, piagnucol, una parola che non gli sentivo usare da anni. Jo lo cull baciandolo e dicendogli che andava tutto bene. Un uomo alto dalla faccia aguzza arriv a grandi passi e annunci a Jo che era il responsabile del primo soccorso.
Mi faccia dare un'occhiata, disse, e il pianto di Rudi arriv a somigliare a una sirena. Anche negli incidenti voleva dare il massimo.
Dopo che Jo ebbe portato via Rudi in un taxi diretto al pronto soccorso di Stroud, sgattaiolai in bagno con la vaga idea di provare a ricompormi.
Passai la mano sulla parete di mattoni sapendo che, sotto vari strati di pittura, c'era il mio nome inciso accanto a quello di Mandy e Claire e alla fiera dichiarazione che nulla ci avrebbe mai separate. Assurdo, dato che, pochi giorni dopo aver confidato la nostra indivisibilit alla parete dei bagni, le due ragazze avevano deciso di espellermi dal loro gruppo per un'intera giornata e io mi ero rifugiata con il mio pranzo in bagno, in quello stesso box: fuori pioveva e non sapevo dove andare. Mi torn in mente l'ondata di infelicit che mi aveva preso quando, sentendo il fruscio del mio pacchetto di patatine, una ragazza - non avevo mai capito chi - aveva sbirciato sotto la porta per vedere che cosa facessi.
Tirai l'acqua pensando alla persona non identificabile che prima si era fermata a osservarmi con il cappuccio alzato. Chi poteva mai sapere che quel giorno mi trovavo a Stroud, a parte Eddie? Era poi vero che quella persona stava guardando me? E, se s, perch?
Prima di uscire dal box controllai Messenger, ma non c'erano risposte da Eddie. Risultava che non si fosse pi connesso dal giorno in cui ci eravamo conosciuti. Forse Jo aveva ragione, pensai. Forse avrei dovuto scrivere un post pubblico sulla sua bacheca. L'unica cosa che mi fermava, dopotutto, era la paura di quello che avrebbe pensato la gente. Di quello che avrebbe pensato Eddie. E se ero sicura che gli fosse successo qualcosa, quella doveva essere l'ultima delle mie preoccupazioni.
Ma poi arriv la risposta.
Dovevo farlo. Se davvero Eddie si stava decomponendo in un fosso, se davvero era affogato nello stretto di Gibilterra, il mio atteggiamento era troppo distaccato.
Aprii la sua pagina Facebook, feci un bel respiro e scrissi.
Qualcuno ha visto Eddie negli ultimi giorni? Non riesco a contattarlo e sono un po' preoccupata. Fatemi sapere se avete sue notizie. Grazie.
Prima di potermi fermare, pubblicai il post.
All'improvviso il bagno si riemp di chiacchiere stridule, cerniere dei ncessaire che si aprivano, portacipria che scattavano. Diverse donne che parlavano facendo una smorfia mentre si mettevano il rossetto. Risero strillando per il fatto che dopo tanti anni erano tornate a rifarsi il trucco negli specchi dei bagni della scuola, e anch'io involontariamente sorrisi.
E poi una disse: Avete visto Sarah Harrington? Questa s che  una sorpresa.
Arriv la voce di Mandy: Davvero! Coraggiosa a farsi vedere cos all'improvviso.
Mormorii d'assenso. Mi presti il tuo mascara? Il mio fa i grumi. Rubinetti aperti e richiusi; l'inutile sbuffo dell'asciugatore che non aveva mai funzionato.
A essere sincera, sono rimasta un po' male a vederla, disse Claire. Volevo solo passare un bel pomeriggio, stare vicina a Matt... non so se mi spiego.
Non so se mi spiego: anch'io per un po' avevo usato quella frase, per essere come loro.
S, disse Mandy. Ovviamente lei ha il diritto di esserci come chiunque altro, ma... non  facile. Per noi, quantomeno.
Claire si disse d'accordo.
Prima ha fatto finta di non vedermi, disse Mandy. Perci mi sono adeguata. Ti conviene fare lo stesso, Claire, se la cosa ti stressa. Ecco che prendeva il comando, come faceva sempre a scuola. Domani facciamo finta di non vedere Claire. Facciamoci delle carte d'identit false. Ma tu no, Sarah; non sembri abbastanza grande. Adesso ho troppe cose a cui pensare... non ho lo spazio mentale per Sarah Harrington.
Altri mormorii di approvazione.
Poi Claire disse in tono frivolo: Tommy Stenham  proprio in forma, no?
Quella era la sua specialit: inserire qualche poveraccio tra gli argomenti di conversazione - tono innocuo, intenzioni letali - e aspettare trepidante che Mandy dicesse la sua.
Davvero, concord Mandy, ma la sua fidanzata mi ha lasciato un po' perplessa, aggiunse quasi ridendo.
Io cercavo di respirare senza far rumore.
Oh, non  lei, disse Claire. La sua fidanzata Matt l'ha vista in foto. Fa l'avvocata, e pare sia molto pi bella della tipa col bambino.
Mandy comment: Be', la vera sorpresa  che ce l'abbia, una fidanzata!
Risatine perfide. Ancora i rubinetti. E poi cominciarono a rievocare compiaciute tutte le cose che i compagni di scuola una volta dicevano di Tommy. Ridendo forte ammisero che era stata una cosa crudele. Ormai erano lanciate: parlarono della lunghezza del vestito di Jo, delle proporzioni generose del suo corpo, dello spettacolo imbarazzante che aveva dato Rudi, e io ribollivo. Sentirle parlare di me era stato brutto, ma nulla pi di quello che immaginavo da anni. Ma Tommy? Jo? No.
Spalancai la porta e le affrontai: una fila di trentasettenni con la loro accurata messa in piega, i loro profumi e i vestiti che non avrebbero mai ammesso di aver comprato apposta per quell'occasione. Si girarono tutte, con il mascara in mano e il lucidalabbra che brillava vischioso. Tutte mi fissarono, e io ricambiai.
E non dissi niente.
Sarah Mackey, nota oratrice, lobbista, attivista, rimase per un attimo in silenzio davanti alle sue vecchie amiche, e poi scapp.


Capitolo 9.

Giorno otto: il giorno in cui andai via
Questa  stata la settimana pi bella della mia vita, disse Eddie il giorno in cui andai via da casa sua.
Era una cosa di lui che adoravo. Sembrava che dicesse sempre quello che pensava, senza reticenze. Il che per me era una novit, perch in Inghilterra, di solito, di reticenze ne incontravo parecchie.
Sorridendo mi prese il viso tra le sue mani grandi e mi baci di nuovo. Il mio cuore era spalancato e la mia vita stava ricominciando.
Mi piacerebbe conoscere i tuoi, disse, perch sembrano persone simpatiche, e perch hanno fatto te. Ma non mi dispiace che siano dovuti andare via.
Sono d'accordo. Gli passai un dito sul braccio.
Sembra veramente un atto della provvidenza: ero l nella piazza del paese a parlare con una pecora e tu sei entrata nella mia vita, come se fossi stata tra le quinte in attesa di quel momento. E poi sei venuta al pub e... hai deciso che ti piacevo. Sorrise. O cos mi  parso.
E anche molto. Allungai una mano infilandola nella tasca posteriore dei suoi calzoni corti. Non si pu negare.
Per l'ultima volta... disse. Mi porse un fiore di biancospino preso dal vaso sul davanzale. La primavera era stata lenta e i fiori cospargevano ancora gli alberi come panna montata. Per l'ultima volta: devo annullare questa vacanza?
No, mi costrinsi a dire. Feci ruotare il piccolo stelo tra le dita. Vai e divertiti un sacco. Mandami i dettagli del volo di ritorno e fra una settimana ci vediamo a Gatwick.
Hai ragione. Sospir. Normalmente sarei entusiasta al pensiero di una settimana a Tarifa. E posso sempre chiamarti dalla Spagna, no? Non m'importa quanto costa. Lasciami il tuo numero di cellulare e i numeri delle case dove starai in questi giorni. Possiamo sentirci su FaceTime o Skype.
Appoggiato il rametto fiorito sul davanzale, mi venne da ridere mentre sbirciavo tra le crepe del vetro per inserire il mio numero nel suo cellulare malconcio. Sembra che tu ci sia passato sopra con un trattore, dissi.
Metti il numero di casa dei tuoi, disse lui, e quello della casa dove starai a Londra. Come si chiama il tuo amico? Tommy? Scrivimi anche l'indirizzo, cos ti mando una cartolina. Anche se prima vai a Leicester a trovare tuo nonno, vero?
Annuii.
Allora dammi anche il suo numero e l'indirizzo.
Mi feci una risata. Meglio non rischiare di trovarti al telefono col nonno, credimi. Gli restituii il telefono.
Ti aggiungo anche su Facebook. Apr l'app e digit il mio nome. Questa sei tu? Con una foto sulla spiaggia?
S.
Molto californiana. Mi guard, e sentii una stretta allo stomaco. Oh, Sarah Mackey, sei bella.
Si chin a baciarmi la spalla. Mi baci l'incavo del gomito. Le vene pulsanti alla base del collo. Mi sollev i capelli e baci la spina dorsale sopra lo scollo della maglietta.
Sono pazzo di te.
Chiusi gli occhi e lo annusai. La sua pelle, i vestiti, il sapone che avevamo usato nella doccia. Non riuscivo a immaginare di sopravvivere per sette giorni senza tutto questo. Per quanto avessi amato Reuben, non avevo mai percepito la separazione da lui come un problema di sopravvivenza.
Anch'io. Lo abbracciai forte. Ma penso che tu sappia che mi mancherai. Molto.
Anche tu mi mancherai. Mi baci di nuovo scostandomi i capelli dal viso. Senti, quando torno voglio presentarti i miei amici e mia madre.
Va bene.
E voglio conoscere i tuoi genitori, i tuoi amici inglesi e il tuo terrificante nonno, se verr a stare qui.
Senz'altro.
E a quel punto cercheremo di capire cosa fare, ma in qualche modo dovremo stare insieme, da qualche parte.
S. Tu, io e Topolina. Riportando la mano nella sua tasca sentii il piccolo portachiavi di legno.
Lui rimase un attimo in silenzio, poi disse: Prendila. Tir fuori le chiavi di tasca. Tienila al sicuro fin quando torno. In spiaggia ho sempre paura di perderla.  molto importante per me.
No! Non posso prendere la tua Topolina, non arrabbiarti...
Prendila, insistette. Cos sappiamo che ci rivedremo.
Mi pos l'oggetto nel palmo. Guardai gli occhi neri dell'animaletto, poi quelli di Eddie.
Okay. Chiusi le dita. Se sei sicuro...
Sicurissimo.
Me ne prender cura.
Ci baciammo a lungo, lui appoggiato al pilastro in cima alle scale, io stretta al suo petto. Per evitare che sembrasse un saluto troppo definitivo, avevamo deciso che non mi avrebbe accompagnato alla porta.
Ti chiamo pi tardi, disse. Non so bene a che ora, ma ti chiamo. Promesso.
Sorrisi. Era tenero da parte sua preoccuparsi della vecchia, maligna paura che la telefonata non arrivasse. Ma io sapevo che la sua sarebbe arrivata. Sapevo che avrebbe fatto tutto ci che diceva.
Ciao, disse baciandomi un'ultima volta. Io presi il rametto fiorito e scesi le scale, girandomi solo in fondo. Non guardarmi andare via, dissi. Facciamo che sono solo uscita a prendere il latte.
Lui sorrise. Okay. Ciao, Sarah Mackey. Ci vediamo dopo.
Ci guardammo in silenzio. Io risi di pura felicit. Dillo. Dillo, anche se  una follia, anche se ci conosciamo solo da una settimana. Dillo!
E lui lo disse. Si appoggi di nuovo al pilastro, incrociando le braccia. Sarah, penso di essermi innamorato di te.  troppo?
Io espirai. No.  perfetto.
Ci sorridemmo. Avevamo passato un punto di non ritorno.
Dopo un attimo che mi sembr lunghissimo, gli mandai un bacio e uscii nel mattino assolato.


Capitolo 10.

Ciao.
Oggi mi sei mancata tanto, sorellina.
Mi manca la tua risata ammiccante e le caramelle al latte che compravi sempre con i tuoi risparmi. Mi manca la tastiera che avevi da piccola, quella che suonava quel motivo irritante se premevi il bottone giallo. Facevi finta di essere tu a suonare e continuavi a ridacchiare, pensando di avermi ingannato.
Mi mancano le tracce delle tue incursioni in camera mia. Mi manca quel tuo modo di spalmare la marmellata fin oltre la crosta per coprire tutto il pane.
Mi manca sentirti dormire. A volte interrompevo la mia routine di tormenti adolescenziali e venivo ad ascoltare alla tua porta. Respiri sommessi. Stelle sul soffitto. Il fruscio della tua trapunta con l'astronave, che avevi voluto a tutti i costi anche se il commesso diceva che era da maschi.
Oh, Riccio mio. Quanto mi manchi.
Le cose non mi vanno tanto bene al momento. Non so pi cosa fare; mi sembra di perdere la ragione.
Speriamo di no, eh?
Comunque, ti voglio bene. Sempre. Scusa se non ho trovato niente di pi allegro da dire.
Baci da me


Capitolo 11.

Se non rispondo al cellulare, sar probabilmente al mio laboratorio nel Gloucestershire, diceva la pagina dei contatti sul sito di Eddie. L ho solo l'essenziale: una stufa a legna, un bollitore irascibile e una scrivania, non ci sono altre comodit. Per c' un telefono, in caso di attacco da parte di orsi o banditi. 01285...
Evidenziai il numero e apparve sul telefono il pulsante Chiama.
Sarah? Era Jo che mi chiamava dalla cucina. Puoi controllare questa zuppa?
Arrivo! Prima di uscire dal bagno toccai il pulsante.
Il telefono inizi a squillare mentre l'adrenalina montava, premendo contro la pelle come il gas di un palloncino troppo gonfio. Mi appoggiai alla parete sperando che non rispondesse, poi che rispondesse. Cos'avrei detto se ci fossimo parlati? Cos'avrei fatto in caso contrario?
Salve, parla Eddie David, mobili artigianali. In questo momento non posso rispondere. Lasciate un messaggio e vi richiamer al pi presto, oppure provate sul cellulare.
Riattaccai e tirai lo sciacquone. Non sapevo se sarebbe mai finita.
*
Erano diciannove anni che passavo il mese di giugno in Inghilterra. Di solito stavo tre settimane nel Gloucestershire con i miei genitori e una settimana a Londra, da Tommy. Questa volta, per, era stato tutto molto diverso. Il fatto che il nonno si fosse trovato all'improvviso completamente immobilizzato aveva impedito a mamma e pap di tornare a casa. Bloccati a Leicester, a tre ore di macchina, dividevano il loro tempo fra accudirlo, resistere alla tentazione di ucciderlo e trovare un badante che a sua volta resistesse alla tentazione di ucciderlo. I pochi momenti liberi li passavano al telefono con me. Ci dispiace tanto non essere a casa, aveva detto infelice mia madre. Non  che per caso potresti fermarti un po' di pi?
Avevo pensato di fermarmi altre due settimane e avevo spostato il volo di ritorno al 12 luglio. Avevo promesso a Reuben di ricominciare a lavorare a distanza appena finito il mese di vacanza, e per provarlo avevo accettato l'invito a parlare a un convegno sulle cure palliative organizzato dal nostro amministratore inglese.
Finch non dovevo lavorare, comunque, sarei rimasta a Londra. La prospettiva della casa dei miei vuota - con quella di Eddie a un paio di chilometri di distanza - era troppo deprimente. Zoe era stata via per diversi giorni, quindi eravamo rimasti spesso soli io e Tommy: esattamente ci di cui avevo bisogno.
Ma ora la padrona di casa era tornata, reduce da una tavola rotonda all'Unione europea sulla regolamentazione delle nuove tecnologie: stanca ma impeccabile, la trovai in cucina con una camicetta di seta senza maniche, a mescolare il ramen che avevo preparato per darle il bentornato.
Mi fermai imbarazzata sulla soglia a osservarla. Era una di quelle persone che non hanno bisogno di un grembiule nemmeno vestite di seta. Una donna precisa ed essenziale, Zoe Markham, non solo nelle parole ma anche nei movimenti. In effetti, se non fosse stato per il suo comportamento con Tommy nel primo anno della loro storia, non sarei nemmeno stata in grado di giurare che fossimo della stessa specie. Allora aveva un rassicurante lato umano; non riusciva a togliergli le mani di dosso, lo obbligava a fare selfie sentimentali e aveva addirittura assunto un fotografo professionista perch li riprendesse quando si allenavano insieme.
Ah, Sarah, disse alzando gli occhi. Ho salvato io la cena. Mi fece un sorriso che ricordava un ghiacciolo.
All'idea di una Zoe che si nascondeva in bagno per chiamare il posto di lavoro di un uomo alle otto di sera - nonostante lui non si facesse sentire da tre settimane - mi venne da ridere.
Mi fece eco Tommy, che non aveva idea di che cosa mi passasse per la mente, ma quella sera era molto nervoso.
Mentre servivo la zuppa Zoe rest immobile, seduta a guardarmi con i suoi occhi grigi. Era una delle cose di lei che mi inquietavano. La mancanza di conversazione, quell'incessante osservare (Tommy una volta aveva sostenuto che era questa qualit a renderla un'avvocata di successo: Non le sfugge niente, aveva detto, come se fosse una qualit imprescindibile).
Ho sentito che ti struggi per un uomo, disse.
Non credo che 'struggersi' sia la parola giusta, comment rapida Jo.  pi che altro... confusa.
Zoe fece ruotare gli occhi verso Jo, ma non disse nulla.
Ero rimasta sorpresa di veder arrivare Jo quella sera. Zoe non le stava simpatica e non le era mai venuto in mente di nascondere la cosa (anch'io non andavo pazza per Zoe, ma mi ero ripromessa di fare uno sforzo. La fidanzata di Tommy aveva perso entrambi i genitori nel 1987 nell'incendio di King's Cross, e questo le dava il diritto a un po' di comprensione in pi).
Zoe si mise una ciocca di capelli biondo platino dietro l'orecchio. Insomma, che succede?
I fatti sono quelli che ti avr riferito Tommy. Siamo stati insieme una settimana.  stata... una cosa speciale. Lui doveva partire per una vacanza e ha detto che mi avrebbe chiamato prima di prendere l'aereo, invece non l'ho pi sentito. Sono convinta che gli  successo qualcosa.
Zoe si accigli leggermente. Per esempio cosa?
Feci un sorriso stanco. Ho gi fatto impazzire Tommy e Jo con le mie teorie. Forse non  il caso di tornarci sopra.
Non  vero, disse Tommy. Siamo increduli come te, Harrington.
E Jo, che non era incredula per niente, ma che non voleva certo stare dalla parte di Zoe, si disse d'accordo.  un bel mistero. Sarah sulla sua pagina Facebook ha chiesto se qualcuno ha sue notizie, ma nessuno ha risposto. Lui non  online su WhatsApp o Messenger da settimane, e non ha aggiornato i social medias.
Si dice media. Zoe sorrise.  gi plurale. Con un abile movimento del polso arrotol una porzione di vermicelli. Continu a mangiare, pensierosa. Lascialo perdere, disse poi con decisione. Mi sembra un debole. Tu meriti di meglio, Sarah.
La conversazione si spost sugli attentati in Turchia, ma dopo pochi minuti mi resi conto che i miei pensieri erano tornati a Eddie.
Ma cosa mi  successo? mi chiesi disperatamente. Chi sono diventata?
Per quanto mi sforzassi, per quanto gravi fossero gli eventi che mi circondavano, sembravo capace di concentrarmi su una cosa sola.
Forse dovr lasciarlo andare. Dovr accettare che ha cambiato idea e basta.
Quel pensiero mi paralizzava. Eppure da quando ci eravamo salutati erano passate tre settimane, e in tutto questo tempo non avevo avuto sue notizie. E nessuno aveva risposto al mio appello su Facebook, anzi, pareva che nessuno se ne fosse accorto.
L'abbiamo persa di nuovo, disse Zoe.
Arrossii. No, no, stavo pensando alla Turchia.
A tutti  capitato di amare qualcuno e di perderlo, disse brusca Zoe. E almeno ti si  abbassato l'indice di massa corporea.
Rimasi perplessa. Oh, davvero?
Non era impossibile. Non avevo appetito ed ero uscita a correre tutti i giorni, giusto per trovarmi alle prese con un tipo diverso di dolore al petto.
Potrei calcolare l'IMC di qualsiasi donna del pianeta al primo sguardo. Zoe sorrise.
Non osai guardare Jo, ma ero sicurissima che Potrei calcolare l'IMC di qualsiasi donna del pianeta al primo sguardo sarebbe diventato un tormentone.
 il principale beneficio del mal d'amore, continu Zoe. Dimagrire, tonificare i muscoli. Ti trovo benissimo! Accavall le gambe perfettamente magre e toniche e pesc un gamberetto dalla ciotola.
Mentre sparecchiavo la tavola ero esausta. Troppo per scartare i cioccolatini artigianali che avevo comprato con l'idea di fingere di averli fatti io. E persino per controllare attentamente Facebook mentre facevo il caff.
Infatti stavo fissando il profilo di Eddie da un po' quando mi accorsi che finalmente qualcuno aveva risposto al mio appello. Due persone. Lessi i loro commenti una, due, tre volte, poi attraversai la stanza e misi il telefono sotto gli occhi di Tommy.
Anche lui lesse e rilesse i commenti prima di passare il telefono a Zoe, che li scorse senza dire niente e porse il cellulare a Jo.
In testa avevo un tornado di pensieri.
Forse ti dobbiamo delle scuse, Harrington. Tommy lanci un'occhiata a Zoe, che probabilmente non si era mai scusata con nessuno in vita sua.
Avevo un caldo tremendo. Mi tolsi il cardigan che cadde per terra. Mentre mi chinavo a raccoglierlo sentivo la testa pulsare. Che cazzo di caldo faceva?
Per la miseria, disse Jo alzando gli occhi dal telefono. Forse avevi ragione.
Ma dai! Zoe si mise a ridere. Questo non significa niente!
Per la prima volta che io ricordassi, Tommy la contraddisse. Non sono d'accordo. Secondo me cambia tutto.
Nel pomeriggio uno che dal nome non riconoscevo, Alan qualcosa, aveva commentato il mio post:
Ho appena visitato il suo profilo per lo stesso motivo e ho visto il tuo post, Sarah. L'altra settimana  sparito dopo aver disdetto la vacanza che dovevamo fare insieme. Hai ricevuto qualche notizia nel frattempo? Fammi sapere.
Poi un altro tipo, un certo Martin, aveva scritto:
Mi chiedevo la stessa cosa.  qualche settimana che alle partite non si fa vedere. Va bene che non  famoso per la puntualit, ma questo le passa tutte. Mi spiace dover dire che stasera ci hanno massacrato, 8 a 1. Un episodio vergognoso nella nostra lunga e magnifica storia calcistica. Deve tornare.
Qualche secondo dopo, lo stesso Martin aveva postato una foto di Eddie con la scritta:
Trovate quest'uomo. #DovWally
E tra parentesi:
Non mi va gi che non si possa mettere l'apostrofo negli hashtag.
Fissai la foto di Eddie con una birra in mano.
Ma dove sei? mormorai spaventata. Che cos' successo?
Nel silenzio che segu, il mio telefono squill.
Tutti mi guardarono.
Osservai il display: era un numero privato. Pronto?
Ci fu un silenzio - un silenzio umano - e poi cadde la linea.
Hanno attaccato, dissi agli altri.
Forse hai ragione, disse Jo. Qui sta succedendo qualcosa di veramente strano.
Capitolo 12.

Giorno due: il mattino dopo
Avrei dovuto essere prostrata dal jet-lag, dalla stanchezza e magari dai postumi dell'alcol; di sicuro poco interessata ad alzarmi prima di mezzogiorno. Invece mi svegliai alle sette e mi sentivo pronta a conquistare il mondo.
Lui era accanto a me, addormentato. Eddie. Allung una mano che si pos sul morbido sostegno della mia pancia. Stava sognando. Ogni tanto la mano sul mio ombelico aveva uno scatto, come una foglia mossa da un vento intermittente.
Il fondo delle tendine vibrava mentre il mattino entrava silenzioso dalla finestra aperta. Inspirai una gran boccata d'aria, attinta direttamente dalla vallata come acqua da una fonte, e mi guardai intorno. Topolina, con le chiavi di Eddie, era posata su un'antica cassettiera da viaggio.
Certo, quell'uomo lo conoscevo appena. Lo avevo incontrato meno di ventiquattr'ore prima. Non sapevo come preferiva le uova a colazione, cosa cantava nella doccia, se sapeva suonare la chitarra, parlare italiano o disegnare. Non sapevo quali band gli piacevano quand'era ragazzo o come avrebbe votato al referendum.
Eddie David lo conoscevo appena, eppure mi sembrava di conoscerlo da anni. Mi sembrava che ci fosse stato anche lui quando correvo in giro per i campi con Tommy, Hannah e la sua amica Alex, a costruire covi e sogni. Quella notte, esplorare il suo corpo era stato come tornare qui nella valle; tutto era bello, familiare, e uguale a come l'avevo lasciato.
La prima volta a letto con Reuben era stata confusa, breve e piena di aspettative; l'unione di due anime sperdute in una camera degli ospiti, con il rombo dell'aria condizionata e sul lettore cd una colonna sonora scelta con attenzione. All'epoca era stata una cosa importantissima, ma negli anni a seguire avevamo sorriso maliziosamente ripensando a com'era andata. Stavolta invece non c'era stato alcun disagio; niente gesti maldestri o domande imbarazzate. Mi morsi un labbro mentre guardavo sorridendo il viso addormentato di Eddie.
Emise una specie di sbuffo, si stir e si volt avvicinandosi. Non si svegli, ma alz il braccio piegandolo intorno a me. Chiusi gli occhi affidando alla memoria la sensazione della sua pelle sulla mia, il dolce peso della sua mano.
Il mondo e i suoi problemi irrisolvibili sembravano molto lontani.
Mi riaddormentai.
Quando mi svegliai di nuovo, era mezzogiorno passato e nell'aria aleggiava un intenso odore di pane.
Mi misi addosso una felpa di Eddie e passai dalla camera da letto nel grande spazio del soggiorno. La luce entrava da lucernari e finestre polverose tenuti insieme da un sistema di vecchie travi piene di chiodi, buchi e ganci arrugginiti.
Eddie era in cucina, all'altro capo della stanza, e parlava al telefono. Dal ripiano che stava spolverando con la mano libera si alzava una sottile polvere di farina che form una nuvoletta illuminata dal sole.
Okay, disse. Okay, Derek, grazie. S, anche a te. Ci sentiamo presto, ciao.
Dopo un attimo di silenzio si gir ad accendere una radio nascosta dietro ad alcune bottiglie di vetro sul davanzale. Dusty Springfield stava cantando Son of a Preacher Man.
Il cellulare squill e Eddie lo riprese.
Ciao, mamma. Sciacqu uno straccio e lo pass sul ripiano. Ah,  gi arrivata? Ottimo. S... Rimase un attimo in silenzio appoggiandosi alla cucina. Che bello, divertitevi, okay? Se non ci sentiamo prima, passo da te mentre vado in aeroporto. Un'altra pausa. Certo, mamma. Okay. Ciao.
Mise gi il telefono e si spost andando a guardare fuori dalla finestra.
Ciao, dissi io.
Oh, ciao! Si volt di scatto. Sto facendo il pane! Mi fece un gran sorriso e io mi chiesi se non fosse una specie di sogno, una disperata fuga dalla quotidianit fatta di documenti del divorzio e ricerca di un alloggio. Quell'uomo bello ed esuberante aveva fatto irruzione in una parte del mondo di cui ormai avevo paura, dipingendo ogni cosa a colori vivaci.
Ma non era un sogno, perch il subbuglio che sentivo in petto era troppo grande. Era tutto vero.
C'era un bancone da colazione a separare la cucina dal resto della stanza, un ampio ripiano lucido di un legno bellissimo. Mi sedetti su uno sgabello e Eddie sorrise, gettandosi lo strofinaccio sopra una spalla e avvicinandosi. Si sporse sopra il bancone e rispose alla mia domanda inespressa baciandomi. Stai bene con la mia felpa, disse.
Mi guardai. La felpa era grigia, con i polsini consumati. Aveva il suo odore.
Dusty Springfield cedette il passo a Roy Orbison.
Davvero hai fatto tu il pane? Ha un profumo buonissimo. Poi aggrottai la fronte. Aspetta un attimo. Non sarai una di quelle persone tremende con mille talenti?
Sono una persona che fa molte cose male ma con grande entusiasmo, disse. Puoi definirli 'talenti', ma i miei amici usano espressioni diverse. Avvicin uno sgabello per sedersi dall'altra parte del bancone e spinse un succo d'arancia verso di me.
Sentii le sue ginocchia contro le mie. Dimmi qualcuno dei tuoi non-talenti.
Rise. Vediamo... suono il banjo e l'ukulele. Sto imparando da solo il mandolino, che  pi difficile di quanto pensassi. Ah, e da poco ho imparato a lanciare un'ascia.  stato divertente. Mim il gesto facendo un rumore secco.
Feci un sorriso d'incoraggiamento.
E poi... a volte provo a ricavare degli oggetti dalle pietre calcaree che trovo nei boschi, ma quello mi viene particolarmente male. E il pane lo faccio abbastanza spesso, senza un gran talento neanche l.
Mi misi a ridere. C' altro?
Mi pass un dito sul dorso di una mano. Non metterti in mente che io sia chiss chi, Sarah, perch davvero non  cos.
Al trillo di un campanello si alz per controllare il pane. Eddie aveva un forte senso delle radici, pensai mentre lo immaginavo nel bosco alla ricerca di materie prime da intagliare. Era un po' come se facesse parte di questa valle, come una quercia.
Mi venne in mente all'improvviso che riguardo a Los Angeles io non provavo la stessa cosa. L'amavo, era casa mia. Mi piacevano il caldo, le dimensioni enormi della citt, il senso di anonimato che mi dava. Ma non ero la polvere dei suoi deserti o le onde del suo oceano.
Il pane ha bisogno ancora di un momento, disse Eddie tornando a sedersi. A cosa pensi?
Pensavo a te come un albero e a me come un deserto.
Sorrise. Questo non ci rende molto compatibili.
Non era in quel senso. Piuttosto... Oh, non badarci. Era un'idea bizzarra.
E io che albero ero?
Pensavo una quercia. Antica.
Con la quercia non si sbaglia mai. E a settembre compio quarant'anni, quindi 'antica' va bene.
Stavo pensando che sembri una persona con delle forti radici. Anche se dicevi che spesso lavori a Londra,  come... non so. Come se facessi parte del paesaggio.
Eddie guard fuori dalla finestra. In basso, ciuffi di lavanda si inclinavano alla brezza.
Non ci avevo mai pensato in questi termini, disse. Ma hai ragione. Anche se vado a Londra diverse volte alla settimana per installare una cucina, giocare a pallone o vedere gli amici - e mi ritrovo a pensare: Adoro questa citt - torno sempre nella valle. Non posso farne a meno. Anche tu ti senti cos quando sei via da Los Angeles?
In realt no. Non del tutto. Ma  il posto che ho scelto.
Giusto. C'era una punta di delusione nella sua voce.
Comunque  strano, continuai. Sentendoti parlare di tutte le cose che fai, dei tuoi hobby, mi sono resa conto di quanto mi manchi tutto questo. A Los Angeles puoi farti consegnare qualsiasi cosa, a ogni ora del giorno e della notte. Adesso addirittura coi droni! Ma non mi ricordo l'ultima volta che ho fatto io qualcosa, a parte il mio letto. Raramente faccio sport, non suono uno strumento, non seguo corsi di alcun genere.
Eddie aveva un'aria pensierosa. Ma chi se ne importa degli hobby, se passi tutto il tempo a fare un lavoro che ami? Si arrotol sulle dita una ciocca dei miei capelli.
Mmmh... S, amo il mio lavoro, ma ... impegnativo. Non finisce mai. Anche quando vengo in vacanza in Inghilterra, lavoro.
Eddie sorrise.
Adesso mi ricorderai che posso sempre scegliere.
Si strinse nelle spalle. Senti, non sono in molti ad aver fondato un ente benefico da zero. Ma tutti hanno bisogno di riposarsi. Di non pensare. Ci mantiene umani.
Ovviamente aveva ragione. Io delegavo raramente. Mi tenevo stretto il mio lavoro, mi ci nascondevo sotto: avevo sempre fatto cos, era l'unico approccio che conoscevo. Ma nonostante tutta quell'operosit, ero davvero presente in ci che facevo, nella mia vita, come Eddie sembrava esserlo nella sua?
Questi non sono discorsi da fare con un uomo che conosci da meno di ventiquattr'ore, mi dissi, eppure sembravo incapace di smettere. Erano cose di cui non avevo mai parlato con nessuno, neppure con me stessa. Era come se avessi aperto un rubinetto e non riuscissi pi a chiuderlo.
Non  detto che sia una cosa legata alla citt o al mestiere, dissi. Forse io sono fatta cos. A volte guardo gli altri e mi chiedo come mai non trovo il tempo di fare tutto quello che fanno loro al di fuori del lavoro. Mi tormentai un'unghia. Invece tu... Oh, lasciami perdere. Sto vaneggiando.  che sembra tutto cos naturale, il fatto di essere qui... Il che  strano, perch normalmente, quando torno a casa, non vedo l'ora di ripartire.
Perch?
Te lo spiego un'altra volta.
Va bene. E io ti insegner il banjo. Faccio pena, quindi sarai in buona compagnia. Gir la mano verso l'alto e vi racchiuse la mia. Non m'importa se hai degli hobby. Non m'importa quanto lavori. L'unica cosa che so  che potrei stare a parlare con te tutto il giorno.
Lo guardai meravigliata. Sei fantastico, dissi piano. Ecco, te l'ho detto.
Ci guardammo negli occhi, Eddie si sporse in avanti e mi diede un bacio. Lungo, lento, caldo, come un ricordo evocato dalla musica.
Hai voglia di restare un po'? mi domand dopo. Se non hai niente da fare, intendo. Ti faccio vedere il laboratorio e se vuoi puoi fare un topolino anche tu. Oppure stiamo qui a baciarci. O magari possiamo fare il tiro a segno con Steve, uno scoiattolo un po' stronzo che vive sul mio prato. Mi appoggi le mani sulle gambe.  che... niente, non voglio che tu vada via.
Okay, dissi con un sorriso. Per me va bene. E tua madre...? Non eri preoccupato per lei?
Infatti. Ma di solito non ha crolli improvvisi, pi che altro cali graduali. Mia zia  gi andata a stare da lei perch gioved parto per una vacanza. La terr d'occhio.
Sei sicuro? Se devi andare a trovarla, non fa niente.
Sicurissimo. Sembrava su di morale. Credimi, aggiunse, vedendomi dubbiosa, conosco i segnali.
Immaginai Eddie che osservava sua madre, una settimana dopo l'altra, come un pescatore che osserva il cielo. Okay, dissi. Allora sar meglio che cominci a parlarmi di Steve.
Lui ridacchi e mi tolse dai capelli un pelucco, o forse un insetto. Steve cerca di terrorizzare me e ogni altra specie animale che vive qui. Non so che cos'abbia; pare che passi quasi tutto il tempo nell'erba a spiarmi. L'unica occasione in cui muove le chiappe  se compro una mangiatoia per uccelli. Ovunque l'appenda, lui riesce a fare irruzione e a mangiarsi tutto.
Mi misi a ridere.  un bel fenomeno!
Davvero. Gli sono affezionato, ma allo stesso tempo mi sta antipatico. Ho una pistola ad acqua tipo mitragliatrice: dopo se vuoi la proviamo.
Sorrisi. Una giornata intera con lui e il suo scoiattolo, in un angolo nascosto delle Cotswolds che mi ricordava tutte le cose migliori della mia infanzia - e nessuna di quelle peggiori. Era un lusso.
Diedi uno sguardo alle tracce della vita di quell'uomo. Libri, cartine, sgabelli fatti a mano. Una ciotola di vetro piena di monete e chiavi, una vecchia macchina fotografica Rolleiflex. In cima a una libreria, una collezione di vistosi trofei calcistici.
Mi avvicinai per guardarli. The Elms, Battersea Monday, diceva il pi vicino. Un piccolo torneo londinese. Old Robsonians, campioni, serie 1. Sono tuoi?
Certo. Prese in mano il pi recente e vi pass sopra un dito abbronzato. Una striscia di polvere scivol via dal bordo. Gioco in una squadra a Londra. Sembrer un po' strano, dato che vivo qui, ma ci vado spesso per lavoro e poi... non posso farne a meno.
Perch?
Ci sono entrato anni fa, quando avevo intenzione di andare a vivere a Londra. E loro... ridacchi. Sono proprio dei bei tipi. Quando sono tornato ad abitare qui, non ce l'ho fatta a tirarmi fuori dalla squadra. Siamo tutti troppo coinvolti.
Sorrisi osservando la disordinata collezione di coppe. Una risaliva a vent'anni prima. Mi piaceva l'idea che le sue amicizie durassero cos a lungo.
Poi vidi qualcosa di familiare su una mensola vicina. No! esclamai. Presi in mano il libro: era la stessa edizione che avevo da piccola di un libro illustrato sugli uccelli. Ci avevo passato sopra ore e ore, seduta sul pero che avevamo in giardino, nella speranza che, se restavo immobile, gli uccelli sarebbero venuti a posarsi accanto a me. Questo ce l'avevo anch'io! dissi a Eddie. Avevo imparato tutti i nomi a memoria!
Davvero? Anch'io lo adoravo. Lo apr circa a met e copr il nome dell'uccello illustrato in quella pagina. Questo cos'?
L'animale aveva il petto dorato e una specie di mascherina attorno agli occhi. Oddio, aspetta...  il picchio muratore!
Me ne mostr un altro.
Il saltimpalo!
Non posso crederci, comment Eddie. Sei la mia donna ideale.
Avevo anche il volume sui fiori di campo. E quello su falene e farfalle. Ero una naturalista in erba.
Eddie depose il libro. Posso chiederti una cosa, Sarah?
Certo. Adoravo sentirgli dire il mio nome.
Perch vivi in una grande citt, se ti piace cos tanto la natura?
Non risposi subito. Non ce la faccio a vivere in campagna. Qualcosa nella mia espressione doveva averlo convinto a non indagare oltre, perch, dopo avermi guardato per qualche secondo, si allontan per togliere il pane dal forno.
Il libro sugli alberi me l'aveva regalato mio padre. Si guard attorno alla ricerca di un guanto da forno, poi si accontent dello strofinaccio che aveva sulla spalla.  stato lui ad avvicinarmi alla lavorazione del legno, anche se non immaginava che ne avrei fatto un lavoro. In autunno mi portava a prendere la legna da ardere e mi lasciava tagliare qualche piccolo ceppo in legnetti per accendere. Si interruppe sorridendo.  stato l'odore. All'inizio mi sono innamorato dell'odore, poi sono rimasto affascinato da come si poteva trasformare un pezzo di legno in qualcosa di completamente diverso. Un inverno ho cominciato a prendere degli stecchi e ne ho ricavato degli omini. Poi un porta-carta igienica, e la pi brutta mazza da croquet della storia. E poi Topolina. Apr il forno ed estrasse la teglia. Il mio capolavoro. Mio padre non ne rimase particolarmente colpito, invece mia madre disse che era il topino pi perfetto che avesse mai visto. Appoggi la pagnotta tonda e fragrante su una retina e chiuse il forno. Se n' andato quando avevo nove anni, mio padre. Ha una famiglia su al Nord, dalle parti di Carlisle.
Tornai a sedermi. Oddio. Dev'essere stata dura.
 passato tanto tempo.
Restammo in silenzio mentre Eddie prendeva burro, miele e un vaso di quella che sembrava marmellata fatta in casa. Mi pass un piatto con una crepa al centro (Scusa!) e un coltello.
Tua mamma lo sa che sono qui? domandai mentre iniziava a tagliare il pane.
Ahi! Allontan bruscamente la mano dalla pagnotta. Perch sono cos avido?  troppo caldo per mangiarlo subito.
Mi misi a ridere. Se non lo avesse toccato lui, l'avrei fatto io.
No, disse, proteggendosi la mano con lo strofinaccio. La mamma non lo sa che sei qui. Non posso farle pensare che il suo unico figlio sia un vecchio caprone da accoppiamento.
Forse no.
Per, se mi comporto bene, forse potremmo accoppiarci ancora un po', disse lanciando una fetta di pane rovente sul mio piatto.
Certo, dissi infilando il coltello nel panetto di burro, che era coperto di briciole.
Sei bravo nell'accoppiamento, aggiunsi senza arrossire.
Eddie invece arross. Davvero?
Allora non potei fare a meno di alzarmi, fare il giro del bancone di legno e mettergli le braccia al collo, baciandolo forte. S. E questo pane  troppo caldo anche per me. Torniamo a letto.


Capitolo 13.

Caro Alan,
scusa se ti scrivo in privato.
Prima hai risposto al mio messaggio sulla pagina di Eddie David. Sono un po' preoccupata, e volevo darti le poche informazioni che ho.
Prima della vacanza che avevate in programma, ho passato una settimana con Eddie a Sapperton. Sono andata via di l gioved 9 giugno, per lasciargli fare le valigie, e mi ha detto che mi avrebbe chiamato dall'aeroporto.
Non ho mai pi avuto sue notizie. Dopo aver tentato pi volte di chiamarlo ho rinunciato, pensando che avesse cambiato idea su di me. Per in fondo non ci credevo, e quando ho visto la tua risposta ho capito che non mi ero ingannata.
Ti lascio qui sotto il mio numero. Mi farebbe piacere se volessi darmi il tuo parere o qualche informazione, se ne hai. Non voglio perseguitarlo, solo sapere se sta bene.
Un saluto,
Sarah Mackey
Le undici di sera colarono lentamente nella mezzanotte. Il telefono vibr e io mi precipitai, ma era solo Jo che confermava di essere arrivata a casa tranquillamente. Nessuna risposta da Alan. Tornai a sdraiarmi e sentii il cuore dolermi in petto. Faceva davvero male. Perch nessuno dice che cuore spezzato non  una metafora?
Mezzanotte divent l'una, le due, le tre. Immaginai Tommy e Zoe nel loro letto gigante nella camera in fondo al corridoio, e mi chiesi se dormivano abbracciati. Ricordai il corpo di Eddie che avvolgeva il mio, e provai un desiderio cos straziante che sembrava perforarmi la pelle. Quindi fui invasa dal disgusto per me stessa, perch a Istanbul c'erano stati tanti morti mentre Eddie era solo un uomo che non chiamava.
Alle quattro, dopo essermi sorpresa a cercare online i necrologi nella zona di Eddie, uscii senza far rumore dall'appartamento di Tommy. L'alba imprimeva sfumature grigie al cielo e uno spazzino solitario, gi al lavoro, passava lento accanto alla bella palazzina georgiana di Zoe. Ci volevano ancora un paio d'ore prima che la citt prendesse il suo ritmo diurno, ma non potevo sopportare un altro momento di silenzio soffocante pervaso dal brusio di teorie oscure, ognuna pi terribile della precedente.
Cominciai a correre a Holland Park Avenue. Per un po' avanzai agevolmente superando fermate d'autobus che riparavano immigrati dall'aria stanca diretti al lavoro, caff con le serrande ancora abbassate e un ubriaco che tornava da Notting Hill. Ignorai il sibilo dei bus notturni e dei taxi, ascoltando solo il rumore delle mie scarpe da corsa e il cinguettio mattutino degli uccelli.
La mia avanzata agevole per non dur a lungo. Quando la strada inizi a salire verso Notting Hill i miei polmoni minacciarono di scoppiare, come sempre, e le gambe mi abbandonarono. Ripresi a camminare fino alla svolta di Portobello Road.
Non c' niente di folle in quello che faccio, pensai quando riuscii a rimettermi a correre. Londra  gi sveglia.
Un bar era pieno di commercianti del mercato con i gil segnaletici, e in Westbourne Grove un uomo stava aprendo un baracchino del caff. Londra era in movimento. Perch non avrei dovuto esserlo anch'io? Andava benissimo.
In realt non era vero, perch il mio corpo era stanco e infelice e non avevo incontrato nessun altro uscito a correre. Quando tornai a casa di Tommy erano solo le quattro e tre quarti.
Feci una doccia e mi infilai a letto. Per cinque minuti mi sforzai di non controllare il telefono.
Una chiamata persa, annunci l'apparecchio quando lo feci. Mi alzai a sedere. Era un numero privato, alle 4,19. Avevano lasciato un messaggio.
Il messaggio consisteva in due secondi di silenzio seguito dal suono di una persona che premeva il tasto sbagliato. Dopo qualche tentativo, era riuscita a riattaccare.
Mi chiesi per un attimo se a chiamare fosse stato l'amico di Eddie, Alan, ma secondo Facebook non aveva ancora letto il mio messaggio.
E allora chi?
Eddie?
No! pensai. Quella persona non  Eddie. Lui  uno che parla, non un balordo anonimo che chiama alle quattro del mattino!
Quando mi svegliai, all'ora di pranzo, Alan aveva letto il mio messaggio, ma non aveva risposto.
Fissai il telefono come una demente, continuando a ricaricare la pagina. Non poteva ignorare il messaggio, nessuno l'avrebbe fatto.
Eppure l'aveva letto, e l'aveva ignorato. La giornata trascorse senza notizie, e io avevo paura. Sempre meno per il destino di Eddie, col passare dei giorni, e sempre pi per il mio.


Capitolo 14.

Rudi era assolutamente immobile.
Stava fissando i due suricati pi vicini alla recinzione, che a loro volta lo fissavano, in piedi con le zampe posate sulle pance morbide. Senza accorgersene, anche il bambino si era raddrizzato appoggiando le zampette sul pancino.
Ciao, sussurr con rispetto. Ciao, silicati.
Suricati, lo corressi.
Sarah, stai zitta che li spaventi!
Tommy indic a Rudi l'arrivo di un altro esemplare e lui si volt di scatto, dimenticando la mia esistenza. Ciao, silicato numero tre. Ciao, belli! Siete una famiglia o amici?
Due suricati cominciarono a scavare nella sabbia. Il terzo super la sua collinetta per dare quello che sembrava un abbraccio a un altro membro della trib. Rudi tremava quasi per la meraviglia.
Jo fece una foto a suo figlio. Cinque minuti prima lo stava sgridando per qualcosa; ora gli sorrideva con un amore senza confini. E guardandola, cercando di immaginare quell'enorme, incommensurabile devozione, lo sentii di nuovo. Un forte sussulto dell'ingombrante nodo di sentimenti che tenevo in un angolo remoto. Che non avessi figli era giusto, ma a volte il dolore delle possibilit perdute mi toglieva il fiato.
Presi dalla borsa gli occhiali da sole.
I miei genitori avevano trovato una persona che si occupasse del nonno e l'indomani sarebbero tornati a casa. Prima che partissi per andare a trovarli, Rudi aveva voluto una merenda d'addio allo zoo dei bambini di Battersea Park, bench questo, sospettavo, c'entrasse pi con un programma appena visto in tv sui suricati che non con la zia Sarah.
Controllai il telefono, un riflesso ormai spontaneo come respirare. Dopo la telefonata silenziosa nel cuore della notte, la settimana precedente, ce n'era stata un'altra qualche giorno prima, durata quindici secondi buoni. Io chiamo la polizia, avevo detto, poich la persona che chiamava continuava a tacere. Aveva riattaccato subito e la cosa non si era ripetuta, ma ero sicura che avesse a che fare con la scomparsa di Eddie.
Ormai non dormivo quasi pi.
Tommy scart la piccola merenda che aveva portato e Rudi arriv di corsa a mangiare. Un bambino l accanto piagnucolava perch aveva perso l'ora del pasto del coati. E io sedevo in mezzo a loro, senza riuscire a mangiare, con un tremendo rimescolio nello stomaco.
Poco prima di finire le superiori avevamo studiato La signora Dalloway per l'esame di inglese. Facevamo a turno a commentare il libro esplorando la originalissima tecnica narrativa di Virginia Woolf, come diceva la professoressa Rushby.
Il mondo ha levato la sua frusta, avevo letto ad alta voce quando era arrivato il mio turno. Dove si abbatter?
Mi ero interrotta, sorpresa, e avevo riletto la frase. E nonostante i compagni di classe mi stessero osservando, e anche la professoressa, avevo sottolineato la frase tre volte prima di continuare, perch quelle parole descrivevano cos perfettamente ci che provavo da farmi meravigliare che potesse averle scritte qualcun altro.
Il mondo ha levato la sua frusta; dove si abbatter?
Era proprio cos, avevo pensato io a diciassette anni. Quella perpetua tensione! Osservare il cielo, annusare l'aria, prepararsi a una calamit. Quella ero io. E adesso eccomi l, diciannove anni dopo, con la medesima sensazione. Allora non era cambiato proprio niente? La mia gradevole vita in California era stata una mera fantasia?
Diedi un'altra occhiata al mio sandwich all'uovo, ma provai un senso di nausea.
Ehi, disse Jo. Che succede?
Niente. Mi godo la merenda.

Interessante, comment lei, dato che non hai mangiato niente.
Mi scusai, dissi che sapevo di sembrare una pazza ma stavo davvero cercando di riprendermi.
Ti ha spezzato il cuore, quell'uomo? domand Rudi.
Smisero tutti di parlare. N Jo n Tommy riuscivano a guardarmi. Ma Rudi s, Rudi con i suoi occhietti a mandorla e la sua perfetta comprensione infantile del mondo.
Ti ha spezzato il cuore, Sarah?
Be', insomma... s, dissi quando ritrovai la voce. Ho paura di s.
Rudi ondeggi sui talloni osservandomi.  un cattivo, disse dopo attenta riflessione. E un deficiente.
 vero, concordai.
Rudi mi abbracci, spingendomi sull'orlo delle lacrime.
Tommy aveva in mano il mio telefono e fissava pensieroso la pagina Facebook di Eddie. Vorrei sapere di pi su quest'uomo, disse dopo un lungo silenzio.
Siamo in due, Tommy.
Per cominciare, l'hashtag DovWally, disse lui. Non  un po' strano? Lui si chiama Eddie.
Jo apr un pacchetto di frutta secca per Rudi. Mangiala piano, gli raccomand prima di rispondere a Tommy. Dov' Wally?  una serie di libri, scemo. Non ti ricordi? Tutti quei disegni di una folla dove bisogna trovare Wally.
Lo so che cos', replic Tommy. Solo che mi sembra strano usare quella frase per uno che si chiama Eddie.
Io scossi il capo.  una cosa che si dice quando cerchi qualcuno nella folla, come cercare un ago in un pagliaio.
Tommy si strinse nelle spalle. Forse. O forse no. Magari  una persona completamente diversa.
Rudi si rianim. Credi che Eddie sia un assassino? domand.
No, disse Tommy.
Un vampiro?
No.
Un tecnico del gas? Jo gli aveva spiegato di recente che bisognava diffidare degli sconosciuti anche se si presentavano con un aspetto innocuo.
Tommy fiss di nuovo il mio telefono. Oh, non lo so, disse, ma c' qualcosa di losco in quest'uomo. Poi all'improvviso si raddrizz. Sarah! Guarda!
Presi il telefono e vidi che aveva aperto Messenger. Poi tutto trabocc e mi travolse, come acqua da una chiusa. Eddie era online. Aveva letto tutti e due i miei messaggi. Era online proprio in quel momento.
Chiss dov'era, ma non era morto.
Che cosa facevi dentro i miei messaggi? sibilai.
Curiosavo, disse Tommy. Volevo vedere che cosa gli avevi detto, ma chi se ne importa? Ha letto i messaggi!  online!
Che cos'ha detto? Rudi stava cercando di afferrare il telefono. Che cosa ti ha detto, Sarah?
Jo si impadron del cellulare e guard attentamente. Mi dispiace dirtelo, ma i tuoi messaggi li ha letti tre ore fa.
Perch non ha risposto? chiese Rudi.
Era una bella domanda.
Sono un po' stufo del tuo ragazzo, Sarah, continu Rudi. Per me  proprio una persona brutta.
Ci fu un lungo silenzio.
Andiamo al tunnel dei suricati, disse Jo.
Rudi guard me e poi i suoi amati suricati, a dieci metri di distanza: troppi, in quel momento.
Vai, gli dissi. Vai dai tuoi amici. Io sto bene.
Lascialo perdere, Sarah, ripet Jo dopo che suo figlio si fu allontanato. All'improvviso sembrava esausta. La vita  troppo breve per correre dietro a uno che ti rende infelice.
And a raggiungere Rudi. Tommy e io fissammo di nuovo lo schermo del cellulare. D'impulso scrissi: Ciao.
Qualche secondo dopo la foto di Eddie si affianc al messaggio. Vuol dire che l'ha letto, conferm Tommy.
Non mordo mica, scrissi.
Eddie lesse il messaggio. E poi, di botto, risult offline.
Mi alzai in piedi. Dovevo vederlo. Parlargli. Dovevo fare qualcosa. Aiuto, cosa faccio adesso, Tommy? dissi. Cosa faccio?
Tommy si alz e mi mise un braccio attorno alle spalle. Se chiudevo gli occhi mi sembrava di essere di nuovo nel 1997 all'aeroporto di Los Angeles, abbandonata fra le sue braccia nell'atrio degli arrivi, mentre lui, armato delle chiavi di un'enorme auto con l'aria condizionata, mi diceva che sarebbe andato tutto bene.
Pu darsi che la depressione di sua mamma sia peggiorata, dissi con la forza della disperazione. Quando l'ho conosciuto mi ha detto che non stava bene. Magari ha avuto una crisi.
Pu darsi, disse calmo Tommy. Per, Harrington, se con te faceva sul serio, un messaggio l'avrebbe mandato. Poteva spiegarsi, chiederti un paio di settimane.
Non lo contraddissi, perch non potevo.
Vedi se risponde, continu Tommy stringendomi la spalla. Ma se non lo fa subito, e a meno che non gli sia successo qualcosa di veramente grave, dovresti chiederti molto seriamente se vuoi rivederlo oppure no. Non  bello che ti abbia fatto passare momenti simili.
Un po' impacciato, ma con molto affetto, mi baci su una tempia. Forse ha ragione Jo, disse. Forse devi lasciar perdere.
Avevo accanto il mio pi vecchio amico, quello che mi aveva aiutato a rimettere insieme i pezzi di me stessa tanti anni prima; che mi aveva visto perdere tutto e ricostruire in qualche modo la mia vita. E adesso che ci mancava poco ai quarant'anni, stava succedendo di nuovo.
Certo che ha ragione, dissi con voce spenta. Avete ragione tutti e due. Devo mollare.
Ne ero convinta anch'io. L'unico problema era che non sapevo come fare.


Capitolo 15.

Questo non  solo un cuore spezzato, pensavo pi tardi, quella sera, mentre ero in pigiama nella cucina di Tommy e Zoe a mangiare patatine.  ben di pi.
Ma allora cos'era?
Poteva forse avere a che fare con l'incidente?
C'erano molti buchi nei miei ricordi di quella giornata tremenda.
La lontananza, il trauma o forse la grande differenza tra la mia vita inglese e quella americana mi avevano aiutato a cancellare molti particolari dell'incidente. Eppure, i sentimenti che stavo provando li conoscevo bene. Erano come dei vecchi, pessimi amici.
All'una e mezzo del mattino decisi di utilizzare quel surplus di energia per provare a lavorare. I miei colleghi erano stati troppo educati per dirmi qualcosa, ma se non mi rimettevo in pari qualcuno avrebbe suonato la sveglia.
Tornai a letto e aprii le email sul computer. Allora il mio cervello, finalmente, si accese. Presi decisioni grandi e piccole, autorizzai delle spese e mandai una relazione ai nostri amministratori. Controllai la casella email del sito, cosa che nessuno si ricordava mai di fare, e trovai il messaggio di una bambina che chiedeva una visita dei clown per la sorellina gemella, ricoverata con una grave malattia a San Diego. Ma certo! scrissi inoltrando l'email a Reuben e a Kate, la mia vice. Mandate i clown!  un ospedale che conosciamo! Facciamoli arrivare entro venerd, grazie a tutti!
Alle tre del mattino mi resi conto che il mio cervello viaggiava a una velocit che non mi piaceva per niente.
Alle quattro mi sentivo una pazza.
Alle quattro e un quarto decisi di chiamare Jenni. Jenni Carmichael sapeva sicuramente cosa fare.
Sarah Mackey! Sotto la sua voce sentivo i violini di qualche vecchio film romantico. Che diavolo ci fai sveglia a quest'ora di notte?
Grazie, pensai. Grazie, Dio, per la mia cara Jenni Carmichael.
La cerimonia del mio matrimonio con Reuben era stata un po' imbarazzante. Il suo lato della cappella era gremito, mentre nel mio c'erano solo la mamma, il pap, Tommy, Jo e un paio di cameriere del caff in Fountain Avenue dove io e Reuben avevamo tenuto le prime riunioni della nostra attivit. Non c'era Hannah, solo un posto vuoto sulla panca accanto alla mamma. E non c'erano miei amici, perch in Inghilterra nessuno sapeva pi che cosa dirmi, e di certo nessuno voleva fare un volo intercontinentale per continuare a non parlarmi.
Piena di vergogna, avevo detto alla famiglia di Reuben che nessuno dei miei amici inglesi era riuscito a venire.
Io e Reuben avevamo trascorso una bellissima luna di miele a Yosemite. Nascosti in una campana di vetro d'amore, eravamo felici. Ma quando, verso la fine del viaggio, ci eravamo trovati a San Francisco, circondati da gruppi di giovent allegra, la mancanza di amici era tornata a farsi beffe di me.
Poi nella mia vita era entrata Jenni, come se l'avesse consegnata un corriere. Jenni era del South Carolina. Ma, a differenza di quasi tutti quelli che venivano a Los Angeles da fuori, non aveva interesse per il cinema: voleva solo provare qualcosa di diverso. Mentre io e Reuben, freschi sposi, vagavamo per la California settentrionale, lei aveva assunto il posto di amministratrice del palazzo di uffici dove noi affittavamo una scrivania, un blocco di cemento grigio accucciato all'ombra della Hollywood Freeway.
Al nostro rientro era venuta a chiedere se avevamo intenzione di pagare in fretta gli arretrati. Quello stesso giorno le consegnai il denaro con molte scuse, e la osservai piena di sensi di colpa mentre contava i nostri biglietti da un dollaro. Sulla sua scrivania notai una mezza torta avvolta nella pellicola e un piccolo lettore cd su cui ascoltava una compilation tipo Le pi grandi canzoni d'amore. Mi guard e sorrise mentre sfogliava le banconote con un ditale di gomma. Non sono brava con i numeri, disse. Sto contando i soldi per dare un'illusione di efficienza. Ricominci dall'inizio due volte prima di rinunciare.
Mi fido, disse mettendo il denaro in una cassetta metallica. Lei ha l'aria onesta. Gradisce un po' di torta? L'ho fatta ieri sera e ho paura di mangiarmela tutta subito.
La torta era ottima, e mentre la mangiavo accanto alla sua scrivania Jenni mi raccont il suo colloquio con il bizzarro proprietario del palazzo. Ne fece un'imitazione quasi perfetta. Voglio che diventiamo amiche, pensai mentre saltava una canzone pi moderna per sentire Barbra Streisand. Non assomigliava affatto n a me n a nessun altro che conoscessi, e per questo mi piaceva ancora di pi.
Potevo farcela. Ero in grado di trovarmi degli amici, finalmente. Portavo ancora le cicatrici del mio passato, ma stava emergendo la nuova Sarah Mackey, direttrice di un ente non profit: simpatica, superaffidabile, a volte spiritosa. E Jenni Carmichael risult fondamentale: tramite lei iniziai a conoscere persone, a convincermi di poter integrarmi a quella citt che avevo tanto bisogno di considerare casa mia.
Tre anni dopo, Jenni era diventata non solo una grande amica ma una colonna della nostra attivit. Quando avevamo preso in affitto la nostra sede in Vermont Avenue, a due isolati dal Children's Hospital, aveva lasciato il suo lavoro ed era venuta con noi. Il nuovo quartier generale non era un granch, circondato da fatiscenti ambulatori medici, lavanderie a gettone e negozi di cibo da asporto, ma l'affitto era basso e c'era un grande open space al pianterreno dove Reuben avrebbe tenuto i suoi corsi di formazione per i clown dottori. Jenni aveva iniziato col gestire l'ufficio, poi era passata a dare una mano con le domande di finanziamento e alla fine, anni dopo, era diventata vicedirettore della ricerca fondi.
Dopo un anno che ci conoscevamo, aveva trovato la sua storia d'amore perfetta e ora viveva felice e contenta tra Westlake e il quartiere filippino con Javier, che aggiustava i suv dei ricchi e ogni settimana le regalava dei fiori. Jenni ne parlava come se fosse Dio in persona e non pensava ad altro che ai loro romantici weekend fuoriporta. Erano undici anni che provavano ad avere bambini. Lei non voleva lamentarsi, perch non aveva tempo di farlo, ma questo problema la stava logorando. Lentamente, da dentro, la stava distruggendo. Per lei ero arrivata a pregare un Dio in cui non credevo: Ti prego, dalle un bambino.  tutto ci che desidera.
Se quest'ultimo ciclo di fecondazione assistita non avesse funzionato, non avevo idea di cosa avrebbe fatto. N lei n Javier avevano i soldi per continuare, dopo le cure pagate dall'assicurazione. Ora o mai pi, aveva detto risoluta Jenni quando ci eravamo salutate all'aeroporto.
Era rimasta scioccata dalla nostra separazione. Credo che abbia mandato in frantumi le sue convinzioni sull'amore: certo, la gente divorziava di continuo, ma non nella sua cerchia di amici. L'aveva affrontata assumendo il ruolo di soccorritrice, che le calzava perfettamente. Oltre a scaricarmi le app sul telefono, mi aveva accolto nella sua camera degli ospiti e aveva preparato un'infinit di torte.
Allora! si entusiasm al telefono. Eddie ti ha risposto? L'emergenza  rientrata?
In realt no, le risposi, al contrario.  tornato in circolazione - ammesso che fosse andato da qualche parte - ma non ha risposto a nessuno dei miei messaggi. Mi ignora.
Aspetta, tesoro. Sentii la musica interrompersi. Metto in pausa il film. Javier, vado in veranda. Sentii la porta a zanzariera sbattere alle sue spalle. Scusa, Sarah, puoi ripetermi tutto?
Le ripetei tutto. A Jenni forse serviva un po' di tempo per assimilare che anche questa mia seconda storia d'amore era finita in cenere.
Porca merda. Jenni non diceva mai parolacce. Davvero?
Davvero. Sono abbastanza distrutta, come avrai capito, visto che qui sono le quattro del mattino.
Porca merda, ripet, e io risi controvoglia. Raccontami tutto quello che  successo dall'ultima volta che ci siamo sentite. Ah, e poi allontanati dal computer. Nelle ultime ore hai mandato dei messaggi da pazza.
Le raccontai ogni cosa. Ecco tutto, dissi, arrivata alla fine. Ormai penso di dover rinunciare.
No, rispose lei un po' troppo brusca. A Jenni non piaceva vedere una persona rinunciare all'amore. Non ti azzardare. Senti, Sarah, lo so che tutti ti diranno di lasciar perdere quell'uomo, ma... io ancora non ci riesco. Sono sicura quanto te che c' una spiegazione.
Abbozzai un sorriso. Per esempio?
Non lo so, disse incerta. Ma sono decisa ad arrivare in fondo.
Lo ero anch'io.
Si mise a ridere. Ce la faremo. Per adesso cerca di stare calma, okay? Ah, a proposito... come ti senti per domani?
Domani?
All'idea di incontrare Reuben e Kaia. Vi vedete in zona South Bank, giusto?
Reuben  a Londra? Con la sua nuova fidanzata?
Eh, s. Ha detto che ti avrebbe scritto per darti appuntamento, prendere un caff. E presentarti Kaia, cos non vi incontrerete per la prima volta qui a casa.
Ma lei cosa ci fa a Londra? Cosa ci fa anche lui, a Londra? Io domani devo tornare dai miei! Io...
Kaia  voluta venire, disse abbattuta Jenni. Erano anni che non vedeva Londra. E Reuben aveva gi preso il volo per la vostra vacanza insieme...
Sprofondai nel letto. Ma certo. In gennaio avevamo preso i biglietti per l'Inghilterra insieme, quando giocavamo ancora tristemente a marito e moglie. Ogni anno io tornavo per l'anniversario dell'incidente e spesso lui era venuto con me, anche se mancava da qualche anno. Questa volta vengo, aveva promesso. Lo so quanto ti manca tua sorella. Quest'anno ti star vicino, Sarah.
Poi, qualche tempo dopo, mi aveva chiesto il divorzio. Ho spostato il mio volo per Londra a un'altra data, mi aveva detto poi. Mi guardava con il volto dipinto di tristezza e sensi di colpa. Non vorrai pi che venga con te, immagino.
E io avevo replicato: Certo,  una buona idea; grazie per averci pensato. Non avevo voluto sapere quando avrebbe fatto il viaggio. In tutta sincerit, all'epoca non ci avevo riflettuto molto; pi che altro badavo a tendere le membra con cautela, come se dovessi mettere alla prova dei muscoli nuovi. La vita senza Reuben era un esperimento. Quasi mi vergognavo del senso di sollievo, possibilit e di spazio che mi dava quel mondo nuovo. Non avrei dovuto essere in lutto?
Poi ha comprato un biglietto anche per Kaia, riprese Jenni. Era imbarazzata. Mi dispiace. Ha detto che ti avrebbe avvisato per email.
Forse l'avr fatto e io non me ne sono accorta. Chiusi gli occhi. Ma che allegra brigata. Io, Reuben, la sua fidanzata... Scusa. Non ce l'ho con te;  che sono scioccata. E comunque  colpa mia. Avrei dovuto leggere tutte le email.
Lei mi sorrise. Ci voleva altro per offendere Jenni. Sei fin troppo brava, Sarah. A parte questa cosa di stare sveglia di notte. Questo va risolto.
Chiusi gli occhi. Oddio, non ti ho neanche chiesto come sta andando la fecondazione assistita. A che punto sei? Quanto manca al prelievo degli ovuli?
Jenni esit. Quello  fatto, sono andata la settimana scorsa e me ne hanno prelevati un bel po'. Non ti avevo mandato un messaggio su WhatsApp? Hanno impiantato tre embrioni, perch  la mia ultima occasione. Settimana prossima sapremo se ha funzionato. Prese fiato come per dire qualcos'altro, ma poi tacque. In quel silenzio oscillava tutto il peso dell'ansia.
Jenni, dissi piano. Mi dispiace tanto. Credevo che fossi ancora nel periodo della stimolazione ovarica. Oddio, mi spiace. Non  una scusante, ma non sono in me in questo periodo.
Lo so, disse pi vivace. Non sentirti in colpa. Mi sei stata sempre vicina, fare un errore  permesso!
Ma aveva una voce troppo allegra, e io sapevo di averla delusa. Nel buio fitto della camera degli ospiti di Zoe, mi sentii arrossire di vergogna.
Jenni rispose a qualcosa che le aveva gridato Javier, poi disse che doveva andare. Sarah, senti cosa ti propongo. Secondo me con Eddie dovresti ricominciare da capo. Come se vi foste appena conosciuti. Perch non gli mandi una lettera per parlargli di te, come se foste al primo appuntamento? Con tutte le cose che non hai avuto occasione di dirgli, per esempio... gli hai parlato dell'incidente? Di tua sorella?
No, Jenni, parliamo di te, smettiamola di blaterare della mia vita patetica.
Oh, io mi sto prendendo cura di me stessa. Medito, canto dei mantra, faccio danze della fertilit e mangio roba sana di tutti i tipi, e tutta schifosa. Non posso fare altro. Ma tu, ci sono tante cose che puoi fare! Sarah, non dimenticher mai il giorno in cui mi hai raccontato dell'incidente.  la cosa pi tremenda che avessi mai sentito, e ti ho voluto bene ancora di pi per questo. Credo che dovresti farlo sapere a Eddie.
Non posso mandargli una storia strappalacrime per fargli cambiare idea.
Non  quello che volevo dire. Penso solo... Fece un sospiro. Penso solo che dovresti dargli il modo di conoscerti bene. Anche per le cose che non ti piace far sapere. Fagli capire che donna straordinaria sei.
Esitai, con il telefono rovente contro la guancia. Jenni, sono stata fortunata che tu abbia avuto quella reazione al mio racconto. Non tutti farebbero cos.
Non sono d'accordo.
Mi tirai su appoggiandomi ai cuscini. Insomma, lui sparisce per un mese e all'improvviso comincio a scrivergli per raccontargli il mio passato? Penser che sia matta da legare!
Jenni ridacchi. Ma no. Si innamorer ancora di te, invece. Te l'ho detto.
Mi accasciai di nuovo sul letto. Oh, Jenni, ma chi vogliamo prendere in giro? Io devo lasciarlo perdere.
Lei scoppi a ridere.
Perch ridi?
Perch non hai nessuna intenzione di lasciarlo perdere!
Invece s!
Ma no! Rise di nuovo. Se avessi voluto lasciar perdere Eddie, se l'avessi voluto veramente, Sarah Mackey, io sarei stata l'ultima persona sulla terra a cui avresti telefonato per chiedere consiglio.


Capitolo 16.

Giorno cinque: un faggio, uno stivale di gomma
Eddie era di nuovo al telefono con Derek. Non sapevo ancora chi fosse, ma immaginavo c'entrasse col lavoro: con lui Eddie assumeva un tono pi formale di quando, per esempio, un amico lo aveva chiamato il giorno prima. Quel pomeriggio parlarono poco; Eddie pi che altro diceva: Bene, Okay e Mi sembra una buona idea. Dopo pochi minuti riattacc ed entr in casa a depositare il telefono.
Io mi ero seduta sulla panchina appena fuori, a leggere una vecchia copia di Il nostro agente all'Avana presa dalla sua libreria. Leggere mi piaceva ancora tantissimo. Con un libro in mano, e nessun obbligo immediato di andare da qualche parte o di fare qualcosa, mi sentivo una Sarah che avevo completamente dimenticato.
L'ondata di caldo non era ancora finita, per mancava poco: l'aria era ferma e rappresa. I miei vestiti pendevano immobili dal filo della biancheria sopra un folto cespo di garofanini di bosco, che non si muoveva di un millimetro. Sbadigliando mi chiesi se dovessi andare a dare un'occhiata a casa dei miei.
Sapevo che non l'avrei fatto. La seconda sera con Eddie era diventato lampante che sarei rimasta l, in quel mondo sospeso, fino a che i miei non fossero tornati da Leicester o Eddie non fosse partito. Non volevo stare lontana da lui nemmeno per un'ora, quanto mi serviva per andare a casa a piedi e tornare. L'universo che conoscevo si era fermato, e non avevo alcun desiderio di farlo ripartire.
Dal margine del prato lo scoiattolo di Eddie, Steve, mi stava osservando. Ciao, criminale, disse Eddie mentre tornava fuori. Guard lo scoiattolo mimando un colpo di pistola. Steve non mosse un muscolo.
Eddie si sedette accanto a me. Stai bene con i miei vestiti. Sorrise tirando l'elastico dei suoi boxer che avevo addosso.
Non mi ero depilata le gambe, ma non mi importava niente. Ero istupidita dalla felicit.
Facciamo una passeggiata? domand.
Perch no?
Restammo ancora sulla panchina a baciarci, a tirare l'elastico, a ridere di niente.
Quando partimmo erano da poco passate le due. Avevo di nuovo i miei vestiti, che sapevano di sole e del detersivo di Eddie.
Dopo aver seguito il fiume per qualche metro, Eddie lasci il sentiero e inizi a salire per il pendio entrando nel bosco. I nostri piedi sprofondavano nell'humus intatto del sottobosco. Quass c' una cosa che volevo farti vedere, disse.  una cosa un po' scema, per ogni tanto mi piace venire a vedere se c' ancora.
Sorrisi. Pu essere la nostra attivit principale di oggi.
Dall'inizio della nostra relazione non avevamo svolto molte attivit. Avevamo dormito molto, fatto molto l'amore, mangiato molto, parlato per ore. O non parlato per ore. Avevamo letto libri, osservato gli uccelli, inventato una lunga storia su un cane che era venuto a curiosare intorno a casa di Eddie un giorno che mangiavamo una tortilla sulla panchina.
In breve, sebbene stesse succedendo di tutto, non succedeva niente.
Gli tenni stretta la mano mentre salivamo su per il bosco, stupita ancora una volta dalla folgorante semplicit di tutto. C'era il canto degli uccelli, c'era il suono del nostro respiro. E, a parte una profonda sensazione di appagamento, non c'era nient'altro. Nessun senso di colpa, nessun dolore, nessuna domanda.
Eravamo quasi arrivati in cima alla collina quando Eddie si ferm. Ecco, disse indicando l'alto ramo di un faggio. Lo stivale del mistero.
Ci misi un po' a distinguerlo. Come hai fatto?
Non sono stato io, disse. Un giorno mi sono accorto che c'era. Non ho idea di come ci sia finito o di chi sia il responsabile. Da quando abito qui, in tutti questi anni non ho mai visto nessuno qui.
Molto in alto, a pi di quindici metri, su un ramo spezzato era stato infilato uno stivale di gomma nero. Al di sotto erano cresciuti alcuni rametti. Ma per il resto il tronco era liscio: impossibile arrampicarsi.
Fissai lo stivale, incuriosita e contenta che Eddie mi avesse portato a vederlo. Gli passai un braccio attorno alla vita e sorrisi. Sentivo il suo respiro, il cuore, la maglietta un po' umida dopo la camminata al caldo. Un autentico mistero, dissi. Mi piace.
Eddie mim alcune volte il gesto di tirare uno stivale, ma poi rinunci. Era inconcepibile. Non ho idea di come ci siano riusciti, concluse, ma li ammiro.
Poi si volt per baciarmi.  proprio una cosa scema, per sapevo che l'avresti apprezzata. Le sue braccia mi strinsero forte.
Mi chiesi come avrei mai potuto tornare a Los Angeles quando qui c'era una felicit simile. Qui, nel posto che una volta era casa mia.
Alla fine ci ritrovammo nudi in mezzo alle foglie cadute.
Avevo del pacciame nei capelli, forse anche degli insetti. Ma io provavo solo gioia.


Capitolo 17.

Caro Eddie,
ho riflettuto molto prima di scriverti questa lettera. Come faccio a cercarti ancora una volta, ora che mi hai fatto capire chiaramente di essere vivo ma anche determinato a non comunicare? Come faccio a essere cos insistente, a non rispettare il tuo silenzio?
Ieri sera ho pensato alla passeggiata che abbiamo fatto per andare a vedere lo stivale sull'albero: che cosa sciocca e bellissima; che risate. E ho pensato: Non sono pronta a rinunciare a lui.
Quindi, eccomi a fare un ultimo tentativo di scoprire cos' successo. Di capire come ho potuto fraintendere tutto.
Ti ricordi l'ultima serata insieme, Eddie? L nell'erba, prima di trascinare fuori la tua tenda enorme e di passare ore a cercare di montarla? Ti ricordi che, prima che crollassimo entrambi distrutti dentro quell'affare, volevo raccontarti la storia della mia vita?
Comincer adesso, dall'inizio. O almeno dai punti salienti. Forse ti ricorder perch ti piacevo. Io sono sicura che ti piacevo.
Dunque, sono Sarah Evelyn Harrington, nata al Gloucester Royal Hospital alle 16,13 del 18 febbraio 1980. Mia madre insegnava matematica in una scuola di Cheltenham, mio padre faceva il tecnico del suono. Andava in tour con varie band, finch non ha iniziato a sentire troppo la nostra mancanza. Dopo si  messo a fare ogni sorta di lavoro analogo qui in zona.
Circa un anno prima che nascessi avevano comprato un cottage in rovina nella valle sotto Frampton Mansell, e hanno sempre vissuto l.  a un quarto d'ora a piedi dal tuo fienile, passando per il sentiero. Probabilmente lo conosci. Quel vecchio sentiero lo riaprirono pap e un suo amico l'estate in cui andarono ad abitare nel cottage. Due uomini, due seghe elettriche e parecchie birre.
Stare in quella valle con te mi ha fatto sembrare quel posto molto diverso. Mi ha ricordato una parte di me che avevo dimenticato. E, come ti ho detto la nostra prima mattina insieme, c' un buon motivo.
Tommy, il mio migliore amico,  nato un paio di mesi dopo di me, figlio della coppia un po' agitata (parole di mio padre) che viveva poco lontano. Abbiamo giocato insieme ogni giorno fino a quello strano e triste momento dell'adolescenza in cui giocare non  pi la cosa importante. Ma prima guadavamo i ruscelli, ci riempivamo di more e facevamo gallerie dentro i tappeti di cerfoglio selvatico.
Quando avevo cinque anni la mamma ha avuto un'altra bambina, Hannah, che dopo qualche anno ha iniziato a partecipare alle nostre avventure. Non aveva paura di niente, mia sorella; era molto pi coraggiosa di Tommy e di me, bench fosse pi piccola. La sua migliore amica, una bambina di nome Alex, la guardava con ammirazione.
Soltanto adesso, da grande, mi rendo conto davvero di quanto volevo bene a mia sorella. Anch'io la guardavo con ammirazione.
Tommy passava molto tempo da noi perch sua mamma era, diceva lui, pazza. Retrospettivamente non sono sicura che fosse cos, anche se di certo si preoccupava di cose molto superficiali. Quando avevo quindici anni fu lei a decidere di trasferirsi a Los Angeles, e io ci rimasi malissimo. Senza Tommy, non avevo pi idea di chi ero. Chi erano i miei amici? A quale gruppo appartenevo? Sapevo solo che dovevo aggregarmi in fretta a qualcun altro, prima di finire ai margini della vita sociale della scuola e farmi la fama di una che stava sempre sola.
Cos mi agganciai a due ragazze, Mandy e Claire, con cui ero sempre stata in rapporti amichevoli, se non proprio di vera amicizia. Il rapporto si fece pi intenso e anche rischioso; le ragazze possono essere molto crudeli a quell'et.
Due anni dopo mi sono ritrovata al telefono con Tommy alle cinque del mattino, a implorarlo di ospitarmi a Los Angeles. Ma te lo racconter dopo.
Per adesso mi fermo qui. Non voglio vomitarti addosso tutta la mia storia, perch non so se vuoi sentirla. E anche in questo caso, non penso di essere l'unica persona al mondo ad avere un passato.
Mi manchi, Eddie. Non credevo fosse possibile sentire tanto la mancanza di una persona conosciuta solo per una settimana, eppure  cos. Al punto che non riesco pi a ragionare.
Sarah


Capitolo 18.

Eccolo l, Reuben. Seduto a un tavolino nel bar del British Film Institute a parlare con la sua ragazza, che non riuscivo a vedere in faccia. Con la mano rilassata accanto a una tazza di caff, emanava sicurezza di s e una sorta di nuova virilit.
Mi venne in mente il ragazzo magro e timido che tanti anni prima avevo trovato barcollante fuori da un ristorante messicano, con il gel nei capelli e il collo che sapeva di dopobarba scadente. Il tono stentato e incerto della sua voce quando, qualche ora dopo, mi aveva chiesto di uscire. Bisognava vederlo adesso: un vero eroe californiano, con i bermuda stretti alla moda, gli occhiali da sole, i capelli volutamente spettinati. Non potei trattenere un sorriso.
Ciao, dissi accostandomi al tavolo.
Oh! esclam Reuben, e per un attimo vidi il ragazzo che avevo sposato. L'uomo con cui pensavo di stare per sempre, perch una vita stabile con lui in quella citt soleggiata e allegra era tutto ci di cui avevo bisogno.
Ehi, tu devi essere Sarah! Kaia si alz.
Ciao, dissi tendendo la mano. Piacere di conoscerti.
Kaia era una ragazza snella dagli occhi limpidi. Le deboli cicatrici dell'acne sulle mandibole si perdevano nelle guance lisce; i capelli bruni le scendevano dritti sulla schiena.
Ignorando la mia mano tesa mi baci sulla guancia afferrandomi le spalle con un gran sorriso, e allora capii che quel giorno sarebbe stata lei a guidare il gioco. Era completa, questa donna, e io non lo ero. Che bello che siamo riusciti a incontrarci, disse. Era un pezzo che volevo dare un viso al tuo nome.
Doveva essere un tipo integerrimo, se non aveva dato un viso al mio nome usando Google Images. Io non lo ero, e l'avevo googlata non appena avevo saputo il suo cognome. Ma di Kaia, ovviamente, non c'erano tracce online. Avrebbe inficiato la sua purezza.
Si sedette sempre sorridendo, mentre io cercavo un posto per la borsa sotto il tavolo e mi toglievo il cardigan che mi faceva spuntare il sudore sulla fronte. Era quel tipo di donna che a volte vedevo meditare in spiaggia, pensai mentre mi liberavo le braccia. Serena e solida, con il sale sulla pelle e il vento nei capelli.
Allora... disse Reuben sedendosi anche lui. Eccoci qua, eh? Prese un respiro e poi chiuse la bocca, rendendosi conto che non sapeva cosa dire. Kaia lo guard e la sua espressione si addolc. Quello  il mio sguardo, pensai con un moto infantile. Quando si perdeva per strada io lo guardavo cos, e andava tutto a posto.
Ho sentito tanto parlare di te, Sarah, disse Kaia voltandosi verso di me. Portava un vestito lungo dal vivace motivo ikat e tanti braccialetti d'argento: a suo modo era la pi elegante del locale. Non che io guardi solo i vestiti - mi leggeva nel pensiero? - ma mi piace molto la tua gonna.
Passai le mani sul tessuto. Era una delle gonne pi belle che avevo, in effetti, ma quel giorno mi faceva sentire un po' in imbarazzo, come se fosse troppo formale per l'occasione. Riuscii a dire solo: Grazie.
Kaia prese il borsellino. Vado a ordinare per tutti. Tu cosa prendi?
Come sei gentile. Controllai l'orologio e vidi con disappunto che non era ancora mezzogiorno. Riluttante, chiesi un lime e soda.
Lei si alz e altrettanto fece Reuben. Ti aiuto.
Ci penso io, disse Kaia. Voi due chiacchierate pure.
Ma Reuben insistette e mi trovai al tavolo da sola.
Eccoci, pensai mentre mi asciugavo la fronte con un tovagliolino. Questo  il mio futuro. Gestire un'attivit con il mio ex che ora esce con una maestra di yoga. Bella e simpatica.
Li osservai andare al banco. Reuben le pass un braccio attorno alla vita ed entrambi si girarono con aria colpevole a controllare se avevo visto.
Quello era il mio futuro.
Un mese e mezzo dopo la separazione, Reuben era arrivato in ufficio sull'orlo di un attacco d'ansia. Stai bene? gli avevo chiesto, guardandolo da sopra il computer mentre rovistava rumorosamente in un armadio delle attrezzature.
Si era girato di scatto con gli occhi spiritati. Ho conosciuto una persona, aveva detto facendosi piccolo davanti all'armadio. Un grosso sacchetto di nasi rossi era caduto da un ripiano alle sue spalle e lui lo aveva raccolto stringendoselo al petto. Mi dispiace tanto, aveva mormorato. Non era previsto.
Si era avvicinato come un artificiere che debba disinnescare una bomba, scrutandomi ansiosamente il viso. Accanto a lui, senza che se ne accorgesse, si stava disseminando una scia di nasi rossi. Mi sembra brutto dirti una cosa del genere dopo cos poco tempo, aveva aggiunto. Hai bisogno di sederti?
Gli avevo fatto notare che ero gi seduta. Pi che altro mi aveva colpito la mia reazione. Era strano, certo, ma ero pi curiosa che gelosa. Reuben aveva una donna! Il mio Roo!
Sei sicura che lo vuoi sapere? continuava a chiedermi.
Ero riuscita solo ad appurare che Kaia lavorava part time in un juice bar di Glendale, che era insegnante di yoga e naturopata certificata, e che Reuben era completamente cotto.
La guardai mentre ordinava. Non era bella in un senso stereotipato, occidentale, il che per certi versi era peggio. Era solo luminosa, aveva un aspetto semplice e sano. Ed era buona, si capiva. Buona e gentile quanto io ero tesa e cupa. Reuben le tocc la punta del naso e rise. Era un gesto che una volta faceva con me.
Sarebbe stato pi semplice affrontare questa situazione, pensai turbata, se fra Eddie e me fosse andato tutto bene. Se anche Reuben si fosse messo in ginocchio qui in mezzo ai tavoli per chiedere a Kaia di sposarlo, avrei applaudito con entusiasmo, arrivando persino a offrirmi di organizzare il matrimonio.
Se solo Eddie mi avesse chiamato.
Sentii sprofondare lo stomaco per l'infelicit e controllai il telefono, come se questo cambiasse qualcosa.
E restai paralizzata.
Quella era forse... Era...?
La nuvoletta di un fumetto. Una nuvoletta grigia a significare che Eddie - il vero Eddie, vivo e vegeto da qualche parte - stava scrivendo una risposta ai miei messaggi. Rimasi perfettamente immobile a fissare la nuvoletta e South Bank sembr svanire intorno a me.
 cos bello essere a Londra, disse Kaia tornando col mio bicchiere.
No! pensai io. Vai via!
Mi ero dimenticata quanto amo questa citt.
Abbassai lo sguardo. La nuvoletta era sempre l. Stava ancora scrivendo. Io fremevo. Terrore, piacere. Terrore, piacere. Mi costrinsi a sorridere a Kaia. Portava un anellino sulla seconda falange. Anni prima ne avevo comprato uno, che mi era caduto in un gabinetto pubblico di El Matador Beach.
La conosci gi? mi costrinsi a chiederle.
La nuvoletta era sempre l.
Ci sono venuta un paio di volte per lavoro, rispose. Ho fatto la giornalista, in una vita precedente. Lo disse con un leggero trasalimento e sperai che continuasse. Io non avevo letteralmente nulla da dire.
(Questo! Questo era uno di quei momenti di cui avevo parlato con la professoressa Rushby. Perdita totale di s. Di buone maniere, socievolezza, controllo.)
Nuvoletta: sempre l.
Poi mi sono accorta che la mia vita non mi piaceva molto. Kaia tacque un attimo mentre ricordava il periodo in cui la vita non le piaceva molto. Perci ho cercato di mettere a fuoco che cosa mi interessava veramente: l'alimentazione, stare all'aria aperta, mantenere il mio corpo forte e tranquillo. Sono uscita dalla corsia di sorpasso e ho iniziato la formazione per insegnare yoga.  una delle cose migliori che abbia mai fatto.
Fantastico! dissi. Namast!
Kaia prese la mano di Reuben sotto il tavolo. Ma poi due anni fa mi  capitata una cosa grave e l c' stato il cambiamento pi grosso...
Nuvoletta: sempre l.
E mi sono accorta, quando ho cominciato a riemergere, che essere fedele a me stessa e ai miei bisogni non era sufficiente. Dovevo ampliare lo sguardo; dovevo aiutare gli altri. Fare dono di me, se non suona troppo bigotto. Arross leggermente. Oddio, certo che suona bigotto! rise, e mi ricordai che questa situazione non era pi facile per lei che per me.
Reuben la guardava come se accanto a lui fosse seduta la Madonna. A me non sembra proprio, disse. Tu che ne pensi, Sarah?
Appoggiai un attimo il telefono e fissai Roo. Davvero mi stava chiedendo di confortare la sua fidanzata?
Insomma, per farla breve, ho iniziato a fare volontariato al Children's Hospital, si affrett a dire lei. Ora voleva smettere di parlare di s. Per la raccolta fondi. Passo l almeno un giorno alla settimana, spesso di pi.
Conosco bene i tuoi colleghi, dissi, contenta che avessimo qualcosa in comune. Sono ottime persone, e ottimi amici della nostra attivit. Allora  cos che vi siete conosciuti voi due?
Kaia guard Reuben, che annu poco convinto. Va tutto bene, avrei voluto dirgli. Sono gelosa della tua ragazza,  vero, ma solo perch sembra molto sicura di s. Non perch ti desideri ancora, caro.
La cosa tremenda, pensai mentre prendevo di nuovo il telefono (nuvoletta: sempre l), era che forse mi ero innamorata pi profondamente di Eddie in soli sette giorni che di Reuben, con cui ero stata sposata per diciassette anni. Ero io che avrei dovuto sentirmi in colpa, non Roo.
Misi il telefono a faccia in gi sul tavolo mentre aspettavo l'arrivo del messaggio di Eddie, e mi sentii invadere da un terrore euforico. L'attesa era finita. Di l a pochi istanti avrei saputo tutto.
Era chiaro che Reuben non sapeva cosa aggiungere a questo dialogo, nonostante facesse da anni un mestiere che gli aveva insegnato a comunicare in circostanze quasi impossibili. Dopo qualche colpo di tosse poco credibile inizi a dire che in Inghilterra non si sentiva il sapore del cloro nell'acqua del rubinetto, o qualche sciocchezza del genere.
Il mio telefono vibr e lo afferrai di slancio. Finalmente. Finalmente.
Ma era un sms di pap.
Tesoro, se non sei ancora partita, forse  meglio che aspetti. Tuo nonno  stato licenziato dai badanti. Abbiamo deciso di arrenderci e di portarlo a casa per occuparcene noi. Lo metteremo nella camera di Hannah. Ovviamente vogliamo vederti. Ti vogliamo bene (e abbiamo bisogno di te...). Ma ti saremmo grati se potessi rimandare a domani. Baci
Tornai subito su Messenger, dimentica di Reuben, di Kaia e di tutti.
Nessun messaggio. Eddie risultava ancora online, ma la nuvoletta era sparita.
Il mio volto cedette. E lo stesso il cuore.
Mi costrinsi a guardare Kaia che mi stava parlando. Un paio di anni fa ho visto due vostri clown in corsia, diceva.
Ma non  possibile: dov' finito il messaggio? pensavo intanto.
C'era questo bambino che non ne poteva pi della chemio, e quando loro sono arrivati si era completamente chiuso in se stesso. Stava girato verso il muro e faceva finta che non esistessero.
Le ho spiegato che succede spesso, disse con orgoglio Reuben.  per questo che si lavora a coppie.
Che cosa furba! Kaia era raggiante. I due interagiscono, cos il bambino pu decidere se partecipare o no, giusto?
Giusto, conferm Reuben. I bambini non sono costretti a fare nulla.
Oddio. Chi era questa noiosa coppia di cabarettisti, e dov'era il messaggio che aspettavo?
Insomma, quando i clown hanno iniziato a improvvisare insieme, il bambino era di spalle, ma non  riuscito a resistere. Ci credo, anch'io non riuscivo a trattenere le risate! Quando sono andata via, anche lui stava ridendo come un matto.
Annuii controvoglia. Lo avevo visto succedere spesso.
Cercando disperatamente di concentrarmi su qualcosa che non fosse Eddie, mi lanciai nel racconto della prima volta che avevo visto Reuben all'opera con i bambini dopo la formazione come clown di corsia. Kaia mi guardava con il mento abbronzato appoggiato sulla manina abbronzata, mentre con l'altra teneva quella di Reuben.
Alla fine tornai a guardare il telefono, immaginandomi gi la forma fisica della risposta, la lunghezza del messaggio, la sagoma oblunga che lo conteneva.
Ma non c'era. Non c'era, e Eddie era di nuovo offline.
Volete qualcos'altro da bere? dissi prendendo il portafogli dalla borsa. Magari un bicchiere di vino? Guardai l'orologio. Mezzogiorno e un quarto: ora dell'aperitivo.
Mentre aspettavo al bancone mi circondai il busto con le braccia, non sapevo se per un senso di conforto o per tenere insieme i pezzi.
Venti minuti dopo, quando il mio solitario bicchiere di vino iniziava a regalare un lieve torpore, Kaia si alz per andare in bagno. Guardai il movimento delle sue gambe snelle sotto il vestito e cercai di immaginarla mentre andava a prendere Reuben dopo il lavoro per cenare fuori, o magari per una camminata serale a Griffith Park. E poi Kaia che veniva alla nostra festa natalizia o al barbecue estivo; che pranzava con i teneri e nervosi genitori di Reuben nella loro casa di Pasadena. Perch tutto questo sarebbe successo (immaginavo la mamma di Roo dire:  stato meglio cos. Non aveva mai smesso di preoccuparsi che io tornassi in Inghilterra portandomi dietro suo figlio).
 proprio carina, dissi a Reuben.
Grazie. Mi guard con gratitudine. Grazie di averla accolta cos bene. Per me vuol dire molto.
Prima avevamo bisogno l'uno dell'altra, dissi, un po' a sorpresa. E ora non pi. Hai incontrato una brava ragazza e sono contenta per te, Roo. Davvero.
S, disse, e io sentii la profonda gioia che aveva in cuore. Era come se Reuben avesse fatto uno di quei respiri lunghi e lenti che si fanno all'inizio di una lezione di yoga, e non fosse pi tornato al suo ritmo normale.
Ehi, disse poi, in un tono un po' imbarazzato. Senti, Sarah, volevo dirti... le tue email di ieri erano un po' strane. Non suonavano molto... professionali. E hai mandato quei documenti agli amministratori senza consultarti con nessuno. E non parliamo del concordare con una bambina di mandare i nostri clown alla sorella senza neanche chiamare l'ospedale. Non sapevo cosa pensare.
Kaia stava attraversando la sala per tornare al tavolo.
Lo so, risposi.  stata una brutta giornata. Non si ripeter pi.
Lui mi guard, attento. Ma stai bene?
S, sono solo stanca.
Be', se hai bisogno di me, non hai che da chiedere. A non seguire il protocollo si fanno degli errori.
Lo so. Senti, dobbiamo parlare della presentazione per gli hospice.
Certo, disse Reuben. Adesso?
C' Kaia, non possiamo.
Reuben aggrott la fronte. Oh, a lei non dispiace.
A me s. Sono affari, Roo.
No, disse con dolcezza Reuben.  beneficenza, non affari. E Kaia lo capisce.  un'amica, non una nemica, Sarah.
Mi costrinsi a sorridere. Aveva ragione. In quei giorni, tutti avevano ragione tranne me.
Reuben e Kaia andarono via tre quarti d'ora dopo. Reuben aveva insistito per fare uno schema della presentazione, nonostante quello che avevo detto. E io mi ero adeguata, perch cos'altro avrei potuto fare? Almeno Kaia si era offerta di uscire mentre parlavamo (No, no! aveva detto Reuben. Non c' niente di segreto).
Kaia mi baci e mi abbracci. Tanto piacere di averti conosciuto, disse. Davvero.
E io ricambiai, perch in quella donna non c'era proprio niente che non fosse a posto.
Dopo che furono usciti spensi il telefono, accesi il computer e mi misi a lavorare. Gente che andava e veniva; insalate di tonno e patatine con tremolanti piramidi di maionese; bicchieri di vino macchiati dai rossetti da ufficio e pinte di birra. Fuori il sole era coperto di lenzuoli grigi. Cadde la pioggia, soffi il vento, torn il sole. Si scuotevano gli ombrelli; South Bank esalava vapore.
Era stato al quinto giorno passato insieme che avevo guardato Eddie David pensando: Io passerei il resto della mia vita con te. Potrei prendere l'impegno subito, e so che non me ne pentirei.
Alla fine l'afa era cessata e un temporale si era abbattuto sulla campagna con lampi e tuoni, martellando il tetto del fienile. Ci eravamo sdraiati sul letto sotto un lucernario; Eddie mi aveva detto che lo usava sempre per guardare le stelle e i fenomeni atmosferici. Stavamo testa-piedi e lui mi massaggiava distrattamente una caviglia mentre osservava il cielo scatenato.
Mi chiedo che cosa ne penser la pecora Lucy, disse.
Io risi immaginando Lucy sotto un albero che belava sconsolata. I temporali a Los Angeles sono pazzeschi, dissi io. Come un'apocalisse.
Dopo un attimo mi chiese: Come ti senti all'idea di tornare l?
Incerta.
Perch?
Alzai il capo per vederlo bene. Tu cosa credi?
Compiaciuto, si mise il mio piede sotto la testa e disse: Vedi,  proprio questo il punto. Non sono sicuro di essere disposto a farti partire.
Io gli risposi con un sorriso e pensai: Se tu mi dicessi di restare, se mi dicessi che potremmo iniziare una vita insieme qui, io resterei. Anche se ti conosco solo da qualche giorno, anche se avevo giurato di non tornare mai pi. Resterei, per te.
Erano quasi le quattro quando radunai le mie cose per andare. Riaccesi il telefono, pur non avendo particolari aspettative. Invece c'era un sms da un numero sconosciuto.
stai lontana da eddie, diceva.
Senza punteggiatura, n saluti, n maiuscole. Soltanto quello: stai lontana.
Tornai a sedermi. Lo rilessi alcune volte. Era stato inviato esattamente alle tre del pomeriggio.
Dopo qualche minuto decisi di chiamare Jo.
Vieni da me, disse subito. Vieni direttamente a casa mia, cara. Rudi  da suo nonno. Ti offro un bicchiere di vino, poi chiamiamo questo maniaco, e scopriamo cosa sta succedendo. Okay?
La pioggia era ricominciata. Si scagliava sul Tamigi come un grigio attacco d'ira, a precipizio, martellante e fragorosa proprio come il temporale che io e Eddie avevamo guardato dal suo letto. Aspettai qualche minuto prima di arrendermi e di uscire, senza una giacca, in direzione di Waterloo.


Capitolo 19.

Ciao,
prima hai iniziato a scrivermi. Che cosa volevi dire? Perch hai cambiato idea? Non riesci proprio a deciderti a parlare con me?
Ricomincio da dove avevo smesso.
Qualche mese dopo aver compiuto diciassette anni, ho fatto un bruttissimo incidente di macchina in Cirencester Road. Quel giorno ho perso mia sorella e ho perso la mia vita, o almeno la vita che avevo sempre conosciuto. Perch dopo qualche settimana mi sono resa conto che non potevo pi vivere l. A Frampton Mansell. Nel Gloucestershire.
Ero a pezzi e chiamai Tommy, che stava a Los Angeles da due anni. Lui mi disse: Prendi il primo aereo che trovi, e cos feci: partii il giorno dopo. I miei sono stati bravissimi. Di una generosit straordinaria, a lasciarmi partire in un momento simile. Sarebbero stati altrettanto generosi se avessero potuto prevedere le conseguenze per la nostra famiglia? Non lo so. Ma comunque misero le mie esigenze al primo posto, e il mattino dopo ero a Heathrow.
La famiglia di Tommy abitava in una via residenziale chiamata South Bedford Drive, che era larga come un'autostrada inglese. La casa aveva uno strano aspetto, come se una casa colonica spagnola si fosse accoppiata con un villone classicheggiante. Quando me la trovai davanti il primo giorno, ancora in preda a nausea e capogiri per il caldo e il jet-lag, mi chiesi se ero atterrata sulla luna. Poi salt fuori che mi trovavo a Beverly Hills.
Non possono permettersi di vivere qui, disse cupo Tommy facendomi fare il giro della casa. C'era una piscina, una piscina vera! E intorno tavoli, sedie, rampicanti, rose e nuvole di fiori tropicali.
L'affitto  folle. Non riesco a immaginare come faranno, ma la mamma adora raccontare ai parenti che Saks  il suo negozio di quartiere.
Per quanto la mamma di Tommy fosse ormai irriconoscibile e sempre pi presa da cose come vestiti, trattamenti di bellezza e pranzi durante i quali di sicuro non mangiava niente, era abbastanza gentile da accorgersi che avevo proprio bisogno di una vacanza. Mi disse che potevo fermarmi finch volevo e mi disse dove si prendeva il frozen yogurt dal nome esotico che Tommy aveva descritto nelle sue lettere. Per non mangiarne troppo. Non posso lasciarti ingrassare.
Al di l dei riquadri ben rasati del loro giardino recintato si stendeva una citt che mi sbalordiva. Non dimenticher mai la prima volta che ho visto una strada costeggiata di palme alte fino al cielo; le enormi targhe con i nomi delle strade appese ai semafori; chilometri e chilometri di piccole costruzioni basse costellate di fiori e a prova di terremoti. L'incessante sibilo degli aerei, i nail bar, le montagne brulle, gli inservienti addetti al parcheggio, i negozi pieni di abiti bellissimi dai prezzi sbalorditivi. Passai settimane intere a fissare qualsiasi cosa. La gente, i festoni di lucine colorate, l'enorme distesa di sabbia dorata, e poi il Pacifico che ogni giorno tornava a infrangersi a Santa Monica. Era un miracolo. Era Marte. E per questo motivo era perfetto.
Mi resi conto subito dopo il mio arrivo che l'invito di Tommy non era puramente filantropico. Si sentiva solo. Era vero che era sfuggito alle continue angherie dei compagni di classe, ma nella sua famiglia, nel suo rapporto con se stesso e nella sua fiducia nell'umanit non sembravano esserci cambiamenti positivi. I primi segni di disagio rispetto al proprio corpo che aveva manifestato in Inghilterra sembravano essere sfociati in qualcosa di molto pi oscuro. Non mangiava niente oppure di tutto, faceva sport due o tre volte al giorno e la sua camera era piena di vestiti a cui non aveva nemmeno tolto il cartellino.
Un giorno gli chiesi apertamente se era davvero gay. Eravamo al Farmers Market, in coda per prendere i tacos, e Tommy cominciava a borbottare qualche bugia sul fatto che non aveva fame. Mi ricordo che ero l a farmi vento con lo scontrino del parcheggio quando la domanda mi usc a bruciapelo.
Nessuno dei due se l'aspettava. Lui mi fiss per qualche secondo e poi disse: No, Harrington. Non sono gay. E poi cosa diavolo c'entra con i tacos?
Dietro di noi ci fu un basso scoppio di risa.
Tommy fece una smorfia come se volesse sparire; io mi girai e vidi una ragazza - poteva avere un paio d'anni pi di me - che rideva apertamente. Scusate, disse con accento londinese, ma non ho potuto fare a meno di sentire. Tu, disse indicandomi, sul tatto ci devi lavorare.
Tommy era d'accordo.
E io pure.
Da un'ora passata a un tavolino traballante a mangiare tacos  nata un'amicizia che dura ancora. La ragazza, Jo, faceva l'estetista a domicilio e abitava in zona, in uno squallido appartamento condiviso. Nei mesi successivi, prima che finisse i soldi e fosse costretta a tornare in Inghilterra, ci costrinse a ritrovare un sembiante di felicit e normalit che ci permetteva di andare avanti. Lei ci faceva parlare - cosa in cui eravamo fallimentari - e ci obbligava a uscire in continuazione per andare a feste, spiagge, concerti gratuiti.  un tipo spinoso, Jo Monk, ma  una donna dalla bont e dal coraggio infiniti. Quando non sono in Inghilterra mi manca terribilmente.
Arriv settembre e avrei dovuto tornare a casa per gli esami necessari ad andare all'universit. Ma non potevo. Tutte le volte che chiamavo e i miei parlavano del mio ritorno, mi mettevo a piangere. Mia madre sprofondava nel silenzio e alla fine mio padre doveva prendere la derivazione telefonica che stava fuori dal bagno e fare qualche battuta. La mamma faceva del suo meglio per sembrare forte e persino allegra, ma un giorno se lo lasci sfuggire, come se per un attimo avesse dato le spalle alla propria voce: Mi manchi da star male, bisbigli. Rivoglio la mia famiglia. Mi sentii cos in colpa che mi si blocc la gola e non riuscii neppure a rispondere.
Alla fine accettarono che rimandassi gli esami di un anno per fermarmi in America un altro po'. Vennero a trovarmi e, per quanto vederli fosse un sollievo, era molto doloroso che Hannah non ci fosse. Loro volevano parlare di lei in continuazione, il che mi era insopportabile. Quando ripartirono mi sentii sollevata.
Poi conobbi Reuben, mi trovai un lavoro e decisi che era ora di recuperare il rispetto per me stessa. Questo te lo racconter la prossima volta.
Sarah
PS: Domani vado a trovare i miei. Il nonno si fermer da loro per un po'. Se sei a casa e ti va di parlare, chiamami.


Capitolo 20.

Sarah! Pap, che aveva l'aria esausta, mi abbracci forte. Grazie a Dio, disse. Grazie a Dio sei qui. La nostra voce della tranquillit e della calma.
Mi offr del vino, ma rifiutai. Il giorno prima, dopo essermi vista con Kaia e Reuben a South Bank e dopo il messaggio che mi avvisava di stare alla larga da Eddie, ero andata da Jo e avevo bevuto troppo. La mattina seguente il mio corpo mi aveva fatto capire che per un po' non avrebbe tollerato altri alcolici.
Oh, Sarah. La mamma mi abbracci. Mi dispiace tanto per le ultime settimane. Mi sento cos in colpa. Mia madre passava molto tempo a scusarsi per le sue mancanze, bench non avesse fatto altro che amarmi e pensare a me dal giorno in cui ero nata.
Smettila di dire cos. A Leicester ci siamo viste. Non ero contenta?
S, mi pare di s.
Non sapevo bene perch non le avevo parlato di Eddie. Forse perch in teoria ero tornata per l'anniversario dell'incidente, non per fare l'amore con un avvenente sconosciuto. O forse perch quando ero arrivata a Leicester avevo gi iniziato a preoccuparmi.
O forse, pensavo adesso porgendole dei fiori, perch una parte di me sapeva che non avrebbe funzionato. La stessa parte di me che il giorno del matrimonio, di fronte a Reuben, aveva pensato: Prima o poi lo perder. Proprio come Hannah.
La mamma mise i fiori in un vaso, poi li tolse e li mise in un altro. E poi in uno diverso. Fatti gli affari tuoi, disse quando si accorse che la guardavo. Adesso sono una pensionata. Mi sono guadagnata il diritto ad avere le mie idee sulla disposizione dei fiori.
Sorrisi, sollevata. L'ultima volta l'avevo vista in qualche modo ridimensionata, schiacciata, come un cartone appiattito per il riciclo. Il che era strano perch, a parte qualche momento di debolezza, negli anni seguiti all'incidente aveva sempre goduto di ottima salute. In effetti, la sua resistenza era l'unica cosa che mitigava il mio senso di colpa per essermene andata lasciandoli tutti nel caos e nel dolore.
Lei e pap ora erano come me li ero sempre immaginati: gentili, solidi, sicuri di s. E un pochino alcolizzati, pensai vedendo la mamma versarsi del vino anche se stavamo per andare al pub. Non metterli su un piedistallo. Hanno la loro maniera di far fronte alle cose.
Lanciai un'occhiata al soffitto e abbassai la voce. Allora, come sta?
 un vecchiaccio schifoso, disse lei senza mezzi termini. E io sono autorizzata a dirlo, perch  mio padre, gli voglio bene e so quante ne ha passate. Ma non si pu negare:  un vecchiaccio schifoso.
 vero, concord pap. Stiamo tenendo il conto delle cose di cui si  lamentato oggi. Siamo a trentatr, e manca un quarto all'una. Tu perch non bevi?
Ho ancora i postumi di ieri sera.
La mamma sembrava abbattuta. Oh, mi sento in colpa a essere cos cattiva, disse.  un tipo impossibile, Sarah, ci fa impazzire. Ma sotto sotto mi dispiace molto per lui.  tanto tempo che sta solo. Fa una vita tremenda, chiuso in casa senza nessuno con cui parlare.
Mia nonna, una donna cos tonda che nelle foto sembrava quasi sferica, era morta d'infarto a quarantaquattro anni. Non l'avevo mai conosciuta.
Be', almeno ha voi due. Sono sicura che apprezza la vostra compagnia, anche se magari non sembra.
Si comporta come se fosse stato rapito da qualche terrorista, sospir la mamma. Stamattina l'ha proprio detto, mentre gli davo le medicine: 'Non posso credere che mi abbiate trascinato in questo posto dimenticato da Dio'. Per poco non mettevo fine alle sue sofferenze.
Pap si mise a ridere. Tu sei un angelo con lui, disse dandole un bacio affettuoso. Io distolsi lo sguardo, un po' disgustata, molto commossa e persino un po' gelosa. Erano ancora cos felici insieme, i miei genitori. E fino al giorno in cui lei non aveva acconsentito a sposarlo, mio padre l'aveva corteggiata continuamente; le telefonava, le scriveva, le mandava regali. La portava ai concerti facendola sedere con lui al mixer. Non l'aveva mai lasciata nell'incertezza. Non aveva mai mancato di richiamarla.
Chiesi se dovevo salire a salutare il nonno prima che andassimo a pranzo fuori.
Per tua fortuna, sta dormendo, rispose la mamma. Ma di sicuro avr voglia di vederti.
Io alzai un sopracciglio.
Per quanto abbia voglia di vedere qualcuno.
Al Crown ci sedemmo fuori, anche se in realt non faceva abbastanza caldo. Le folate di vento alzavano i capelli di mia madre in fiammate rosse e pap sembrava rachitico, o forse ubriaco, perch il suo lato del tavolo era in pendenza. Nel campo che si alzava ripido sopra la stradina di campagna, una pecora si era accovacciata per brucare tra le ortiche pungenti. Mi venne da ridere, ma mi fermai. Mi chiesi se avrei mai pi trovato tanto buffe le pecore.
Raccontami di questa faccenda del violoncello, sollecitai pap. Lungo la strada la mamma mi aveva riferito che aveva iniziato a prendere lezioni.
Ah s! Be', l'autunno scorso stavo bevendo qualche bicchiere con Paul Wise e mi diceva di aver letto sul giornale che da vecchi si pu mantenere il cervello in esercizio suonando uno strumento...
Quindi ha preso la macchina,  andato a Bristol e ha comprato un violoncello, lo interruppe la mamma. All'inizio era spaventoso, Sarah. Terribile. Paul  venuto a sentirlo...
Quello scemo stava l a ridere, concluse pap. Allora mi sono esercitato come un demonio e ho trovato un maestro a Bisley, tra poco faccio il secondo esame. Paul dovr rimangiarsi tutto.
Sollevai il bicchiere per fare un brindisi a pap, ma in quel momento un picchio tamburell il becco sulla corteccia di un albero. La mano mi ricadde sul tavolo. Quel rumore mi ricordava cos intensamente Eddie, i nostri giorni insieme, che mi ritrovai incapace di proferire parola.
Mi era tornato quel rimescolio nello stomaco.
I miei genitori iniziarono a parlare del nonno mentre guardavo un'altra famiglia seduta un po' pi in l, accanto a una fioritura di speronella. I genitori somigliavano ai miei, anche loro all'inizio della vecchiaia: pi grigi, pi curvi, ma ancora protagonisti della loro vita, non proiettati sul passato. Le figlie erano come immaginavo saremmo apparse io e Hannah se quel giorno fossimo state l insieme. La pi giovane sembrava tenere banco con veemenza su qualche argomento e io rimasi come ipnotizzata a immaginare la mia sorellina da adulta. Hannah da grande sarebbe stata una con le idee chiare, tenace, combattiva. Il tipo di donna che presiede le commissioni ed  segretamente temuta dagli altri genitori della scuola.
Sarah? La mamma mi stava guardando. Stai bene?
Certo, dissi. E poi: Quella famiglia l...
I miei li osservarono. Oh, credo che il marito sia un amico dei nostri vicini, disse pap. Patrick? Peter? Qualcosa con la P.
La mamma non disse nulla. Aveva capito cosa stavo pensando.
Io voglio solo quello, dissi piano. Potermi sedere a questo tavolo con voi e con Hannah. Darei tutto quello che ho se fosse possibile stare qui insieme. A parlare, a mangiare.
La mamma abbass il capo e pap si fece molto silenzioso, come succedeva sempre quando parlavo di Hannah.
Piacerebbe tanto anche a noi, disse lei. Pi di quanto riesco a dire. Ma abbiamo imparato con le cattive che  meglio concentrarci su quello che abbiamo e non su quello che ci manca.
Uno strato di nuvole pass sopra il sole e mi fece rabbrividire. Era una cosa che facevo sempre. Mettevo a disagio i miei genitori ricordando loro che le cose sarebbero potute andare diversamente.
Alle sei di pomeriggio avevo il cuore che martellava in petto e i pensieri sparsi come filamenti di un soffione di tarassaco. Dissi ai miei, i quali rimasero cortesemente allibiti, che andavo a correre.
Nuovo regime sportivo, sorrisi, sperando che mi consentissero di mantenere quella finzione.
Disgustata da me stessa, andai di sopra a cambiarmi. Non sapevo decidere cosa fosse peggio: che quello stato adrenalinico fosse diventato cos familiare o che non riuscissi a trovare una soluzione a parte stancarmi a morte e mentire a chi mi voleva bene.
Ricordami quando torni a LA, mi scrisse Tommy appena prima che uscissi.
Parto da Heathrow marted mattina alle 6,15. Far pianissimo.
Ok, allora stai da noi luned sera, giusto?
Se vi va bene. Luned ho un convegno a Richmond; dovrei essere da voi verso le 19,30. Altrimenti posso stare da Jo... Immagino che tu e Zoe ne avrete abbastanza!
No, va bene. Zoe parte di nuovo per Manchester. Allora non ci sei domenica sera?
Negativo. Perch, devi ricevere un'altra donna?
Ma no.
Ottimo. Allora ci vediamo luned sera. Tu come stai?
Tutto bene. Ma luned mattina vai dritta al convegno o passi di qua?
Lessi aggrottando la fronte. Tommy e Zoe mi avevano sempre lasciato usare la loro camera degli ospiti con grande generosit, dandomi le chiavi e dicendomi di fare come a casa mia. A parte quando dovevamo trovarci a cena, non mi pareva che Tommy avesse mai fatto domande sui miei andirivieni.
Volevo passare prima da voi, ma se preferisci vado dritta a Richmond...? scrissi.
No, rispose Tommy. Va bene. Ti aspetto. E non ti azzardare ad andare a caccia di Eddie mentre sei l, ok? Non cercarlo, non andare a correre davanti a casa sua, non sederti in quel pub. Capito?
Capito. Passa un buon weekend con la dama misteriosa!
Sta' attenta, mi scrisse. E poi: Sul serio, Harrington. Non cercarlo assolutamente, capito?
All'improvviso mi chiesi se Tommy mi stesse scrivendo perch lui doveva vedere Eddie. Esaminai questa possibilit per alcuni minuti prima di rendermi conto di quanto fosse ridicola.
Avrei allungato la corsa fino a Sapperton nella speranza di vedere Eddie? L'idea stava maturando da qualche giorno, ma chiss se lui era nel Gloucestershire oppure a Londra. O nello spazio interstellare. E se l'avessi visto, che cos'avrei fatto?
Ma sapevo che ci sarei andata, a Sapperton, e sapevo che mi avrebbe fatto stare peggio, ma non potevo o non volevo fermarmi.
La corsa fu come immaginavo che potesse essere un crollo nervoso. Eddie era ovunque guardassi: mi osservava dai rami degli alberi, seduto sulla vecchia chiusa, nel prato che si stendeva tra i rami del fiume. E ben presto fu raggiunto da Hannah con addosso gli stessi vestiti che aveva in quel giorno spaventoso.
Mentre raggiungevo il ponticello pedonale vidi una donna che si avvicinava venendo da Sapperton. Lei almeno sembrava reale: impermeabile, capelli raccolti, scarpe da camminata. Finch all'improvviso si ferm e inizi a fissarmi.
Per motivi che non riuscii a capire, smisi di correre e la fissai anch'io. Aveva qualcosa di familiare, eppure sapevo di non conoscerla. Ero troppo lontana per stabilire la sua et, ma sembrava molto pi vecchia di me.
La madre di Eddie? Era possibile? La scrutai ma non colsi nessuna somiglianza evidente. Eddie era alto, grosso, con la faccia tonda, mentre questa donna era bassa ed estremamente magra, con il mento a punta. (E se anche fosse stata la madre di Eddie, perch mai avrebbe dovuto fermarsi in mezzo a un sentiero a fissarmi? Eddie aveva detto che era depressa, non che era matta. E poi non sapeva neanche della mia esistenza.)
Dopo qualche secondo si gir e ricominci a camminare nella direzione da cui era venuta. Camminava veloce, ma i suoi movimenti avevano l'irregolarit un po' a scatti di chi ha difficolt di movimento. L'avevo visto fin troppo spesso nei bambini convalescenti.
Rimasi ferma a lungo dopo che la donna era sparita.
C'era stato un confronto, oppure aveva semplicemente deciso di interrompere la passeggiata e andare a casa? Dopotutto non c'era modo di fare un percorso ad anello da quel sentiero: o si faceva un giro di qualche chilometro passando per Frampton Mansell, oppure si faceva dietrofront per tornare dritti a Sapperton.
Presi la strada di casa. Diverse volte mi convinsi che Eddie stesse camminando sul sentiero dietro di me. Ma ogni volta il sentiero era deserto. Anche gli uccelli sembravano tacere.
Non lo sopporto, pensai mentre arrivavo al portico dei miei, qualche minuto dopo. Come facevo a ritrovarmi l, a vagare per la valle alla ricerca di una persona che avevo ormai perduto?
Accanto all'attaccapanni dell'ingresso c'era una foto incorniciata di me e Hannah nel prato dietro la casa. Io stavo seduta in uno scatolone e Hannah in piedi accanto a me, con un mazzetto di fiori nel piccolo pugno. Aveva la salopette sporca di fango e radici dei fiori. Guardava l'obiettivo facendo il broncio, con un'intensit comica che mi faceva male al cuore. La fissai, la mia piccola adorata Hannah, e il senso di perdita si addens nel mio petto come colla.
Mi manchi, mormorai toccando il vetro freddo della cornice. Mi manchi tanto.
La immaginai che mi faceva la linguaccia, e quando mi trovai faccia a faccia con mio nonno, in cima alle scale, stavo piangendo.
Mi bloccai. Oh! Nonno!
Lui non disse nulla.
Sono andata a correre. Sono passata da te dopo pranzo ma dormivi, perci...
Ma non ci riuscivo. Non riuscivo a parlare, neppure per tenere buono il nonno. Restammo l, io con i miei indumenti da corsa, lui con una vestaglia che era troppo debole per allacciare bene, sopra il cotone consumato del vecchio pigiama azzurro con i bordi orlati di blu. Mi si spezzava il cuore. Il nonno odorava di stanchezza. Piansi in silenzio, la faccia raggrinzita attorno alla linea piatta della bocca. Avevo perso Hannah, e ora Eddie: lo sapevo, non potevo pi fare finta, ed ecco il mio povero nonno che stava solo da quasi cinquant'anni, da quando la nonna aveva avuto un infarto ed era morta sulla sedia davanti a un sandwich al prosciutto, e adesso lui doveva essersi alzato per camminare, perch davanti a s aveva un deambulatore, e nessuno dei due sapeva cosa dire all'altro.
Vieni in camera mia, disse infine.
Il nonno ci mise un po' a sistemarsi nella poltrona che gli avevano preso i miei. Intanto cercai di asciugarmi il viso, poi mi sedetti sul bordo del vecchio letto di Hannah.
Per un attimo pensai che volesse davvero parlarmi, chiedermi che cos'avevo. Ma ovviamente, essendo il nonno, non lo fece. Vedeva il mio dolore, voleva aiutarmi, ma non sapeva come fare. Rimase seduto l a guardare fuori dalla finestra, e ogni tanto un punto del muro vicino alla mia faccia. Finch non cominciai a parlare.
Gli raccontai di quella famiglia al pub e del senso di angoscia che mi dava trovarmi in questa valle, pur dopo tanto tempo.
Non c' un giorno in cui non penso a Hannah, gli dissi, in cui non desidero rivederla, anche solo per cinque minuti; per abbracciarla, capisci?
Il nonno annu bruscamente. Notai che prima di lasciare la stanza era riuscito a tendere le lenzuola e a sprimacciare il cuscino. Ero commossa. Il bisogno di ordine persino nel caos pi fitto era una cosa che capivo.
E poi ho pensato che stesse cambiando qualcosa, nonno. Ho conosciuto un uomo, qui in zona, quando la mamma e il pap erano da te a Leicester.
Se non mi sbagliavo, aveva inarcato appena appena un sopracciglio. Continua, per favore, disse dopo quello che mi sembr un secolo.
Esitai un attimo. Immagino saprai che mio marito e io ci siamo separati.
Di nuovo, un lento cenno del capo. Anche se ho dovuto strapparlo di bocca a tua madre, disse. Avere pi di ottant'anni fa pensare alle persone che morirai sul colpo se ti danno una brutta notizia. Tacque un attimo. Insomma, chi  che non divorzia al giorno d'oggi? Io sono addirittura sorpreso che vi prendiate la briga di sposarvi.
Una cinciarella svolazz sulla mangiatoia per uccelli appesa fuori, becchett e poi vol via. Sul sedile sotto la finestra, dove Hannah una volta teneva la sua collezione di ricci, il sole del tardo pomeriggio proiettava dischi caleidoscopici. La stanza era calda e silenziosa.
Stavi dicendo...
Non stavo dicendo niente, avrei voluto ribattere, ma qualcosa nella sua postura, nei suoi occhi, mi disse che voleva sapere. Che forse gli importava davvero. E se decidevo di parlare con lui, dovevo aspettarmi qualche frecciata.
Cos gli raccontai tutto. Dal momento in cui avevo sentito Eddie ridere con la pecora alla corsa che avevo appena fatto lungo il canale, e tutte le cose umilianti e disperate che avevo fatto dopo che lui era scomparso.
Per fortuna tu, non essendo cresciuto ai tempi di Internet, non conosci le meschinit che si fanno per rintracciare una persona online, gli spiegai. Ma non  una bella esperienza. Non ottieni mai quello che speravi. Era troppo terapeutico, questo fatto di parlare con una persona silenziosa; non riuscivo a smettere. Non ti d mai il controllo della situazione.
Il nonno tacque per un bel po'. Non approvo le tue azioni, disse poi. Mi sembrano stupide e del tutto controproducenti.
 vero.
Per ti capisco, Sarah.
Alzai gli occhi: per una volta, mi stava guardando in faccia.
Io mi sono innamorato di una donna per cui avrei demolito dei palazzi, se avessi potuto. L'ho amata fino al giorno della sua morte. La amo ancora adesso, anni dopo. E fa ancora male.
La nonna?
Distolse lo sguardo. No.
Tra noi si spalanc un grande armadio di silenzio. Al pianterreno mamma e pap ridevano; dei rumori soffocati lasciarono spazio al suono di Patsy Cline che cantava dalle casse dello stereo.
Ruby Merryfield, disse infine il nonno.  stata lei il grande amore della mia vita. Tutti mi dicevano che non potevo sposarla, e cos non l'ho fatto. Quando era pi giovane aveva avuto un amante ed era diventata madre. Il figlio era stato dato in adozione, e questo le aveva spezzato il cuore. Non lo sapeva nessuno tranne i miei genitori, perch mio padre era il suo medico. Mi proib di sposarla. Ho combattuto con coraggio, Sarah, ma alla fine ho dovuto cedere, perch stavo studiando medicina e avevo bisogno del sostegno dei miei. Fece un gesto tremolante con le mani. Cos smisi di cercarla e un anno dopo sposai tua nonna. E abbiamo avuto una bella vita insieme, Diana e io. Ma ogni giorno pensavo a Ruby. Mi mancava. Le scrivevo lettere che non spedivo. Quando venni a sapere che era morta, sparii per diversi giorni con la scusa di andare a pesca, perch stavo troppo male. Vicino a Cannock. Ma era troppo bello. Avrei voluto trovarmi in un posto triste. Il nonno aveva gli occhi pieni di lacrime. Aveva una risata che iniziava un po' da uccellino, e poi si allargava in modo quasi indecente. Vedeva la gioia della vita, ovunque andasse. Si premette sugli occhi il dorso della mano, dove la pelle era grinzosa e macchiata dall'et. La luce stava svanendo dalla stanza. Non avrei mai dovuto rinunciare a lei, disse.
La cinciarella torn e restammo a guardarla in silenzio.
Non che io mi penta in assoluto della mia scelta, continu. Come ho detto, ho voluto molto bene a Diana, e quando  morta ho sofferto. E senza di lei non avrei avuto tua madre e sua sorella, anche se, lo sappiamo, tua zia ci ha fatto preoccupare un bel po'.
L'ultimo marito di mia zia si chiamava Jazz.
Ma se tornassi indietro, non rinuncerei, disse il nonno. Non sono convinto che l'amore debba essere come un'esplosione. Non deve essere drammatico o famelico, o avere le qualit che gli hanno attribuito scrittori e musicisti. Ma sono convinto che quando lo sai, lo sai. Io lo sapevo e l'ho lasciato andare senza lottare fino in fondo, e non me lo perdoner mai. Chiuse gli occhi. Adesso devo sdraiarmi. Non preoccuparti, non mi serve aiuto. Puoi chiudere la porta quando esci? Grazie, Sarah.


Capitolo 21.

Caro Eddie,
visto che non mi hai chiesto di smettere di scriverti, io continuo.
Si era deciso che sarei rimasta a Los Angeles ancora qualche mese, anche se questo significava saltare gli esami a scuola. Non m'importava: non me la sentivo di tornare.
Avevo in tutto due amici e vivevo nella suite per gli ospiti di una casa a Beverly Hills che aveva una piscina e una domestica a tempo pieno. L'unica cosa che mi ricordava vagamente da dove venivo erano i filari di platani che fiancheggiavano South Bedford Drive. Che per non erano affatto come a casa mia, perch l'estate era stata impietosa e quando arriv settembre erano secchi come bacon croccante.
La mamma di Tommy mi aveva trovato qualche ora di pulizie da fare in casa delle sue amiche, cos avrei avuto qualcosa in tasca: era l'unica cosa che potevo fare, non avendo un visto. Facevo le pulizie dagli Stein, dai Tyson e dai Garwin, e il mercoled pomeriggio facevo la spesa per la signora Garcia, che mi implorava di fare la ragazza alla pari per i suoi figli. Le dava molto fastidio che dicessi di no. Non riusciva a comprendere come mai rifiutassi di badare ai bambini anche se andavo cos d'accordo con loro, e io non mi decisi mai a dirle il perch.
Pensavo di aver gi raggiunto la mia statura definitiva e invece ricominciai a crescere, in lungo e in largo. Avevo le tette, la vita e un sedere. Stavo prendendo la forma che ho adesso, immagino, e cercavo di capire che tipo di donna volevo diventare. Forte, avevo deciso. Forte, motivata, di successo. Avevo passato anni come una pusillanime, una che faceva tappezzeria, una debole nullit.
Un giorno di novembre la figlia della signora Garcia, Casey, si ruppe un braccio alla scuola materna. La ragazza alla pari che alla fine era stata assunta rimase con il fratellino, e a me fu chiesto di accompagnare la bambina all'ospedale in taxi. La signora Garcia stava tornando di corsa da un convegno a Orange County. Insistette che portassi la figlia al Children's Hospital, anche se era lontano: l conosceva delle persone, e voleva che Casey vedesse una faccia nota mentre aspettava la mamma.
Povera Casey. Era spaventatissima dal dolore; dopo aver attraversato la citt, batteva i denti e non voleva parlare con i dottori. Non sopportavo quella situazione.
Appena arriv la signora Garcia, uscii dall'ospedale e andai a cercare un negozio di maschere e scherzi di cui mi avevano parlato, all'incrocio fra Vermont Avenue e Hollywood Boulevard. Volevo trovare qualcosa per far ridere Casey. Prima di arrivarci, per, mi trovai sommersa da una fiumana di bambini che erompeva da un ristorante messicano all'angolo. Avevano facce dipinte e palloncini e sembravano a mille miglia da dov'era adesso Casey.
Poco dopo che i bambini furono costretti a rientrare da una madre con l'aria esasperata, dal ristorante usc un clown che si appoggi fiaccamente al muro. Sembrava distrutto. Tir fuori di tasca un pacchetto di sigarette e una birra messicana avvolta in un sacchetto di carta. Mi venne da ridere quando l'apr e ne bevve un lungo sorso. Era un tipo di clown molto strano, senza parrucca o trucco in faccia, solo un ragazzo con un naso finto e dei vestiti bizzarri. E una birra che non avrebbe dovuto bere in pubblico.
Non  come sembra, disse accorgendosi di me. Non sto davvero bevendo e fumando a una festa di bambini. Gli dissi di non preoccuparsi e gli chiesi dove fosse il negozio. Mi indic un edificio coperto di graffiti e murales poco lontano. Posso venire con te? chiese. Sono traumatizzato. Ho studiato in Francia con Philippe Gaulier. Dovrei essere un performer teatrale, non intrattenere i bambini.
Gli chiesi che differenza ci fosse, e si rivel considerevole.
Senti un po', gli dissi fermandomi sui gradini del negozio. Se prometto di non denunciarti per aver fumato e bevuto fuori da una festa di bambini, mi fai un favore?  un favore abbastanza grosso.
E cos questo poveraccio, che probabilmente puzzava di alcol e sigarette, mi segu in ospedale e venne a trovare Casey.
Mentre ci avvicinavamo, sentii un cambiamento nella sua energia. Da questo momento sar Franc Fromage. Non usare il mio vero nome, ordin, bench non sapessi qual era.
Franc Fromage arriv al capezzale di Casey e fece apparire un ukulele. Cant una canzone direttamente al braccio rotto e la bambina, bench fosse ancora spaventata e turbata, non pot fare a meno di ridere. Quando il ragazzo le chiese di aiutarlo a inventare l'ultima strofa, lei si concentr cos tanto da dimenticare dov'era e quanta paura aveva. Poco dopo si decise a permettere che i dottori le sistemassero il braccio.
Monsieur Fromage mi disse che si era divertito moltissimo. Si esalt e cominci a usare vari termini del linguaggio teatrale e psicologico che mi erano incomprensibili. Venne a salvarmi un'infermiera che voleva chiedere a Franc Fromage se poteva tornare, per favore, perch anche gli altri bambini volevano conoscere il suonatore di ukulele con il naso rosso.
Quando infine ce ne andammo, mi diede il suo numero di telefono e, visibilmente terrorizzato, mi disse che dovevo offrirgli da bere. Mi chiamo Reuben, disse tutto serio. Reuben Mackey.
Cos gli telefonai e andammo a bere qualcosa. Reuben disse che dopo il nostro incontro aveva letto qualcosa sull'attivit dei clown in ospedale, e pareva proprio fosse una cosa seria, con un metodo e studi accademici. Un tizio di New York aveva fondato la prima associazione di clownterapia negli anni Ottanta. Voglio studiare con lui, disse Reuben. Voglio imparare ad aiutare le persone, non solo farle ridere.
Quella sera fra noi non accadde nulla. Credo fossimo entrambi troppo timidi. E poi Tommy e Jo ci tenevano d'occhio da un tavolino dall'altra parte della strada. Nel caso sia uno di quei clown che ammazzano la gente, come diceva Jo.
Poi la signora Garcia mi chiese se potevo far tornare Franc Fromage in ospedale quando Casey doveva togliere il gesso. Lui acconsent, ma solo se gli avessi offerto da bere di nuovo.
Non solo aiut Casey al momento di togliere il gesso, ma pass qualche ora anche con gli altri bambini del reparto di ortopedia. Si ferm solo quando si rese conto che gli tremavano le mani dalla fame. La prego, torni presto! lo implor un'infermiera.
Il problema era che non poteva permettersi di lavorare gratis. Viveva in un appartamentino condiviso a Koreatown, mi spieg, e non poteva non farsi pagare.
Fu allora che dissi: E se troviamo i soldi per poterti mandare in ospedale un giorno al mese? Gli raccontai che lavoravo per tutta quella gente ricca, e che la notizia del suo intervento in ospedale si era diffusa subito.
Cos  cominciata la mia relazione con un clown ed  nata la nostra attivit. Reuben and a New York a studiare con psicoterapeuti, psicologi dell'infanzia e performer teatrali. Quando torn, iniziammo a darci da fare. Lui faceva visita ai bambini malati e io stavo tra le quinte a raccogliere fondi e organizzare gli interventi, il che mi andava alla perfezione. Volevo essere coinvolta - lo volevo pi di quanto io stessa sapessi - ma senza stare in prima linea.
Io ero brava nel mio ruolo e Reuben nel suo. La gente vedeva e sentiva parlare di quello che facevamo e le richieste aumentavano. Trovammo altre tre persone e Reuben le istru. In breve fondammo la nostra prima piccola accademia di formazione. Ci sposammo e prendemmo in affitto un appartamento a Los Feliz, vicino al Children's Hospital. Anni dopo gli hipster si trasferirono in zona, e Reuben si ritrov nel suo elemento.
Quanto a me, avevo uno scopo, una direzione, e non mi restava il tempo di pensare alla vita che avevo lasciato. Accanto a me c'era un uomo: bisognava che io fossi forte quando lui era debole e viceversa. Il nostro amore era fondato sulla reciprocit di forza e bisogno, e funzionava alla perfezione.
Per molto tempo quel tipo d'amore  stato tutto ci di cui avevo necessit. Quando avevo promesso di amarlo e di onorarlo per sempre, dicevo sul serio. Ma poi sono cambiata. Con il passare degli anni non ho pi avuto bisogno di lui, e il nostro equilibrio si  fatalmente compromesso. Ci volevamo tanto bene, Eddie, ma senza quell'equilibrio di bisogno reciproco, la bilancia non funzionava. La mia incapacit di dargli un figlio  stata l'ultima goccia. Dopo l'incidente non sopportavo di stare vicino ai pi piccoli; non sopportavo il pensiero che un bambino soffrisse. La sola idea di far nascere un figlio in questo mondo - un bambino indifeso com'era una volta mia sorella - creava in me una tempesta di panico.
Perci mi limitavo ad aiutare i bambini malati stando dietro le quinte. Era il meglio che riuscissi a fare, ma per Reuben non era sufficiente. Voleva tenere in braccio un figlio suo, mi disse. Non poteva immaginare un futuro in cui ci non fosse possibile.
Quando  arrivato a trovare il coraggio di troncare, mi sono resa conto di non avere idea di come dovrebbe essere l'amore. Ma quando ti ho incontrato finalmente l'ho capito. I nostri pochi giorni insieme per me non sono stati un'avventura estiva, e non credo lo siano stati neanche per te.
Per favore, scrivimi.
Sarah


Capitolo 22.

CARTELLA BOZZE
Hai ragione, Sarah. Non  stata solo un'avventura. E non  stata neanche una settimana sola;  stata una vita intera.
Tutto quello che hai provato riguardo a noi due lo provavo anch'io. Ma devi smettere di cercarmi. Non sono quello che credi. O forse sono quello che non credi.
Oddio, che casino. Che casino tremendo.
Eddie
CANCELLATO, ORE 00,12


Capitolo 23.

Tornai a Londra dopo soli quattro giorni passati insieme ai miei genitori. Dovevo pranzare a Richmond con Charles, il nostro amministratore; poi avrei parlato al convegno sulle cure palliative che aveva contribuito a organizzare. Avrei dormito da Tommy e il mattino presto avrei iniziato il mio volo di cinquemilacinquecento miglia per Los Angeles.
Feci il viaggio in treno calma e immobile; non avrei saputo dire se ero stordita o semplicemente rassegnata. A pranzo con Charles fui impeccabile e al convegno parlai con precisione, ma senza passione. Mentre me ne andavo, Charles mi chiese se stavo bene. La sua premura mi fece venire le lacrime agli occhi, e cos gli dissi della separazione da Reuben.
Per favore, non dirlo a nessuno, lo pregai. Vogliamo dare l'annuncio alla prossima riunione del consiglio...
Ma certo, disse Charles. Mi dispiace tanto, Sarah.
Mi sentivo una vera imbrogliona.
Domani, mi ripromisi mentre tornavo in centro a Londra col treno. L'indomani avrei ritrovato il controllo. Sarei salita su quell'aereo per tornare a Los Angeles, dove avrei riscoperto il torpore che dava il sole, la fiducia in me stessa e il mio lato migliore. Domani.
Quando il treno si ferm alla stazione di Battersea Park, appoggiai la testa al finestrino unto per osservare la mischia sul binario opposto. La gente si stava infilando a forza su un treno prima che i passeggeri a bordo avessero modo di scendere. Spalle irrigidite, bocche tirate, occhi abbassati. Sembravano tutti arrabbiati.
Guardai un uomo in tenuta da calcio rossa e bianca che spingeva per scendere dal convoglio tenendo una giacca elegante ripiegata sul braccio. Si diresse a una panchina vicina al mio vagone, dove lo vidi riporre con cura la giacca dentro una borsa sportiva. Dopo un attimo si raddrizz e controll l'orologio, mi lanci una breve occhiata distratta e si mise la borsa in spalla.
Ma poi, quando il mio treno ripart, girai la testa per seguire i suoi passi mentre scendeva i gradini dell'uscita, perch all'improvviso mi ero resa conto della scritta sulla sua maglia da calcio: Old Robsonians, dal 1996.
Nella speranza di trovare un'altra strada che da Google mi portasse a Eddie, avevo tentato pi volte di ricordare il nome della sua squadra di calcio. A parte la parola Old, per, non mi era venuto in mente nulla. Mentre il treno accelerava, chiusi gli occhi concentrandomi il pi possibile sui trofei di Eddie. Old Robsonians? Cos c'era scritto?
Ricordai il dito di Eddie che toglieva la polvere dal trofeo. S! The Elms, Battersea Monday, Old Robsonians. Ero sicura!
Tornai a guardare fuori dal finestrino anche se la stazione era ormai lontana. Dietro un vecchio impianto del gas, lo scheletro di un enorme palazzo in costruzione era intersecato da gru altissime.
Quell'uomo giocava nella squadra di Eddie.
Old Robinson calco, digitai maldestra, ma Google sapeva che cosa cercavo. Si apr un sito internet. Foto di uomini che non conoscevo. Link al calendario degli incontri; cronache delle partite; un articolo su un torneo negli USA (era forse andato l?)
Scorsi la colonnina di Twitter in fondo alla pagina: punteggi, chiacchiere, altre foto di sconosciuti. E poi la foto di un uomo che conoscevo. Portava la data di una settimana prima. Eddie sullo sfondo di un'istantanea scattata al pub dopo la partita, che beveva una birra e parlava con un uomo in giacca e cravatta. Eddie.
Dopo aver fissato la foto per un bel po', cliccai Chi siamo.
Gli Old Robsonians giocavano il luned sera su un campo sintetico accanto alla stazione ferroviaria di Battersea Park. Calcio d'inizio alle 20,00.
Guardai l'ora. Non erano ancora le sette. Perch quel tipo era arrivato cos presto?
A Vauxhall esitai sulla porta del treno, incerta sul da farsi. Non avevo garanzie che Eddie fosse a Londra o che quella sera giocasse. Secondo il sito, il campo era nel perimetro di una scuola: o ci andavo decisa ad affrontarlo, o non ci andavo per niente. Non potevo far finta di passare per caso.
Le porte si chiusero e io restai a bordo.
A Victoria scesi e rimasi paralizzata nell'atrio affollato. La gente mi urtava e mi rimbalzava addosso; una tizia mi disse apertamente di non stare l come una cretina. Io non mi muovevo, quasi non ci badavo neppure: tutto quello a cui riuscivo a pensare era la possibilit che, di l a meno di un'ora, Eddie si trovasse a giocare a calcio vicinissimo a dov'ero in quel momento.
iTalia


Capitolo 24.

Ciao.
Oggi  l'11 luglio: il tuo compleanno! Trentadue anni da quando ti sei fatta strada a forza nel crudo bagliore del giorno, con quei pugnetti che si agitavano in aria come piccoli tentacoli.
Sei arrivata e sei stata accolta dalla calda, soffusa luce dell'amore.  troppo piccola! ho strillato quando mi hanno portato a vederti. Riuscivo a sentire le tue costole cos terribilmente fragili intorno al cuoricino che batteva.  troppo piccola. Come fa a sopravvivere?
Ma ce l'hai fatta, Riccio. Mi ricordo come fosse adesso quella fantastica ondata d'amore che saliva all'improvviso. Non m'importava se mamma e pap stavano tutto il tempo con te. Mi andava bene. Volevo che le tue costole diventassero pi forti. Volevo che tu stessi in ospedale per mesi, non per giorni. Sta bene, continuavano a dirmi. Pap prepar la mia torta preferita perch ero cos in pena per te che piangevo. Eppure sei stata bene. Quel cuore ha continuato a battere, notte e giorno, man mano che le stagioni passavano e tu crescevi.
Lo sapevi che oggi  il tuo compleanno, Riccio? Te l'hanno detto? Ti hanno fatto una torta coperta di stelle di cioccolato, proprio come piaceva a te? Ti hanno fatto gli auguri?
Io l'ho fatto. Magari mi hai sentito. Magari sei qui con me adesso che scrivo questa lettera. A ridacchiare perch hai una grafia molto pi ordinata della mia, anche se sei pi piccola. Magari sei fuori a giocare nella casa sull'albero, o a leggere giornalini nel tuo covo su a Broad Ride.
Magari sei dappertutto. Mi piace di pi questa idea. Lass nelle nuvole rosate. Quaggi nell'umidit dell'alba.
Ovunque vado, io ti cerco. E ovunque sono, io ti vedo.
Baci da me


Capitolo 25.

La mia ultima sera a Londra, mi presentai a una partita di calcio a sei nella speranza di trovare un uomo che avevo incontrato una sola volta e che non mi aveva mai pi chiamato.
Ci che feci quella sera super di gran lunga i confini ormai incerti della sanit mentale. Ma prima, quando mi ero fermata nell'atrio a Victoria cercando di ragionare con me stessa, mi ero resa conto che volevo vedere Eddie pi di quanto m'importasse delle conseguenze.
E dunque eccomi schiacciata in un angolo rovente del 19,52 per London Bridge via Crystal Palace, prima fermata Battersea Park. A meno di due minuti da l avrei trovato un campo di erba sintetica e su quel campo - il mio stomaco fece una capriola - Eddie David. In tenuta da calcio, a scaldarsi per la partita delle otto. In questo momento. A provare passaggi. A stirare i quadricipiti.
Il suo corpo. Chiusi gli occhi cercando di reprimere lo struggimento.
Il treno stava gi rallentando. Stridore di freni, un'ondata di pendolari che mi trasportava gi dai gradini e poi - in modo quasi traumatico - mi ritrovai in Battersea Park Road. Dietro di me le voci amplificate dei venditori di biglietti, l'eco della chitarra di un musicista di strada. Sopra di me il rombo dei viadotti ferroviari e spesse nuvole bianche montate come meringhe. E davanti a me, da qualche parte in fondo a un vialetto sterrato, Eddie David.
Restai ferma per un po', respirando lentamente. Altre due ondate di passeggeri mi circondarono riversandosi fuori dalla stazione. Un uomo che portava una maglia da calcio rossa e bianca con la scritta nera PAGLIERO sulla schiena imbocc di corsa il vialetto in direzione dei campi sportivi, cercando al contempo di mandare un messaggio col telefono e di mettersi i parastinchi. La borsa verde che aveva in spalla rote sbattendogli in faccia ma lui continu a correre.
Quell'uomo conosce Eddie, pensai.  probabile che lo conosca da anni.
Man mano che mi avvicinavo ai campi sportivi, tutto quello che avevo visto online veniva confermato. I campi erano circondati su ogni lato da alte recinzioni metalliche, palazzi e viadotti. Non c'era modo di nascondersi. Eppure eccomi, in tutto il mio metro e ottanta di statura, che avanzavo con la mia elegante camicetta da convegno.
Questa  la cosa pi agghiacciante che abbia mai fatto.
Ma le mie gambe continuarono a camminare.
I calciatori nel campo pi vicino a me si stavano scaldando. Un arbitro corse al centro con un fischietto in bocca. Tutto si muoveva lentamente, come un vecchio nastro vhs che stesse per incepparsi.
Le mie gambe continuarono a camminare.
Fai dietrofront e scappa, mi ordinai in un rumoroso bisbiglio. Fai dietrofront e scappa, e dimenticheremo che questo sia mai successo.
Le mie gambe continuarono a camminare.
In quel momento mi resi conto che, a parte l'uomo con la scritta PAGLIERO, non c'erano altri giocatori con la divisa rossa e bianca degli Old Robsonians. Nel campo pi vicino c'erano una squadra in azzurro e una in arancione; nell'altro giocavano bianchi e neri contro verdi.
Il sedicente Pagliero si era fermato per rimettere i parastinchi nella borsa. Quando si raddrizz si accorse di me.
Scusi,  un calciatore degli Old Robsonians?
S, un ritardatario. Cerca qualcuno?
Be', li cerco tutti, credo.
Pagliero aveva il sorriso impertinente di un ragazzino. La partita era stata spostata alle sette, e io mi sono dimenticato. Hanno gi giocato.
Ah.
Si mise in spalla la borsa. Adesso saranno l a bere una birra. Vuole venire con me? Indic quello che sembrava un container.
Lo guardai meglio: era proprio un container. Tipico di Londra: era probabile che ci fosse la birra artigianale alla spina in un cavolo di container senza finestre.
Su, venga, mi incoraggi. Ci piace avere visite.
Pagliero sembrava troppo disorganizzato per essere uno stupratore o un assassino, quindi proseguii al suo fianco parlando del pi e del meno senza neanche accorgermene. Non ero pi lucida, quindi andava tutto bene.
Eccoci arrivati, disse tenendomi aperta la porta intagliata nella parete del container.
Dovetti fissare per un bel po' il fondoschiena nudo di un maschio adulto prima di rendermi conto di cosa stava accadendo. Altri uomini pi vestiti di lui stavano seduti sulle panche a commentare la partita. Intorno a loro una giungla di maglie da calcio usate dicevano SAUNDERS, VAUGHAN, WOODHOUSE, MORLEY SMITH, ADAMS, HUNTER.
Vicino alla porta di quelle che, capivo ora, erano le docce, l'uomo nudo si infil un paio di boxer.
Oh no, disse qualcosa dentro di me, ma l'esclamazione non mi arriv alla bocca. Dietro di me, dov'era Pagliero, sentii una risata.
Pags! disse uno. Sei in ritardo di un'ora. E poi: Ehi, salve.
A quel punto mi riscossi. Scusatemi, bisbigliai girandomi per andare via. Pagliero, ridendo, si scost per farmi passare.
Benvenuta! disse qualcun altro alle mie spalle. Io uscii barcollando, chiedendomi come avrei mai fatto a superare il trauma. Ero appena entrata in uno spogliatoio pieno di uomini seminudi.
Salve... L'ultimo a parlare mi aveva seguito all'esterno. Lui almeno era completamente vestito.
Si mise un paio di occhiali mentre, dentro il container, il silenzio stupito cedeva il posto a risate irrefrenabili.
L'uomo scosse la testa in direzione dei compagni, come a dire: ignorali.
Io sono Martin. Capitano e manager. Lei  appena entrata nel nostro spogliatoio: una scelta poco ortodossa, ma mi fa pensare che possa aver bisogno di aiuto.
 cos, mormorai stringendomi addosso la borsetta. Questo doveva essere il Martin che aveva scritto sulla pagina Facebook di Eddie. Ho bisogno di un bel po' di aiuto, temo, ma non so se lei possa darmelo.
Pu succedere a chiunque.
Direi di no.
Lui ci pens su. No, forse ha ragione. Non ci  mai capitato che una donna entrasse negli spogliatoi, mai, in vent'anni. Ma gli Old Robsonians sono una squadra moderna, aperta all'innovazione e al cambiamento. Fare la doccia dopo ogni partita  uno dei nostri pi antichi principi, ma non c' motivo per cui non possiamo inserire qualche altra cosa: ospiti, magari un po' di musica dal vivo, per esempio.
Dall'interno del container giungevano grasse risate e conversazioni varie. Un nastro di vapore si srotolava lento nell'aria della sera. Questo Martin si prendeva gioco di me, anche se con gentilezza.
Feci un respiro profondo.
 stato un errore tremendo, dissi. Stavo solo cercando... Mi bloccai all'improvviso. Per lo shock avevo completamente dimenticato cosa ci facevo l.
Cristo santo. Ero entrata in uno spogliatoio maschile nella speranza di vedere Eddie David. Mi strinsi le braccia sul petto come se tentassi di tenere insieme i pezzi. Che cosa avevo intenzione di dire? Che cosa avevo intenzione di fare? Poteva essere l dentro in quel preciso momento, ad asciugarsi dopo la doccia e ad ascoltare, rendendosi conto lentamente della situazione, i compagni di squadra che gli raccontavano della tizia alta e abbronzata che si era appena introdotta nello spogliatoio.
Mi venne la nausea. Ho un problema, mi dissi. Ho davvero un problema. La gente normale non fa cose del genere.
Chi cercava? Uno degli Old Robsonians? O di un'altra squadra?
Degli Old Robsonians, me lo stava dicendo ora, intervenne Pagliero uscendo dal container. E poi: Mi scusi, sono stato un cretino. Ma i ragazzi hanno svoltato la serata. Uno dei nostri soci fondatori  venuto a trovarci da Cincinnati... adesso pensa che abbiamo fatto venire lei apposta per dargli il benvenuto.
Io tenni lo sguardo a terra.  stato un bello scherzo, mormorai. Non si deve scusare. E poi mi sbagliavo. Non stavo cercando uno degli Old Robsonians; io stavo...
Cercando uno degli Old Robsonians, disse Martin. Chi? Sono tutti sposati! Be', tranne Wally, ma lui... Si interruppe e mi fiss. Prima ancora che lo dicesse, capii cosa mi aspettava. Lei  Sarah? domand a voce bassa.
Ehm... no...
Altri due giocatori uscirono dallo spogliatoio.  vero che... inizi uno, e poi mi vide. Oh.  vero.
Questi signori sono Edwards e Fung-On, disse Martin, senza smettere di guardarmi. Sto decidendo quale dei due debba essere il calciatore del giorno. Poi all'improvviso disse: La aiuto a ritrovare la strada, e mi accompagn verso il vialetto d'ingresso.
Arrivederci! esclam Pagliero mentre Edwards e Fung-On fecero un gesto di saluto. Li sentii ridere mentre rientravano nel container.
Quando furono spariti, Martin si ferm e mi guard in faccia. Stasera non c', disse. Non gioca ogni settimana. Per lo pi sta nel West Country.
Chi? Scusi, io...
Martin aveva un'aria comprensiva, ma capii che sapeva esattamente chi ero e perch Eddie non mi aveva pi chiamato.
Allora  nel Gloucestershire? mi sfugg. Agli occhi mi salirono calde lacrime d'umiliazione.
Martin annu. Lui... S'interruppe bruscamente, come se si fosse ricordato delle sue responsabilit verso il compagno di squadra. Mi dispiace. Non dovrei parlare di Eddie.
Non importa. Rimasi ferma, abbattuta dalla vergogna. Volevo andare via, ma il disprezzo per me stessa e lo shock mi avevano paralizzato le gambe.
Senta, non sono affari miei, disse lentamente, passandosi una mano sulla faccia. Ma con Eddie siamo amici da anni e... Smetta di cercarlo, d'accordo? Sono sicuro che lei  un'ottima persona, e, se pu servire saperlo, non penso che sia pazza e neppure lui lo pensa, ma... la smetta.
Ha detto cos? Non pensa che io sia pazza? Cos'altro ha detto su di me? Le lacrime mi scorrevano lungo il viso. Era incredibile che mi trovassi in quella situazione. L con quell'uomo, quel perfetto sconosciuto, a implorare qualche briciola.
 meglio per lei se non lo trova, disse infine Martin. Per piacere, mi creda.  meglio se lo lascia perdere, Eddie David.
Si mosse per tornare al container, dicendomi che era stato un piacere conoscermi e che sperava che quello che avevo visto non mi avrebbe segnata per la vita.
Un treno pass martellante sul viadotto che costeggiava i campi sportivi e io ebbi un brivido. Dovevo andare a casa.
Il problema era che non sapevo pi dove fosse casa mia. Non sapevo pi niente, tranne che dovevo trovare Eddie David. Nonostante ci che aveva detto quell'uomo.


Capitolo 26.

Mi infilai i calzoncini da corsa. Erano le 3,09 del mattino, precisamente sette ore dopo che mi ero allontanata barcollando dal campo da calcio. L'atmosfera della stanza era acre d'insonnia.
Reggiseno sportivo, canottiera da corsa. Mi tremavano le mani. L'adrenalina si stava ancora accumulando in tutto il corpo, sopra la nauseante stanchezza. Quando mi ero messa in tenuta da corsa dopo essere tornata dalla partita di pallone, Tommy mi aveva sbarrato l'uscita. Mi aveva preparato una bevanda calda e poi intimato di andare a letto. Non voglio neanche pensare a quello che  successo al campo da calcio, mi aveva detto con severit, ma nel giro di cinque minuti era crollato e aveva bussato alla mia porta, pregandomi di raccontargli tutto.
Mi dispiace, aveva detto con dolcezza quando avevo finito. Ma brava per aver ammesso che ti stavi comportando in modo... be', un po' strano. Ci vuole coraggio.
Le lettere, Tommy. Tutte quelle lettere che gli ho mandato via Facebook. Chiamare al laboratorio, scrivere al suo amico Alan... Ma cosa credevo di ottenere?
Uno che non risponde tira fuori il peggio del peggio che abbiamo dentro di noi, aveva commentato.
Eravamo rimasti a lungo seduti sul mio letto. Nessuno dei due aveva detto molto, ma la sua presenza mi aveva calmato a sufficienza per farmi provare a dormire.
Mi dispiace tanto, avevo detto prima che se ne andasse a letto anche lui. Sono diventata di nuovo un peso. Non  giusto che tu passi la vita a salvarmi.
Tommy aveva sorriso. Non ti ho salvato io allora, e non ti sto salvando adesso, aveva detto. Io sono al tuo fianco, Harrington, lo sai; ma sono anche sicuro che saprai cavartela. Sei una che sopravvive. Hai l'indole dello scarafaggio.
Quasi quasi era venuto da sorridere anche a me.
Adesso, tre ore dopo, ero impegnata a cercare di allacciarmi le scarpe, ma non riuscivo a coordinare i movimenti. Era tutto sbagliato.
Avevo il taxi per l'aeroporto alle cinque. Non avevo dormito e nessuna intenzione di provarci. C'era tutto il tempo per andare a correre, fare la doccia e incartare la piccola pianta di limone che avevo comprato come ringraziamento per Tommy e Zoe. Avrei fatto solo una corsa breve, giusto quello che ci voleva per aiutarmi a dormire in aereo.
Scivolai fuori dalla camera, sollevata dall'assenza di Zoe. Lei spesso si alzava prestissimo per rispondere alle email provenienti dall'Asia, fasciata in un elegante kimono grigio. Pi di una volta mi aveva beccato a uscire di soppiatto a correre prima del sorgere del sole.
E poi questa, pensai con un'occhiata all'orologio - le 3,13 - non era una corsa. Il problema era un altro.
Mi studiai nel grande specchio che Zoe teneva in anticamera, incorniciato col legno di un albero proveniente dal giardino dei suoi nel Berkshire. Zoe aveva ragione; avevo perso peso. Le mie braccia erano nodose e la faccia pi scavata, come se avessi tolto un tappo e si fosse in parte prosciugata.
Smisi di guardarmi, imbarazzata e anche spaventata. Spesso mi ero chiesta quale grado di consapevolezza mantenessero i malati di mente quando cominciavano a peggiorare. Quanto riuscivano a riconoscere il declino? Quanto era visibile la linea tra fatti e fantasie, prima che sparisse completamente?
Insomma, quanto stavo male?
Mi diressi in cucina per bere dell'acqua. I muscoli delle gambe scattavano, impazienti. Un attimo, dicevo loro. Un attimo.
Sulla soglia della cucina mi fermai, scioccata. Cosa? Zoe? Ma non doveva essere...
Oh Cristo! esclam la donna in cucina.
Ero paralizzata. Era nuda. Un'altra persona ignota senza vestiti, a sette ore dall'ultima volta. La luce aranciata di un lampione le striava il seno e la pancia mentre si agitava nel tentativo di coprirsi. Dalla sua bocca fluiva un fiume di improperi.
Mi girai coprendomi gli occhi. E poi mi girai di nuovo, perch nel mio cervello iniziava a snodarsi il bandolo della matassa: questa donna non  un'estranea. Piantala di guardarmi, disse lei, bench in tono meno feroce, e a me cadde letteralmente la mascella nel riconoscere la mia pi vecchia amica.
Oh mio Dio, sussurrai.
Oh mio Dio, concord Jo, afferrando un altoparlante Bluetooth di Zoe per coprirsi il pube.
Jo? mormorai. No, no, no. Dimmi che non  come sembra.
Non  come sembra, borbott lei scambiando l'altoparlante con un libro di ricette per poi rinunciare del tutto. Ti ho detto di smetterla di guardarmi, aggiunse abbassandosi dietro l'isola della cucina.
Io rimasi immobile finch non si lev un sussurro rabbioso. Sarah, non potresti prendermi qualcosa da mettere addosso? Senza una parola indietreggiai fino all'anticamera, dove presi una giacca dall'attaccapanni. La tesi a Jo e mi lasciai cadere su uno sgabello.
Cosa sta succedendo? domandai.
Jo si alz infilando quella che si era rivelata un'enorme giacca a vento da sci. Si limit a sbuffare, ripiegando i polsini per far sbucare le mani.
Vuoi anche un paio di pantaloni da sci? chiesi allibita. I bastoncini? Un casco? Jo, che cos' questa storia?
Potrei chiederti lo stesso, disse guardando con disgusto la giacca. Che stronzi 'sti ricchi, aggiunse, riferendosi presumibilmente a chiunque amasse sciare. Che cosa ci fai qui?
Io sono ospite qui, come tu ben sai. Stavo andando a correre e poi in aeroporto.
Sono le tre e un quarto del mattino! Nessuno va a correre a quest'ora!
Non cominciare! Tu sei nuda nella cucina di Tommy!
Jo chiuse la cerniera della giacca. Incredibile, fu tutto ci che riusc a dire.
Feci un respiro profondo. Jo, vai a letto con Tommy? I miei due migliori amici hanno una relazione? aggiunsi prima che cercasse di interrompermi.
Sono venuta a trovare Tommy. Ha detto che potevo dormire sul divano.
Raccontamene un'altra, Joanna Monk. Tommy  andato a letto a mezzanotte, o cos credevo, e tu non c'eri. Ma adesso ci sei, nuda, e io so bene quanto ami i tuoi pigiami.
Oh merda, borbott qualcuno. Alzai gli occhi. Sulla soglia c'era Tommy in vestaglia.
Te l'avevo detto che era una cattiva idea, disse a Jo.
Dovevo bere! Io non bevo dai rubinetti del bagno, Tommy, lo sai. Aveva una voce combattiva, il che significava che era nel panico. E lei doveva dormire, non sgattaiolare fuori per andare a correre.
Appoggiai le braccia conserte all'isola. Va bene, voglio sapere esattamente che cosa sta succedendo. E da quanto va avanti. E come pu essere giustificabile, visto che Tommy  gi impegnato. Pausa. Va be', anche tu, Jo; ma certo mi perdonerai se di Shawn m'importa un po' meno.
Tommy si trascin in cucina e si sedette sul piano dell'isola, n vicino a me n vicino a Jo.
Ecco, vedi... esord, e poi fece una pausa. La pausa divent un silenzio che pervase l'aria come nebbia. Si guard le mani. Si tolse una pellicina. Port le dita alla bocca e si mordicchi il pollice.
Voglio anche sapere come mai lo scopro solo adesso, aggiunsi.
Jo all'improvviso si sedette. Noi due andiamo a letto insieme, disse, con voce un po' pi alta del necessario.
Tommy ebbe un sussulto ma non neg.
Io non sono convinta che Zoe ti stia tanto a cuore, Sarah, ma - per quel che vale - lei va a letto con il suo cliente. Il direttore della ditta che rappresenta, quella che fa gli orologi da fitness. Per questo  andata a Hong Kong. L'ha invitata lui. E a Tommy va bene cos, aggiunse decisa. La sera in cui Zoe gliel'ha detto  venuto da me a bere qualcosa, abbiamo bevuto troppo e cos...
Tommy guard Jo come per dire: sul serio? Poi si strinse nelle spalle e inclin il capo a confermare quello che aveva detto. Era grigio dall'imbarazzo.
Un altro lungo silenzio.
Scusate, ma non mi basta, dissi io. Cosa vuol dire: 'Abbiamo bevuto troppo e cos...'? Sbronze e attivit sessuali non sono interdipendenti, eh.
Non provare a incastrarmi con i tuoi paroloni, borbott Jo.
Comportati bene.
Lei sospir.  stato la sera che ci siamo trovati tutti qui a cena, disse senza guardarmi negli occhi. Quando hai fatto il ramen. Tu sei andata a letto ancora sconvolta per Eddie, e io sono andata a casa. Poi Zoe ha dato la notizia a Tommy e lui si  precipitato fuori prima di rendersi conto che non sapeva dove andare. Ha preso un Uber.
Un sorriso a cui non ero abituata le illumin un angolo del viso. Lo guard, forse divisa tra il bisogno di rispettare la sua privacy e quello di dire tutto ad alta voce. Di confermare quella relazione.
Guardai Tommy. Allora hai preso un taxi fino a Bow e, insomma, gi pensavi di... Mi interruppi. Non riuscivo neanche a dirlo.
No, disse rapidamente lui. Assolutamente no. Ma non vuol dire che me ne sia pentito, aggiunse vedendo il sorriso spegnersi sul viso di Jo.
Ho capito. Allora, ... un'avventura? O una cosa seria? domandai.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Jo disse: Be', io sono innamorata. Ma non posso parlare per Tommy.
Tommy alz bruscamente gli occhi. Scusa?
Hai sentito cos'ho detto, scatt lei. Chiudeva e apriva furiosamente la cerniera di una tasca della giacca di Tommy. Ma questo  irrilevante. Il motivo per cui non te l'abbiamo detto, Sarah,  che non l'abbiamo detto a nessuno. Zoe ha detto a Tommy di fermarsi finch vuole... insomma, finch non ha trovato un posto dove abitare. Di sera si  messa a stare dal suo fidanzato ricco in modo che Tommy potesse dirtelo con calma. Lui pensa che sia molto generosa; io penso che non sopporti di fare la parte della cattiva.
Dopo averci pensato un attimo, sorrisi. Questo perlomeno sembrava vero.
Ma il problema non  lei.  Shawn. Jo smise di aprire e chiudere la tasca.  lui il vero problema.
Perch? Cos'ha fatto?
 quello che potrebbe fare, disse Tommy, rendendosi conto che Jo era in difficolt. Jo  preoccupata che l'affidamento del bambino diventi un incubo, se Shawn scopre che lei ha una relazione. Quindi vorrebbe separarsi e risolvere la questione dell'affidamento senza parlare di me. Poi... poi vedremo che ne sar di noi, penso.
Il viso di Jo era rimasto impassibile, ma io lo vedevo: nonostante fossi scioccata, lo vedevo. Era davvero innamorata. E lo era da tempo. Temeva che questa per lui fosse solo un'avventura, una reazione al tradimento. Non riusciva quasi a guardarlo negli occhi. Vedremo che ne sar di noi per lei non era assolutamente abbastanza.
Tommy, quasi se ne fosse reso conto, si spost per andare a sedersi accanto a lei. La vidi abbassare lo sguardo mentre lui le posava teneramente una mano sulla gamba, e sentii qualcosa di doloroso salirmi in gola.
 uno stronzo vendicativo, disse Jo a bassa voce. Parlare di Shawn era un territorio pi sicuro dei suoi sentimenti per Tommy. Non posso lasciare che lo scopra.
Personalmente, non vedo come lui potrebbe mai ottenere l'affidamento, disse Tommy.  al suo peggio: non si presenta a prendere Rudi a scuola,  quasi sempre fatto, e un paio di settimane fa ha persino lasciato Rudi a casa da solo. Il bambino ha quasi dato fuoco alla casa cercando di prepararsi la cena. Stanotte lo tiene il pap di Jo. La guard di nuovo ma lei si era chiusa in se stessa, come faceva sempre dopo essersi esposta troppo.
L'elegante orologio da parete di Zoe scatt sulle 3,30.
Ecco tutto, disse Jo, incapace di sopportare il silenzio. Appoggi le mani sul bancone, due piccoli pugni chiusi. E intanto sono anche riuscita a rendermi ridicola! Scusa, disse girandosi parzialmente verso Tommy. In realt non mi importa se  solo sesso. Lascia perdere l'amore e cazzate simili. Esagero sempre, mi conosci.
Ci fu un attimo d'imbarazzo.
Dovrei lasciarvi un po' di spazio, dissi.
Stai qui, sbrait Jo.
Va tutto bene, disse simultaneamente Tommy.
Io esitai mentre scendevo dallo sgabello.
Non sono brava in queste cose, disse Jo. Aveva la faccia color mattone. Se te ne vai finir solo per dire altre cazzate.
Tornai a sedermi indirizzando a Tommy un sorriso di scuse, ma lui era immerso nei suoi pensieri, con le sopracciglia impegnate in qualcosa che superava le mie capacit d'interpretazione. Distolsi lo sguardo osservando i libri di ricette per donne impeccabili collezionati da Zoe e la foto di lei e Tommy che si allenavano insieme a Kensington Gardens, all'inizio del loro rapporto, quando non riusciva a togliergli le mani di dosso.
In fondo alla via un autobus notturno saliva sibilando per Holland Park Road. Mi chiesi chi fosse il nuovo uomo di Zoe. Dove abitasse. Zoe sembrava ricchissima a una miserabile come me, ma quel tipo surclassava mille volte lei e il suo bell'appartamento. Doveva essere spaventosamente ricco e potente. E, soprattutto, andava bene per Zoe. In un modo cui Tommy non avrebbe mai potuto aspirare, per quanto lei lo aiutasse a fare carriera.
Alla fine Tommy fece un profondo sospiro. Si rivolse a Jo. Senti, disse con calma. Anch'io ti amo. Ti amo, Jo. Solo che immaginavo di dirtelo... insomma, in circostanze diverse.
Jo, che secondo me aveva smesso di respirare, non disse nulla.
Tommy pass un dito sul bordo dell'isola della cucina di Zoe. Sei l'unica persona con cui non mi sono mai sentito in imbarazzo, disse. L'unica con cui posso parlare di qualsiasi cosa, sempre. Quando esci dalla stanza, gi mi manchi. Anche se mi chiami troppo spesso 'stronzo di un privilegiato'. Anche se sei una donna insopportabile che mi costringe a dire queste cose davanti a Sarah.
Jo concesse la traccia di un sorriso, ma ancora non riusciva a guardarlo in faccia.
Quando sono venuto a stare qui, prosegu Tommy, pensavo di essere felice. Ma non era vero. Non ero affatto felice, non lo sono da anni. Ancora un mese fa riuscivo a convincermi che questo - pass lo sguardo sull'immacolata cucina di Zoe - fosse ci che desideravo. Ma non lo . Ci che desidero  essere me stesso. Nella mia pelle, quella vera. Con te mi capita di ridere fino alle lacrime. Con Zoe non l'ho mai fatto.
Jo rest in silenzio.
Insomma, guarda il mio lavoro. Che io fossi un personal trainer, per lei, non  mai stato abbastanza. Sono sicurissimo che abbia finanziato la mia attivit per poter dire alla gente che il suo compagno aveva una societ di consulenza sportiva.
Jo torment la giacca a vento finch Tommy non si sporse per farla smettere.
Ascoltami.
Ti ascolto, disse lei burbera.
Dopo un attimo Tommy si mise a ridere. Non ci credo che facciamo questi discorsi con Harrington presente.  proprio... Non offenderti, Harrington, ma  una cosa tremenda!
Non mi offendo. E, per quel che vale, mi sembra molto bello. Anche se  un po' strano.
Jo non si era ancora tranquillizzata. Scusa, mormor.  che ho paura. Io... ho molto da perdere, pi di te.
Tommy le prese una mano. Non  vero. Io... Ma, santo cielo, vuoi guardarmi, pazza che sei?
Con riluttanza lei lo guard.
Sono qui, Jo. Ci sono dentro, insieme a te.
L'adrenalina si era abbassata. All'improvviso mi trovavo seduta davanti ai miei pi vecchi amici che si dicevano di essere innamorati l'uno dell'altra, e all'improvviso ci aveva perfettamente senso. Ripensai a quei mesi passati insieme in California e mi chiesi come mai non ci avevo pensato prima. Quei due passavano ore e ore insieme; facevano gite, andavano a fare surf, inventavano cocktail orribili nel garage dei genitori di Tommy. Forse non me n'ero accorta perch ero troppo sommersa da dolore e senso di colpa. O forse solo perch non mi veniva in mente una coppia peggio assortita. Ma l'amore non funzionava cos, me ne ero resa conto. Eccoli l: impacciati, indifesi, vulnerabili. Innamorati e incapaci di stare lontani, nonostante i rischi.
Va bene, dissi lentamente. Sorrisi, e il sorriso si trasform in uno sbadiglio. Ci metter un po' ad abituarmi. Per sono felice.
Jo abbass gli occhi sulla mano di Tommy, stretta intorno alla sua.  quello che voglio anch'io. Essere felice. Ormai non m'importa nient'altro.
Mi si strinse il cuore. Jo non parlava mai cos.
Sentivo freddo, l seduta in calzoncini e canottiera, ma avrei voluto che quel momento non finisse pi. Li adoravo, quei due. Adoravo il fatto che si amassero in modi a me sconosciuti. Adoravo che volessero stare insieme a tal punto che Jo si era introdotta in casa dopo che ero andata a dormire.
Devo andare a fare la valigia, dissi. Altrimenti starei qui.
Okay. Tommy sbadigli mentre scendevo dallo sgabello. Per... Sarah, te lo devo chiedere. Dobbiamo preoccuparci per te?
Io... La voce mi si spense. Mi sono procurata da sola parecchi spaventi, di recente.
Hai fatto spaventare anche noi, disse Jo. Sei proprio fuori, devo dirtelo.
Ti ha detto della squadra di calcio?
Lei annu.
Mi passai le mani tra i capelli. Appena ho messo piede in quello spogliatoio ho avuto un attimo di consapevolezza orribile.  stato come ritrovarmi all'improvviso nei panni di me stessa. E ho avuto paura.
Forse dovresti andare a parlare con uno psicoterapeuta disse Jo.
Forse s. A Los Angeles di sicuro non mancano.
Le sopracciglia di Tommy si addolcirono. Ma prima non ti eri mai comportata in modo cos squilibrato, disse. Ricordatelo.
Forse  solo perch quando ho conosciuto Reuben non avevo il cellulare. O perch Internet quasi non esisteva.
No: non sei pazza, Sarah. Se anche solo la met di quello che ci hai raccontato  vero, Eddie avrebbe dovuto chiamarti.
Feci il giro dell'isola per abbracciarli. I miei amici, gli innamorati. Grazie, caro Tommy, e grazie, cara Jo. Grazie per non avermi abbandonato.
Sei la mia migliore amica, disse Tommy. A parte Jo, aggiunse subito.
Quando riemersi con la mia valigia, quaranta minuti dopo, erano ancora l.
 ora, dissi.
Tommy si alz. Senti, Harrington. Un'ultima cosa, poi ti lascio andare. Io... devo dire che ho ancora qualche sospetto su Eddie.
Oh, allora siamo in due, Tommy. Siamo in due.
 solo che... mi sembra una strana coincidenza che tu l'abbia incontrato in quel posto e in quel momento.
Un uccello prov il primo cinguettio della giornata sull'albero fuori dalla finestra.
Che cosa vuoi dire? Sai qualcosa che io non so?
Certo che no! Voglio solo dire: pensa al giorno in cui l'hai conosciuto. Avevi percorso Broad Ride, era l'anniversario dell'incidente. Perch anche Eddie era l, proprio quel giorno? Le sopracciglia di Tommy avevano acquistato vita propria. Avr qualcosa da nascondere?
Ma no che... No. No, Tommy.
Considerai l'idea per un minuto o due, poi l'accantonai definitivamente. Non era possibile.


Capitolo 27.

Caro Eddie,
scrivo per chiederti scusa.
Ho ignorato ogni tuo segnale e ho continuato a bombardarti. Non avrei mai dovuto scriverti, n chiamarti. E di certo non avrei dovuto presentarmi ieri sera al tuo campo da calcio (immagino che te l'abbiano detto). Non ti so dire quanto sono imbarazzata. So che ormai non far nessunissima differenza, ma il minuscolo brandello d'orgoglio ancora in mio possesso mi spinge a dirti che normalmente non mi comporto cos.
Per motivi che non capisco a fondo, il nostro incontro e il tuo silenzio successivo sembrano aver portato a galla tante vecchie emozioni legate all'incidente d'auto in cui sono stata coinvolta diciannove anni fa. Penso che questo abbia contribuito al mio comportamento squilibrato.
Sono a Heathrow, tra poco mi imbarco per Los Angeles. C' il sole e sono disperatamente triste di partire cos, sapendo che non ti rivedr mai pi, ma sollevata di tornare l dove ho un lavoro che mi impegna, degli amici e l'occasione di cominciare una nuova vita da single. Cercher di elaborare quello che  successo e i motivi per cui mi sono comportata in quel modo con te. Aggiuster le cose. Mi aggiuster.
Per sento di doverti dire che ho trovato vigliacca
e irrispettosa la tua scelta di non farti pi vivo con me, e spero che ci penserai due volte prima di infliggere lo stesso trattamento a un'altra. Ma lo accetto: questo  ci che hai deciso, e accetto anche che avrai avuto le tue ragioni.
Per finire, volevo dirti grazie. Quei giorni che abbiamo passato insieme sono stati tra i pi luminosi della mia vita. Li ricorder molto a lungo.
Stammi bene, Eddie, ti saluto. Bacio.
Sarah


Capitolo 28.

CARTELLA BOZZE
Ti prego non partire. Non andare via.
Ho smesso di scriverti un messaggio perch volevo chiamarti, ma non ce l'ho fatta.
Ora probabilmente sarai in volo. Esco a guardare il cielo.
Eddie
CANCELLATO, ORE 10,26


PARTE SECONDA.


Capitolo 29.

Bentornata a casa! grid Jenni.
Con tutti gli anni passati a volare da una sponda all'altra dell'Atlantico, ancora non mi ero abituata al jet-lag. La pressione nel petto al momento di uscire nel sole accecante e nel calore solido come cemento, gli zigzag ai margini del campo visivo mentre ero su un taxi sulla Route 110. La prima volta che ero arrivata, nel 1997, per i primi due giorni ero stata convinta di avere qualcosa di grave.
Mi sei mancata, Sarah Mackey. Jenni mi attir in un abbraccio energico. Sapeva di dolci al forno.
Oh, Jenni. Mi sei mancata anche tu. Ciao, Frap, dissi accarezzando il cane di Jenni con un piede stanco. Frap - diminutivo di Frappuccino, la bevanda preferita della mia amica - cerc di alzare la zampa contro di me, come faceva sempre, ma saltai di lato giusto in tempo.
Oh, Frappy, sospir Jenni. Perch fai sempre la pip addosso a Sarah?
Mi sporsi per afferrarle i gomiti. Allora? Il test di gravidanza? Non era oggi?
No, domani. Mi rispose senza guardarmi negli occhi. Sono supernervosa, perci meno ne parliamo e meglio . Entra, piazzati su quel divano.
Mi accolse una bolla di aria fresca profumata di cioccolato, e notai che Jenni aveva appeso qualcosa di nuovo alla parete. Era una silhouette di una donna incinta composta con migliaia di minuscole impronte digitali. Una counselor da cui andava le aveva consigliato di visualizzare cose positive in quel periodo; quell'opera doveva farne parte. Era appesa sopra la poltrona che Javier usava dalle cinque e un quarto del pomeriggio fin quando andava a letto alle dieci e mezzo. Sul bancone che separava il soggiorno dalla cucina c'erano una torta al cioccolato a due strati e un secchiello con una bottiglia di ros frizzante.
Sorrisi, esausta e commossa, mentre Jenni andava in cucina e iniziava a gettare cucchiaiate di gelato nel frullatore.
Jenni Carmichael, sei molto gentile e molto disubbidiente. Non ti paghiamo abbastanza per compensare vino e torte.
Jenni si strinse nelle spalle, quasi a dire: Come dovrei fare a darti il benvenuto?
Aggiunse altri ingredienti nel frullatore - all'apparenza non tutti commestibili - e lo accese, urlando sopra il rumore: Ho mandato Javier a giocare a biliardo con gli amici, e non potevo certo accoglierti qui senza un'overdose di dolci. Sarebbe stato uno sbaglio.
Caddi sul suo enorme divano, con la sua morbida distesa di cuscini, e provai un sollievo cos acuto da essere quasi doloroso. L ero al sicuro. Potevo riflettere, ritrovare l'equilibrio, superare tutto.
Jenni spense il frullatore. Il milkshake  al gusto bubblegum.
Oddio. Veramente?
Jenni rise. Oggi non si scherza!
 stato un banchetto magnifico. Grazie, dissi un paio d'ore dopo, troppo appesantita per muovermi.
Oh, prego, sorrise massaggiandosi la pancia. Adesso, Sarah, io non dovrei bere, ma tu devi assaggiare un po' di vino, okay?
Diedi un'occhiata alla bottiglia e avvertii un senso di forte repulsione. Non posso, dissi. Grazie, cara, ma la settimana scorsa ho un po' esagerato con Jo e da allora non riesco a bere alcolici.
Sul serio? Jenni sembrava scioccata. Neanche un bicchiere?
Non ci riuscivo proprio, nemmeno per farle piacere.
Poi le raccontai tutto. Anche i momenti peggiori al campo da calcio, quando, nello stesso momento in cui mi trovavo davanti il fondoschiena di uno sconosciuto, avevo capito di avere smarrito la ragione. Jenni non mi prese in giro. Non alz neppure un sopracciglio. Si limit ad annuire in segno di solidariet, come se le mie azioni fossero state del tutto comprensibili.
Non puoi lasciarti sfuggire l'occasione di amare, disse. Hai fatto bene a tentarle tutte. Mi guard attenta. Ti sei proprio innamorata, vero?
Dopo un attimo annuii. Anche se non dovrebbe essere possibile innamorarsi in...
Oh, piantala, disse piano Jenni. Certo che ci si pu innamorare in una settimana.
Suppongo di s. Tormentai l'orlo della maglietta. Comunque, voglio tornare alla mia vita. Voglio vincere quell'incarico per gli hospice a Fresno.  ora di andare avanti.
Davvero?
Davvero. Non cercher pi Eddie. Ora lo tolgo dagli amici di Facebook. Subito, con te come testimone.
Ah, disse Jenni, poco entusiasta. Immagino che sia meglio cos. Per  triste. Pensavo che fosse quello giusto, Sarah.
Anch'io.
Averlo incontrato quel giorno, in quel posto, era cos perfetto... Mi vengono i brividi.
Avevo cercato di dimenticare quello che aveva detto Tommy in proposito. Il punto di vista di Jenni, almeno, era pi confortante. Una grande, romantica coincidenza; un tempismo incredibile. Per me funzionava.
Le lanciai un'occhiata. Tutto bene?
Annu sospirando. Sono solo triste per te. E piena di ormoni.
Mi ributtai gi accanto a lei mentre aspettavo che Facebook pescasse Eddie dalla lista degli amici.
Mi si rivolt lo stomaco.
Mi ha tolto l'amicizia, sussurrai. Caricai il suo profilo, nel caso desse un'informazione diversa. No. Aggiungi agli amici? chiedeva.
Oh, Sarah, mormor Jenni.
Nel petto mi torn quel dolore paralizzante, come se non fosse mai andato via. Lo struggimento senza fine, un pozzo dove un sasso avrebbe potuto continuare a cadere per sempre.
Deglutii faticosamente. Bene. Non c' pi niente da fare.
In quel momento Frappuccino salt su entusiasta mentre la porta si apriva e Javier entrava in casa. Ehi, Sarah! disse, il bizzarro saluto che usava sempre al posto di un abbraccio. Javier aveva contatti fisici solo con Jenni e le automobili.
Ehi, Javier. Come stai? Grazie mille per averci lasciato sole, stasera. Mi sentivo a pezzi.
Non c' di che, disse lui dirigendosi in cucina a prendere una birra. Jenni lo baci e and in bagno.
Allora, ti sei presa cura della mia ragazza? chiese Javier prima di sedersi nella sua poltrona e aprire la birra.
Be', pi che altro  stata lei a occuparsi di me, confessai. Lo sai com' fatta. Ma domani le star vicina, Javi. Posso stare con lei tutto il giorno, se mi vuole.
Javier prese una lunga sorsata di birra, osservandomi con occhi guardinghi. Domani?
Lo guardai. C'era qualcosa di strano. Ma s. Per il risultato del test.
Javier pos la bottiglietta di birra sul pavimento e io capii subito cosa stava per dire.
Il test era oggi. Non ha funzionato. Non  incinta.
Tra noi cal il silenzio.
Forse voleva poter parlare prima dei tuoi... ehm... problemi, disse. Sai com'.
No... Oddio, mormorai. Javi, mi dispiace tanto. Oddio, perch le ho creduto? Lo sapevo che era oggi. Lanciai un'occhiata alla porta. Come sta?
Lui si strinse nelle spalle, ma la sua faccia mi disse tutto ci che dovevo sapere. Si sentiva perso. Disorientato. Negli anni avevano esplorato tutte le vie della speranza, e il compito di Javier era stato aiutare Jenni a non smarrire la bussola. Questo l'aveva protetto dal peso plumbeo della paura che lei provava, dandogli un ruolo attivo. Adesso non era rimasto nulla e sua moglie - che, pur essendo una persona poco emotiva, amava con ogni cellula del suo cuore - era precipitata nel lutto. Lui non aveva pi un ruolo, n speranze da offrire.
Non ha detto molto. Anche in clinica stava zitta. Non credo che si conceda di pensarci. Non ancora, comunque. Pensavo che te l'avrebbe detto e avrebbe pianto, lasciando uscire le emozioni, no? Per questo sono uscito. Di solito, quando non riesce a parlare con me, con te parla.
Oh, no. Mi dispiace tanto, Javi.
Bevve un sorso di birra e risprofond nella poltrona guardando fuori dalla finestra.
Io guardai la porta. Ancora niente. L'orologio sul muro della cucina ticchettava come una bomba.
Passarono diversi minuti.
 andata in bagno apposta, dissi all'improvviso. Per nascondersi. Sapeva che me l'avresti detto. Dobbiamo... dobbiamo andare da lei.
Mi alzai, ma Javier si era gi messo in moto. Attravers la stanza con le spalle incurvate.
Io rimasi a esitare inutilmente in cucina mentre lui bussava alla porta del bagno. Tesoro? chiam. Tesoro, fammi entrare...
Dopo un momento la porta si apr: si ud il suono disperato di sua moglie, la mia fedele amica, pronta a rimandare l'espressione del suo dolore per poter placare il mio, che singhiozzava mentre lacrime e disperazione le erompevano feroci da dentro. Non ce la faccio, piangeva. Non ce la faccio, Javi. Non so cosa fare.
Poi solo il rumore intollerabile della nuda infelicit umana, smorzato dal cotone sottile della camicia di suo marito.


Capitolo 30.

Quando alla fine lo sfogo isterico si fu placato, Jenni si sedette sul divano tra me e Javier e ingurgit metodicamente tutto quello che non avevamo ancora mangiato. Io ignorai l'urlo della stanchezza da jet-lag e rimasi alzata fino a mezzanotte, prendendo ogni tanto una fettina di torta per stare sveglia.
Poi arriv il mattino caldo e luminoso che avevo sognato, il primo del mio ritorno a Los Angeles. Nell'ultima settimana in Inghilterra mi ero convinta che questo primo mattino avrebbe portato con s la speranza e la fiducia nel futuro che a Londra e nel Gloucestershire non ero riuscita a trovare. Mi sarei sentita felice. Determinata.
In realt mi svegliai con la sensazione di aver mangiato troppo e un po' a disagio, infreddolita dall'aria condizionata al massimo. Mi rannicchiai dentro il letto degli ospiti di Jenni, troppo stanca per alzarmi a spegnerla. Mi guardai nello specchio appeso sulla parete opposta. Avevo la faccia gonfia, pallida, malaticcia. Prima ancora di rendermene conto, allungai il braccio per controllare sul telefono se Eddie avesse risposto al mio messaggio di addio. Non aveva risposto, ovviamente, e il mio cuore si gonfi di dolore.
Aggiungi agli amici? chiese Facebook quando guardai il suo profilo.
Un'ora dopo, sempre in attesa della serenit, uscii per andare a correre. Mancava poco alle otto e Jenni e Javier - per una volta - erano ancora a letto.
Sapevo che correre non sarebbe stato facile, dopo un volo transatlantico e una serata di emozioni forti. Per non parlare della notte che avevo passato in bianco prima del viaggio, o del termometro che sulla veranda di Jenni stava gi arrivando a trentasette gradi. Ma non riuscivo a stare ferma. A stare sola con me stessa. Avevo bisogno di muovermi cos in fretta che nulla potesse restarmi appiccicato.
Dovevo correre.
Dopo trecento metri in Glendale Boulevard, mi ricordai perch in questa citt non correvo. All'incrocio con Temple Street barcollai e finsi di fare stretching ai quadricipiti per potermi aggrappare a un lampione. Il caldo era soffocante. Alzai gli occhi al sole, velato e indistinto dietro uno strato di foschia marina, e scossi il capo. Dovevo correre!
Tentai di nuovo ma, mentre la Hollywood Freeway si stagliava davanti a me, le gambe cedettero e mi trovai seduta sull'erba accanto a un campo da tennis municipale, con la testa che mi girava e un po' di nausea. Feci finta di sistemare le stringhe delle scarpe e ammisi la mia sconfitta.
Da qualche parte mi pareva di sentire la voce di Jo dirmi che ero fuori di testa: non avevo proprio alcun rispetto per il mio corpo? E io ero completamente d'accordo con lei, ricordando il triste spettacolo di certe donne magre che si inerpicavano sulle colline di Griffith Park nel caldo canicolare.
Tornai a casa di Jenni, feci la doccia e chiamai un taxi. Non sembrava proprio che Jenni potesse venire al lavoro oggi, e io non potevo restare inattiva un minuto di pi.
Durante il tragitto verso il nostro ufficio a East Hollywood, pensai alla presentazione da fare la settimana seguente ai direttori di un ente che gestiva alcuni hospice in California. Ormai eravamo cos abituati a ricevere noi le richieste dagli istituti di cura che ero un po' fuori esercizio nell'arte delle vendite. Vermont Avenue era bloccata, perci scesi all'angolo di Santa Monica Boulevard e feci a piedi gli ultimi due isolati, provando sottovoce la presentazione mentre il sudore mi gocciolava sulla schiena, ploc, ploc, ploc.
E poi: Eddie?
Un uomo in un taxi fermo nell'ingorgo di Vermont Avenue, diretto verso il mio ufficio. Capelli corti, occhiali da sole, una T-shirt che ero sicura di conoscere.
Eddie?
No. Impossibile.
Cominciai a camminare verso il taxi. L'uomo all'interno, e avrei giurato che fosse Eddie David, stava guardando la confusione dei cartelli con i nomi delle strade e controllava il telefono.
Alla fine il traffico ricominci a muoversi e partirono i clacson. Ero in mezzo a una strada a sei corsie. Proprio quando mi trovai costretta ad allontanarmi dal taxi, vidi l'uomo togliersi gli occhiali da sole e guardarmi. Ma prima che potessi vedere i suoi occhi e accertare che fosse Eddie, dovetti correre via per non farmi investire.
Eddie?
Qualche ora dopo, quando i colleghi mi mandarono a casa (Abbiamo tutto sotto controllo, vai a riposarti), feci la strada di ritorno a piedi, incapace di stare seduta immobile. Mi fermai un quarto d'ora allo stesso incrocio affollato del mattino, a osservare auto e taxi. Un elicottero atterr sul tetto del Children's Hospital e quasi non me ne accorsi.
Era lui. Sapevo che era lui.


Capitolo 31.

Io e Reuben facemmo in silenzio il volo per Fresno su un aereo di pendolari. Fuori, ci che restava di un sole burroso si scioglieva sopra le nubi; dentro, la cortesia tra noi era appesa a un filo sottile. L'indomani avremmo presentato la nostra attivit ai direttori dell'ente che gestiva gli hospice, e Reuben era gi arrabbiato con me.
Il luned mattina era arrivato in ufficio con Kaia e ci aveva portato tutti in sala riunioni. Non era riuscito a guardarmi negli occhi.
Allora, ho grandi notizie, aveva esordito.
Oh, bene! aveva detto Jenni. Non era ancora tornata quella di prima, ma ci stava provando.
Mentre eravamo a Londra, settimana scorsa, Kaia ha scritto a un suo amico che si chiama Jim Burundo e che dirige una serie di scuole per bambini con bisogni speciali qui a Los Angeles. Kaia gli ha parlato del nostro lavoro, gli ha mandato qualche video, e lui ha risposto chiedendo se vogliamo iniziare un programma di visite dei nostri clown alle scuole!
Era seguito un breve silenzio.
Oh, avevo detto infine, fantastico. Per... Reuben, adesso non abbiamo abbastanza personale per prenderci un impegno simile.
E Jenni aveva aggiunto: Reuben, tesoro, dobbiamo valutare i costi e stabilire un obiettivo di raccolta fondi. Ho bisogno di...
Reuben aveva sollevato una mano per interrompere. Ci finanziano loro, aveva detto orgoglioso. Pagano il cento per cento. Possiamo prendere nuove persone da formare, e la societ di Jim pagher tutto.
Ma dobbiamo comunque andare a visitare le scuole, Roo. E fare delle riunioni, e un milione di altre cose. Non possiamo semplicemente...
Reuben mi aveva interrotto con un sorriso che conteneva - ed era scioccante - un avvertimento. Kaia ha fatto una cosa stupenda, ci aveva fatto notare. Dovreste essere contenti! Riprendiamo a espanderci!
Jenni sembrava troppo provata per intervenire.
Kaia aveva alzato con precauzione la mano, come se fosse a scuola. Non mi aspettavo proprio che Jim accettasse all'istante, aveva detto a bassa voce. Spero di non aver creato complicazioni.
Metter in programma qualche riunione per pianificare la cosa, aveva detto Reuben, ma per ora credo che dobbiamo dire un grande grazie a Kaia. E con ci aveva iniziato ad applaudire.
Ci eravamo uniti tutti all'applauso.
La mia vita, avevo pensato. Oh Ges, questa  la mia vita.
La prima riunione si era svolta due giorni dopo. E anche se pareva che tutto potesse funzionare, anche se, in effetti, la societ di Jim avrebbe finanziato tutto - Certo, diteci solo di cosa avete bisogno - io ero tesa. Stava succedendo troppo in fretta. Ma quando avevo cercato di affrontare l'argomento con Reuben, quella mattina, mi aveva attaccato dicendomi di essere meno aziendalista e pi grata dell'opportunit.
Lo guardai di sottecchi mentre l'aereo iniziava a virare verso Fresno. Si era addormentato con il viso cascante, indifeso. Il viso che conoscevo cos bene. Le lunghe ciglia di un nero corvino; le sopracciglia perfette; le vene nei profondi avvallamenti delle orbite. Guardai quel viso familiare, e sentii un movimento sgradevole nello stomaco. Dovevo tornare alla normalit, pensai mentre l'aereo faceva manovra e il basso sole dorato disegnava forme geometriche sulla faccia di Reuben. Dovevo stare bene.
Pi tardi, dopo aver cenato in una steak house vicino all'albergo, andai a sedermi fuori accanto alla piscina, piccola e probabilmente mai usata. Era circondata da un'alta recinzione metallica e le poche sdraio erano coperte di muffa.
Mi concessi per la prima volta di riflettere seriamente su quello che Tommy aveva detto la settimana prima a proposito di Eddie. Sul perch io e Eddie ci fossimo incontrati in quel posto, a quell'ora, in quel giorno. Aveva qualcosa da nascondere? Sulle prime era sembrata una teoria assurda: quella mattina Eddie era uscito perch aveva bisogno di staccarsi dalla madre, e si era fermato ai giardini pubblici del paese perch aveva incontrato una pecora. Leggere qualcos'altro nel nostro incontro sarebbe stato sbagliato.
Il problema, per, era che iniziavo - finalmente - a mettere a fuoco i pensieri che da settimane aleggiavano ai margini della mia consapevolezza. Iniziavano a comporre una forma. E quello che vedevo non mi piaceva affatto.
Rientrai quando i primi lampi scesero dal cielo, senza riuscire a liberarmi dalla sensazione di crisi imminente.
La mattina seguente, la riunione fu preceduta da una visita all'hospice di Fresno.
Come chiunque, immagino, trovavo pesanti gli hospice: dopotutto, pochi luoghi al mondo si occupavano con tanta evidenza della morte. Ma il mio viso era impassibile; repressi il sussulto della paura; badai a respirare lentamente. E ci stavo riuscendo abbastanza bene, pensavo, finch non entrammo nella sala tv e vidi una ragazza seduta vicino alla finestra.
La guardai bene.
Ruth?
Avvolta in una coperta morbida, la ragazza era di un pallore cereo e orribilmente magra. Alz lo sguardo e, dopo quella che mi sembr un'eternit, sorrise. Oh mio Dio, disse. Questa proprio non me l'aspettavo.
Ruth! Reuben si precipit ad abbracciarla.
Attento, disse piano la ragazza. Le mie ossa sono fragili. Cerca di non spezzarmi in due; lo sai come si appassiona la mamma a una bella causa in tribunale.
Reuben l'abbracci con delicatezza e io li raggiunsi.
Ruth era stata una delle nostre prime pazienti, quando eravamo solo io e Reuben e della clownterapia non avevamo quasi neanche sentito parlare. Era una bambina minuscola che entrava e usciva dalla sala operatoria e avevamo sempre saputo che la sua aspettativa di vita era molto limitata.
Ma lei aveva lottato strenuamente. E cos aveva fatto sua madre, single, che aveva trovato i soldi per andare al Children's Hospital perch l c'era uno specialista della rara malattia genetica di Ruth. Pi volte era stata la forza d'animo di quelle due a spingere Reuben e me a perseverare nel nostro lavoro.
Incontrare i bambini non era mia abitudine; lo trovavo troppo doloroso. Ma Ruth aveva qualcosa a cui non sapevo resistere. Anche quando per lavoro avevo smesso di andare in ospedale, avevo continuato ad andare a trovarla. Perch non potevo farne a meno.
E ora eccola l a quindici anni e mezzo, con una coperta di pile azzurra decorata da una luna, e un supporto per la flebo accanto. Minuscola e combattiva, con i capelli radi e fragili. Per un attimo restai muta, la gola stretta dallo shock.
Ma che bella sorpresa, dissi poi sedendomi accanto a lei.
Cosa, trovarmi che sembro un pollo morto in un hospice? domand. Aveva la voce sottile. Come le trovi le mie mani? Le vedi? Zampe di pollo. Oh, dai, reag quando cercai di contraddirla. Non vorrai dirmi che sono una bella ragazza, vero? Perch, in quel caso, puoi andartene. Sorrise con le labbra screpolate e nel cuore sentii uno strappo feroce.
Allora sei tornata a casa, disse Reuben. Al sole di Fresno.
Infatti. Mi pareva che il minimo che potevo fare fosse mettere la parola fine in un posto vicino, disse lei. La mamma  esausta, poverina.
Senza preavviso, si mise a piangere. Piangeva in silenzio, come se non avesse pi l'energia di produrre suoni.
Che schifo, disse. E voi che fate? Dove sono i nasi rossi quando uno ne ha bisogno?
Siamo qui proprio per parlarne, disse Reuben tamponandole le lacrime con un fazzoletto di carta. Ma anche se non dovesse andare in porto, possiamo cercare di mandarti un clowndoc. Se non pensi di essere troppo grande.
No, disse con voce debole. Loro non mi hanno mai trattato da bambina. L'ultima volta che ho visto il Dottor Zee, ha detto che mi avrebbe aiutato a scrivere una poesia per la mia veglia.  bravo con le parole, quando non fa lo scemo. Potete mandare lui?
Lo mettiamo in cima al programma della riunione, dissi io. Sono sicura che Zee vorr venire.
Li adoro, i vostri ragazzi, disse Ruth appoggiandosi allo schienale. Lo sforzo di parlare con noi stava rapidamente prosciugando le sue energie. Sono stati l'unica costante, in tutti questi anni. Gli unici pi stronzi di me. Senza offesa, disse a Reuben. Lo so che hai iniziato come clown.
Lui sorrise.
Vuoi una mano per tornare in camera? domandai rimboccandole meglio la coperta. Sentivo qualcosa gonfiarsi in gola. Com'era possibile? La spiritosa, intelligente Ruth, con i capelli rossi a coda di cavallo e quegli occhi verdi come il prezzemolo. Perch la sua vita doveva finire proprio mentre stava cominciando? Perch non c'era nulla che si potesse fare?
S, mormor. Devo fare un pisolino. Accidenti a voi che mi avete fatto piangere.
Quando uscimmo dalla sua camera, pochi minuti dopo, mi asciugai una lacrima di rabbia e Reuben mi prese la mano. Lo so, disse. Lo so.
Dopo la presentazione al consiglio, passammo su una terrazza soleggiata per il caff. Il viceresponsabile sanitario mi prese da parte per farmi altre domande.
Avrei dovuto immaginarlo, capirlo dalle domande che aveva fatto prima. Ci capitava spesso di incontrare persone cos, che non riuscivano a vedere oltre i nasi rossi e a capire la differenza fra i nostri operatori e i clown del circo.
Il fatto , stava dicendo quell'uomo, con i suoi occhiali a fondi di bottiglia, il mento tremolante e una prepotente alterigia, che la mia squadra ha fatto anni e anni di formazione. Non sono sicuro che mi piaccia farli lavorare... insomma, con dei pagliacci.
La passione che aveva guidato la nostra presentazione ora si era dissolta. Provavo un soverchiante bisogno di scappare.
Il vostro personale sar sempre responsabile delle cure mediche che ricevono i pazienti, mi obbligai a recitare. Consideri i nostri operatori come qualsiasi altro visitatore che intrattiene i bambini. L'unica differenza  che hanno fatto mesi di training specialistico.
Lui si accigli fissando il suo caff e disse che anche il suo personale era specializzato, ma non aveva bisogno di mettersi vestiti strani o di portare strumenti musicali. All'improvviso, anche se gli anni passati mi avevano insegnato a non contrappormi mai e poi mai frontalmente a persone come quell'uomo, mi trovai a fare esattamente questo.
Ci si pu concentrare sul lato giocoso dell'attivit, volendo, dissi. Ma abbiamo infinite testimonianze di medici e infermiere che hanno appreso tecniche utili dai nostri operatori.
L'uomo trasal. Ah s? Il sole gli brill sugli occhiali. Vuole dirmi che il nostro personale medico avrebbe qualcosa da imparare da un gruppo di attori disoccupati?
Reuben si gir verso di noi.
Non sto assolutamente dicendo questo. Ci fissavamo negli occhi, come in una specie di duello. Ma che cosa stavo facendo? Dicevo invece, e se si fosse degnato di ascoltarmi lo saprebbe, che il giudizio del personale medico  stato sempre positivo. Parlo di professionisti che hanno avuto un certo grado di umilt.
Signora Mackey. Ho capito bene?
Reuben ci raggiunse in un attimo. Scusate, posso intervenire?
Non credo proprio, disse l'uomo. La sua socia stava dicendo che il mio personale medico avrebbe da imparare dai vostri clown. Compresa l'umilt, nientemeno. Ho bisogno di un momento per assimilare la cosa.
Signor Schreuder... esord Reuben, ma venne interrotto.
Ho un'quipe medica da gestire, disse Fondi di Bottiglia. Buona giornata.
Cosa diavolo  successo? volle sapere Reuben appena salimmo in taxi.
Scusa.
Scusa? Era furioso. Potresti aver messo a rischio tutto il contratto. Il che mi andrebbe anche bene, Sarah, se la cosa riguardasse solo noi, o i soldi. Ma non  cos. Riguarda Ruth e tutti gli altri ragazzini chiusi l dentro e negli altri quattro hospice che gestiscono.
Dalla radio del tassista si sentivano brani di cumbia e una voce latinoamericana. Feci alcuni respiri lenti. Al posto di Reuben, anch'io sarei stata furiosa.
Per la miseria, Sarah! esplose Reuben. Ma che cos'hai?
Il tassista aveva finito una telefonata e ci stava ascoltando con interesse. Tuttavia non ottenne molta soddisfazione, perch io non avevo niente da dire.
Dopo un lungo intervallo fu Reuben a parlare.  per me e Kaia? Tenne lo sguardo fisso sulla fila di auto dall'altra parte della superstrada. Perch, in quel caso, dobbiamo affrontare l'argomento. Io...
Non  per Kaia, dissi. Anche se, a essere sincera, penso che debba fare un passo indietro.
Allora cosa?  un po' che non sei pi tu. Siamo stati sposati per diciassette anni, Sarah. Ti conosco ancora.
Non  vero.
Davanti a noi, al semaforo, una madre attravers la strada con due bambini. Uno agitava le gambe nel passeggino; la sorella ballava davanti agli altri con una trombetta luccicante, soffiandoci dentro pi che poteva. Anche Hannah ne aveva una. A volte se si svegliava per prima me la suonava nell'orecchio, e io urlavo come una pazza. Lei rideva forsennatamente correndo in tondo con la trombetta, suonava e rideva.
Quando scatt il semaforo e ripartimmo, mi resi conto che stavo piangendo.
All'aeroporto mi fermai davanti alla vetrata sporca del gate a guardare gli aerei nella luce rugginosa del tardo pomeriggio. Un cellulare suon tre volte prima che mi accorgessi che era il mio.
Jenni?
Oh, Sarah, meno male che hai risposto.
Stai bene?
Non ne parliamo. Ti chiamo perch  appena successa una cosa stranissima.
Aspettai di sentire cosa fosse.
Reuben mi fece cenno: gli ultimi passeggeri stavano uscendo dal gate.
Ho appena visto Eddie, Sarah. Nel nostro palazzo.
Sarah! chiam Reuben. Dai!
Gli feci segno di aspettare tenendo la mano tesa in aria.
Ho guardato la sua foto talmente tante volte su Facebook, disse Jenni, che non posso sbagliarmi. Stava parlando con Carmen alla reception, ma quando sono uscita era gi andato via.
Ah.
Il mio braccio rest stupidamente sospeso in aria, con il sangue che defluiva.
Ha chiesto a Carmen se eri in ufficio, poi  andato via senza lasciare messaggi.
Ah.
Era lui, Sarah. Sono sicurissima. Subito dopo ho riguardato la foto. E Carmen ha detto che aveva l'accento inglese.
Jenni, sei sicura? Sei sicura al cento per cento?
Al cento per cento.
Va bene.
Sarah? Cosa cavolo succede? Reuben era di nuovo arrabbiato.
Devo andare, dissi gravemente a Jenni. Devo prendere l'aereo.


Capitolo 32.

Caro Eddie,
ti avevo promesso che l'ultima lettera sarebbe davvero stata l'ultima.
Ma il fatto  che comincio a chiedermi chi tu sia in realt. Di recente il mio amico Tommy mi ha domandato se tu avessi qualcosa a che fare con l'incidente. Io ho scartato subito l'idea, ma adesso non sono pi tanto sicura.
Sei stato tu oggi a presentarti al mio ufficio? Eri tu che ho visto a un semaforo la settimana scorsa? E, se s, perch? Che cosa vuoi fare?
Eddie, forse tu sai esattamente chi sono e perch non sono mai tornata in Inghilterra?
E tu sei quello che temo?
 possibile che tu mi legga e pensi: Ma cosa sta dicendo? Perch non mi lascia in pace?  impazzita?
Ma se invece non lo pensi? Se invece sai esattamente di che cosa parlo?
Continuo a chiedermelo, Eddie. Continuo a chiedermelo.
Sarah


Capitolo 33.

Estratto da Stroud News & Journal
11 giugno 1997
La polizia ha fermato un uomo in relazione all'incidente mortale occorso all'inizio del mese sulla A419 vicino a Frampton Mansell. L'agente di polizia John Metherell, responsabile delle indagini, ha confermato che ieri sera un diciannovenne di Stroud  stato fermato con il sospetto di aver causato un decesso per guida pericolosa.
L'incidente stradale, che ha distrutto una famiglia del luogo, ha suscitato la richiesta di un pi attento controllo della velocit su questo tratto di strada isolato. Inoltre ci sono state espressioni di insoddisfazione per il ritardo nell'accertamento di responsabilit penali da parte delle autorit.
In seguito all'incidente la polizia del Gloucestershire aveva cercato di identificare una persona - descritta come di sesso maschile, et attorno ai vent'anni - allontanatasi a piedi dal luogo del fatto. Nuove informazioni ricevute luned dagli inquirenti hanno permesso di rintracciare il ricercato e portare a termine il fermo.
Fino al momento di andare in stampa, Stroud News & Journal non ha potuto ottenere conferma che le accuse siano state formalizzate.


Capitolo 34.

Sdraiata sul letto degli ospiti di Jenni, ascoltavo Javier che caricava il suo furgone. Alla radio un uomo parlava in spagnolo degli incendi che erano divampati sulle aride colline della California. El fuego avanza rpidamente hacia nosotros, diceva. Nel pronunciare fuego la voce rallentava, accarezzando ogni sillaba come una fiamma che lambisce la carta.
Jenni ascoltava Diana Ross nella doccia, ma non cantava. Il gatto dei vicini mandava gemiti simili alla voce di un bambino, il che significava che Frappuccino era uscito in giardino.
Mi girai sulla schiena e mi massaggiai la pancia.
L fuori c'era un uomo, da qualche parte, un uomo senza nome a cui pensavo da diciannove anni. Non conoscevo la sua voce o la sua faccia, non sapevo altro che il suo cognome, ma avevo sempre saputo che, se fosse venuto a cercarmi, l'avrei riconosciuto. L'avrei guardato negli occhi e avrei capito.
Per questo Eddie David non poteva essere quell'uomo, mi dicevo. A parte il fatto che il cognome non combaciava, avrei dovuto capire chi era appena l'avevo incontrato.
Il fuoco avanza rapidamente verso di noi.
All'improvviso dovetti alzarmi, corsi in bagno e vomitai.
Una sbronza in un giorno feriale! Kaia aveva un sorriso nei suoi begli occhi, per farmi capire che non mi giudicava male. Mi fai sentire vecchia, Sarah.
Mi chinai davanti al piccolo frigo colmo di insalate e panini e chiusi gli occhi. Non potevo mangiare il pranzo che avevo portato. Non sopportavo neppure di cercarlo. Non lasciarti intimidire, replicai.  giusto che mi disapprovi. Me lo merito. Mi rialzai.
Ci siamo passati tutti, disse lei. Era china su qualcosa vicino al bollitore, come per nasconderlo alla mia vista. Sbirciai infelice sopra la sua spalla e vidi, come mi aspettavo, una pimpante insalata.
Vorrei che non fosse cos brava a trattare con me, pensai. O cos rispettosa. Nascondeva quell'insalata solo per non farmi sentire in colpa. Ma io, pi di ogni cosa, avrei desiderato che non si trovasse nel nostro ufficio. Il giorno prima aveva preso come scusa che voleva raccontarci di una riunione per la raccolta fondi al Children's Hospital, ma quel giorno non c'era spiegazione. Alle dieci era arrivata e si era seduta a un computer. Aveva dato fastidio persino a Jenni.
Tornai alla mia scrivania con un bicchiere d'acqua in una mano e un tremore nell'altra. Reuben e Kaia uscirono a mangiare sul nostro piccolo terrazzo.
Io cercai di leggere le email, ma ancora una volta le parole erano informi e flosce. Cercai di bere l'acqua, ma il mio stomaco non la voleva. Ghiaccio! mi diceva. L'acqua deve essere fredda! Mi trascinai di nuovo in cucina, dove la vaschetta del ghiaccio era vuota. Tornata a sedermi alla scrivania, guardai mio marito e la sua ragazza che tubavano. Kaia sedeva circondata dal braccio di Reuben.
Non ce la posso fare, disse qualcuno.
Dopo un attimo mi resi conto che ero stata io.
Mi venne quasi da ridere. Eccomi l, tremante. Con la nausea e le vertigini, che parlavo da sola. E poi? Mi sarei messa a fare versi di animali? A spogliarmi nuda per strada?
Di nuovo mi sentii dire: Non ce la faccio. La voce usciva da una parte di me che non riuscivo a controllare. Non lo sopporto. Non sopporto pi niente.
Andai di fretta a chiudermi in sala riunioni.
Smettila, mi dissi. Smettila immediatamente.
Vagai intorno al tavolo fingendo di mandare un messaggio sul telefono; poi li guardai di nuovo. Kaia baci Reuben sulla fronte. Un gatto randagio li guardava dal tetto di una clinica per il botox l accanto. Dietro di loro s'innalzava la selva di grattacieli di Downtown.
Non ce la faccio.
Smettila!
Chiunque sarebbe destabilizzato vedendo l'ex marito che si innamora di nuovo, ragionai. Starci male era giusto.
Ma sapevo che non era per Reuben e Kaia.
Il fuoco avanza rapidamente verso di noi.
Tentai di fermare le parole che si stavano facendo strada verso la mia bocca, ma non ne avevo la forza. Voglio andare a casa, dissi.
Il silenzio della sala riunioni vibrava.
Smettila, sussurrai. Lacrime calde mi pungevano gli occhi. Smettila.  questa casa tua.
Non  vero. Non  mai stato pi di un nascondiglio.
Ma io amo questa citt! La amo!
Questo non la fa diventare casa tua.
Jenni sgusci dentro la stanza. Sarah, disse. Sarah, che succede? Stai parlando da sola.
Lo so.
 per Reuben? Se vuoi posso chiedere io a Kaia di andare via. Non dovrebbero comportarsi cos.
Feci un lungo respiro. Ma intanto che aspettavo le parole giuste, Jenni usc con passo deciso. Io fissai stupidamente la sua schiena senza rendermi conto subito di cosa avesse intenzione di fare.
Kaia e Reuben la videro arrivare. Lei disse qualcosa; loro sorrisero, annuirono. Quando entrarono nella sala riunioni Reuben fischiettava, ma qualcosa sul suo viso rivelava che sapeva cosa sarebbe successo.
No, pensai debolmente. Cos no. Non  questo il problema.
Ma Jenni era gi partita in quarta. Si piazz a un capo del tavolo e parl con una voce che avevo sentito tre o quattro volte da quando la conoscevo.
Kaia, ti siamo grati dell'aiuto che ci stai dando, ma forse dovremmo chiarire meglio su quali progetti sei impegnata e se ci sia o no un eccesso di lavoro che non riusciamo a gestire. Perch in quel caso dobbiamo occuparcene. Non va bene che tu venga a dare una mano occasionalmente; non  stata presa alcuna decisione in merito.
Silenzio. Gli occhi di Reuben, spalancati per lo shock, rotearono cercando i miei.
Il viso di Kaia era impallidito. Certo, esord, bench non avesse idea di come proseguire. Io... cercavo solo di aiutare Reuben a togliersi alcune scartoffie dalla scrivania... e la vice di Sarah, Kate, anche lei sembrava... Giocherell con l'anello che portava sulla seconda falange, e mi accorsi che le tremavano le mani.
Questo non  n il problema n la soluzione, pensai.
Ero molto stanca. Disperatamente stanca.
Mi spiace, disse Kaia dopo un momento. Non volevo essere invadente. Mi rendo conto che forse sono venuta troppo spesso... Le salirono le lacrime agli occhi.
Istintivamente feci un passo avanti, ma Jenni mi ferm. Ci penso io, disse passando a Kaia un fazzoletto di carta. Non le mise un braccio sulle spalle. Io ero disgustata nel vedere la mia amica che convogliava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione su quella donna che piangeva al nostro tavolo da riunione.
Reuben era paralizzato.
Io... ho perso un...  che venire qui mi aiuta molto... Kaia stava battendo in ritirata; un animale investito da un'auto. Scusate. Volevo solo aiutare. Non verr pi. Io non... Si mosse in direzione della porta.
All'improvviso capii. Kaia, dissi piano. Aspetta un attimo.
Lei esit.
Senti, la storia che mi hai raccontato quando ci siamo conosciute...
Il suo viso parve afflosciarsi, allentato e quasi svolazzante, come una tenda senza paletti.
La storia del bambino ricoverato in oncologia che aveva reagito bene all'intervento dei clown.
La tenda croll completamente, ed ecco un essere umano ridotto all'osso.
Era tuo figlio? domandai.
Reuben mi fiss.
Kaia fece un lungo respiro singhiozzante e annu. Phoenix, disse. Era il mio bambino, s.
Chiusi gli occhi. Povera donna.
Come fai a saperlo? domand Reuben stupefatto.
Aprendo le email, quella mattina, avevo trovato una lettera di una coppia, Brett e Louise West. Quattro mesi dopo la morte del figlio erano finalmente riusciti a trovare la forza di scrivere: Grazie mille... avete migliorato tantissimo le sue ultime settimane... Possiamo aiutarvi in qualche modo? Ci piacerebbe fare un po' di volontariato... Sarebbe bello ripagarvi... renderci utili...
Questo mi aveva fatto pensare per l'ennesima volta a Kaia e alla sua presenza in ufficio. Non ero convinta che fosse solo per Reuben.
Qualche giorno prima avevamo ricevuto la notizia che un bambino con cui lavoravamo da mesi stava per tornare a casa; il cancro era in remissione. Kaia, che non aveva mai visto il bambino, era scoppiata in lacrime. Una seconda occasione, l'avevo sentita dire alla mia vice, Kate, che aveva dato la notizia. Una seconda occasione per vivere. Oh, che benedizione.
Era proprio cos. Avevamo applaudito tutti. Ma io avevo continuato a guardare Kaia anche dopo che tutti erano tornati al lavoro, chiedendomi se nella sua vita c'era stato qualcuno che una seconda chance non l'aveva avuta.
Poco prima, mentre la vedevo cercare disperatamente di spiegarsi con Jenni, mi era apparso evidente che il bambino di cui mi aveva raccontato era il suo. Aveva perso suo figlio, e con lui una parte insostituibile di se stessa. E a un certo punto, quando era riuscita a rimettersi in piedi, a respirare, era approdata al settore non profit - proprio come i due genitori che ci avevano appena scritto; come me e come tanti altri - perch sembrava l'unica maniera concepibile di far nascere dal male qualcosa di buono. Di andare avanti.
Mi dispiace tanto, dissi.
Annu. Mi dovete scusare se sono stata un po' invadente. L'anno scorso io e il mio compagno ci siamo separati; non siamo riusciti a superare il trauma. Perci mi sentivo... sola. Non che sia un problema vostro, ma... stare qui mi aiuta molto.
Chiusi gli occhi. Ero spaventosamente stanca. Capisco.
Li guardai uscire. Jenni si era accasciata a un capo del tavolo. La raggiunsi e le posai una mano sulla spalla. Smettila, dissi piano. Non potevi saperlo.
Lei si limit a scuotere il capo.
Senti, Jen, sono commossa che tu abbia voluto difendere me e la squadra come hai fatto. Sei stata corretta; sei stata gentile; le hai dato un fazzoletto. Che altro potevi fare?
Potevo stare zitta, disse lei con una voce ispessita dal senso di colpa. Potevo lasciarla in pace.
Le massaggiai le spalle, guardando fuori dalla finestra. Inizi a tremarmi una gamba e mi sedetti accanto a lei.
La cosa peggiore  che siamo sulla stessa barca, io e Kaia, disse Jenni. A entrambe manca qualcosa. Anche se lei un bambino l'ha avuto, Sarah, e le  stato portato via e... Oddio, ma te lo immagini?
Quando infine si riprese, le dissi che dovevo uscire. Vado dal medico. Io... in questo periodo non sono molto in forma, vero?
No, disse chiaramente Jenni, e mi venne da sorridere. Ma un dottore potr aiutarti? Non vuoi chiedere dei farmaci, vero?
Esitai. No. Ho solo bisogno... di parlare.
Jenni si accigli. Lo sai che con me puoi parlare, vero?
S. E grazie ancora per prima. Lo so che avevi le migliori intenzioni.
Sospir. Le preparer una torta enorme. Fatta di verdure o polverine verdi, o chiss cosa. Sar stupenda.
Pochi minuti dopo, la porta dell'edificio mi si chiudeva alle spalle. Mi sentii investita dall'impatto di un torrido mezzogiorno di luglio e dovetti appoggiarmi allo stipite. Volevo dormire, ma non sopportavo il silenzio di Jenni e Javier. Volevo sedermi al fresco dell'aria condizionata, ma non riuscivo a rimettermi a lavorare. Volevo...
Mi bloccai.
Eddie. Volevo Eddie. Ma dentro il mio cervello c'era qualcosa che non funzionava, perch lui era davanti a me.
Eddie.
Dall'altra parte di Vermont Avenue. In attesa che scattasse il semaforo. Fermo a guardarmi.
No!
S.
Rimasi immobile a fissarlo. Un lungo autobus rosso si infil tra noi per un attimo interminabile. Poi avanz, e lui era sempre l a guardarmi.
Mi sentii intorpidita. All'improvviso c'era una strana quiete, estranea al rombo del traffico che passava in mezzo a noi. Il semaforo scatt e la luce pedonale bianca mi invit ad andare verso di lui, ma non lo feci perch lui stava camminando verso di me, senza smettere di guardarmi.
Eddie stava arrivando. Dall'altra parte del mondo, dall'altra parte della strada.
Finch all'improvviso non si gir per tornare da dov'era venuto. Il semaforo pedonale lev una mano rossa, cont alla rovescia, tre, due, uno, e il traffico riprese. Eddie mi guard da sopra la spalla e poi si allontan.
Quando il semaforo scatt nuovamente e potei attraversare di corsa la strada, era sparito in Lexington Avenue. Mi fermai sull'angolo, scioccata dall'intensit dei miei sentimenti, intatta dopo settimane di umiliazione.
Non era cambiato niente. Ero ancora innamorata di Eddie David. Soltanto che ora - non potevo pi negarlo - sapevo esattamente chi era.
Mi incamminai verso l'ambulatorio medico.
Il sole era ormai basso a ovest della citt. Sotto di me correvano dritte verso l'orizzonte strade argentee sfumate da smog e foschia. Gli elicotteri condividevano il cielo con uccelli da preda che sfruttavano le correnti termiche; gli escursionisti si affaccendavano su e gi per i sentieri incisi come cicatrici nel pendio della collina.
Stavo lass da due ore, forse di pi. Da sola sulla mia panchina preferita accanto all'osservatorio di Griffith Park. Quasi tutti i turisti se n'erano andati prima che venisse buio. Ne rimanevano alcuni ansiosi di fotografare un tramonto perfetto. E tra loro ero rimasta seduta in silenzio, cercando di dimenticare quello che aveva detto la dottoressa, per concentrarmi invece sulla mia settimana con Eddie in attesa che l'indizio mi si rivelasse. Non l'avevo ancora trovato, ma ero vicina.
Avevo ripercorso quasi tutto fino alla fine e ormai, mentre il sole si scoloriva sopra il Pacifico da l invisibile, stavo ripensando all'ultima mattina passata insieme. La luce che c'era fuori, il senso di perdita mentre ci salutavamo, l'eccitazione per il futuro. Eddie era appoggiato al pilastro delle scale. La finestra era aperta e sentivo l'odore dolciastro dei fiori di biancospino, quello pungente dell'erba che si scaldava al sole. Avevo gli occhi chiusi. Lui mi baciava tenendomi una mano alla base della schiena. Poi appoggiava il naso al mio, con gli occhi chiusi, e parlavamo. Mi dava un fiore, prendeva i miei recapiti telefonici, mi aggiungeva agli amici su Facebook, mi affidava Topolina. Diceva: Penso di essermi innamorato di te.  troppo?
No, dicevo io.  perfetto. Poi ero andata via.
Lo immaginai che dopo la mia uscita si voltava e risaliva gli ultimi scalini. Riprendeva la tazza di t che aveva lasciato in cima. Magari si fermava a berne un sorso. Aveva ancora il telefono in mano, perch ci eravamo appena scambiati i numeri. Magari si era seduto su una sedia vicino alla finestra a dare un'occhiata al mio profilo Facebook. Lo aveva scorso e...
Presi in mano il cellulare.
Con una strana calma aprii la mia pagina Facebook. Ed eccolo l, un affettuoso messaggio di Tommy Stenham, il primo giugno 2016.
Bentornata a casa, Harrington! Spero tu abbia fatto buon viaggio. Non vedo l'ora di vederti.
Mi rimisi le scarpe, tornai verso l'osservatorio e prenotai una corsa Uber. Nell'attesa, cominciai a scrivere sul telefono. Avevo la mia risposta.


Capitolo 35.

Eddie,
io so chi sei.
Per anni ho sognato di incontrarti. I sogni si svolgevano ai margini pi bui della mia mente e tu non avevi mai una faccia o una voce definite. Ma c'eri sempre, ed era sempre orribile.
E poi eccoti l per davvero, quel giorno di giugno, seduto nei giardini di Sapperton con una pecora. Mi sorridevi, mi offrivi da bere, eri gentile. E io non avevo idea di chi fossi.
Il mondo ha il sapore dell'estate in cui avevo diciassette anni. Come bile in gola.
Dobbiamo parlare. Faccia a faccia. Ti lascio il mio numero di cellulare americano. Per favore, chiama. Mettiamoci d'accordo per vederci.
Sarah


Capitolo 36.

Sarah Mackey, mi apostrof Jenni. Dove sei stata? Ho provato a chiamarti.
Mi tolsi i sandali di pelle e mi issai sul bordo di uno sgabello. Scusa, ho lasciato il telefono silenzioso. Tu stai bene?
Jenni schiv la domanda allontanandosi per prendere dell'acqua. Se preferisci ti faccio un cocktail analcolico, disse porgendomi un bicchiere. Aveva gli occhi rossi e si capiva che dopo essere tornata dal lavoro si era messa a letto.
Immediatamente scoppiai in lacrime.
Cosa succede? Jenni si avvicin. Sapeva di shampoo al cocco e di marshmallow. Sarah...?
Come facevo a spiegare quel casino tremendo a una donna che aveva appena perso l'unica speranza di formare una famiglia? Era impensabile. Mi avrebbe ascoltato e sarebbe rimasta sbigottita. E disperata, perch non c'era nulla, assolutamente nulla, che potesse fare per trovare una soluzione.
Dimmelo, disse severamente Jenni.
Dal dottore tutto a posto, mentii, dopo un lungo silenzio. Mi soffiai il naso. Dovr fare delle analisi, ma  tutto a posto.
Bene...
Per...
Il mio telefono inizi a squillare.
 Eddie, dissi cercando freneticamente l'apparecchio.
Cosa? Jenni, che era capace di riflessi fulminei, lo pesc dalla mia borsa e me lo lanci.  lui?  proprio Eddie?
Il dolore mi martellava nel petto perch era lui, e la situazione era insopportabile. Non potevamo stare insieme. Lo avevo ritrovato, ma non avevamo un futuro.
Eddie? risposi.
Ci fu un silenzio e poi la sua voce che diceva ciao. Proprio come avevo sognato, ma questa volta per davvero. Una voce familiare ed estranea, perfetta e straziante. La sua voce.
La mia resse a sufficienza per dire che potevo vederlo l'indomani mattina e che Santa Monica andava bene; l'avrei aspettato al noleggio biciclette appena dopo il molo, alle dieci.
Cominciavo a pensare che non fosse vero che Los Angeles  sull'oceano, disse. Sembrava stanco. Sono giorni che giro in macchina e non l'ho mai visto.
Poi la telefonata fin, io mi accoccolai in un angolo del divano di Jenni e piansi come una bambina.


Capitolo 37.

Ciao, carissimo Riccio.
Sono passate quasi due settimane da quando avresti dovuto festeggiare il compleanno, ma penso ancora a te tutti i giorni.
A volte mi piace immaginare che cosa faresti se ci fossi ancora. Oggi ho immaginato che vivessi in Cornovaglia; una giovane artista squattrinata con la pittura nei capelli. In questa versione studi belle arti a Falmouth e poi occupi un palazzo abbandonato in cima a una collina con i tuoi amici. Ti piacciono i foulard, probabilmente sei vegetariana e sei tutta presa a ottenere fondi dal ministero della Cultura, a organizzare mostre e insegnare a dipingere ai bambini.
Poi il pendolo del dolore oscilla e mi ricordo che non sei in quella casa di artisti sulla collina. Sei sparsa in un angolo tranquillo del Gloucestershire, una silenziosa vibrazione del ricordo di un raggio di sole.
Mi chiedo se sai che cosa far domani. Mi chiedo se sai chi incontrer sulla spiaggia. Se lo sai, mi chiedo se mi perdonerai.
Perch non posso non andare, piccolo Riccio. Devo sapere tutto del giorno in cui sei morta: che cos'hai fatto, che cos'hai detto, persino che cos'hai mangiato. Quando ho dovuto identificare il tuo corpo, ho finito per accasciarmi in un angolo come se qualcosa si fosse sciolto. Mi ci sono volute ore per potermi alzare e andare a casa. E a quel punto, ho trovato un pezzo di pane tostato sul lavandino. Freddo e secco, con l'impronta dei tuoi denti in un angolo. Come se volessi finirlo ma poi te ne fossi andata saltellando a fare altro.
Che hai fatto quel giorno? Hai cantato una canzone? Ti sei cambiata i vestiti? Eri felice, Riccio?
Ho bisogno di saperlo. E devo capire perch, nonostante tutto, continuo ad amare proprio la persona che ti ha strappato via a tutti noi.
Andando all'appuntamento di domani ho paura di deluderti orribilmente. Spero che tu possa capire perch lo faccio.
Ti voglio bene.
Baci da me


Capitolo 38.

Mentre aspettavo Eddie guardavo un gruppo di ragazzi che giocavano a pallavolo. Mi chiesi se sarebbe venuto davvero e anche se, in caso contrario, sarebbe stato tutto pi facile.
La marea era bassa, la spiaggia tranquilla. Un leggero tappeto di nubi aleggiava tra Santa Monica e il sole rovente. L'aria aveva un odore dolce e stucchevole, forse zucchero fuso o ciambelle al forno, un profumo dell'infanzia, che illuminava un angolo sperduto della memoria. Lunghe vacanze al mare nel Devon. Sabbia ruvida, sale sulla pelle, scogli scivolosi. Il picchiettare leggero della pioggia sulla tenda. Le chiacchiere sussurrate a tarda notte con mia sorella, la cui presenza non era mai stata messa in discussione.
Controllai l'orologio.
Nel campo da pallavolo, i ragazzi finirono la partita e misero via le loro cose. La passerella di legno rimbomb al passaggio di un pattinatore solitario in rollerblade.
La voce di Eddie, al suo arrivo, era alle mie spalle. Sarah?
Aspettai un attimo prima di girarmi verso di lui, l'uomo che abitava nella mia testa da tanti anni.
Ma quando lo guardai, vidi solo Eddie David. E provai solo quel che provavo prima di scoprire chi era: l'amore, il desiderio, la fame. Il rombo nelle orecchie mentre il mio corpo si infiammava.
Ciao.
Eddie non rispose. Mi guard dritto negli occhi, e io ricordai il giorno del nostro incontro, quando mi colpirono i suoi occhi del colore di oceani lontani, il suo sguardo cordiale e colmo di buone intenzioni. Adesso erano freddi, quasi inespressivi.
Spostai il peso da un piede all'altro. Grazie di essere venuto.
Un leggero scatto delle sue spalle. Sono due settimane che cerco di venire a parlarti. Sto dal mio amico Nathan. Ma... Si interruppe.
Certo. Capisco.
Una famiglia a bordo di bici a nolo gialle pass tra noi sulla passerella e lui si tir indietro, tenendomi d'occhio.
Scendemmo sulla spiaggia e ci sedemmo sulla sabbia nel punto in cui si inclinava verso l'acqua. Restammo a lungo a guardare il Pacifico che s'infrangeva su se stesso; lenzuoli di spuma argentea che viaggiavano all'infinito senza destinazione. Eddie teneva le braccia agganciate alle ginocchia.
Lo shock del desiderio che provavo mi tolse quasi il fiato.
Non so come fare, Sarah, disse infine. Aveva gli occhi lucidi. Non so che cosa dire. Tu... Allarg le mani in un gesto d'impotenza.
Una volta Eddie aveva una sorella, una ragazzina dolce di nome Alex. Aveva i capelli biondi e ingarbugliati. Cantava sempre. Aveva grandi occhi azzurri pieni di vita e di progetti, e le piacevano le caramelle alla frutta. Era la migliore amica di mia sorella.
Mi si strinse lo stomaco mentre la rivedevo con gli occhi della mente, in attesa di ci che prevedevo.
Tu hai ucciso mia sorella, disse Eddie. Inspir bruscamente, e io chiusi gli occhi.
L'ultima volta che avevo udito parole simili era stato dalla grossa segreteria telefonica Panasonic che stava accanto al telefono dei miei. Una, forse due settimane dopo l'incidente; Hannah era stata dimessa dall'ospedale. Si era rifiutata di salire in macchina con me; rifiutava addirittura di andare a casa. C'era stata una scenata, e alla fine si era trovato un veicolo per il trasporto dei pazienti che aveva accompagnato a casa lei e la mamma mentre pap e io andavamo in macchina.
Arrivati a casa, avevamo trovato la lucina rossa lampeggiante - un segnale che avevo imparato a temere - e un messaggio della madre di Alex, che si trovava in un ospedale psichiatrico. La sua voce era come porcellana infranta. Vostra figlia non la passer liscia.  impossibile. Sarah ha ucciso la mia bambina. Ha ucciso la mia Alex e andr in prigione, ve lo garantisco. Non si merita di restare in libert. Non pu restare in libert mentre Alex ... ...
Ci penser lei a mandarti in prigione, le aveva fatto eco Hannah guardandomi con rancore. Hai ucciso la mia migliore amica. Non ti meriti di esserci mentre lei non c' pi. Era scoppiata a piangere. Ti odio, Sarah. Ti odio! E quella era l'ultima cosa che mi aveva detto mia sorella. Erano passati diciannove anni; diciannove anni, sei settimane, due giorni, e non mi aveva pi detto una parola, nonostante tutti i miei tentativi e gli interventi dei miei genitori.
Mi dispiace tanto, Eddie, mormorai. Mi strofinai le caviglie con le mani tremanti. Se pu servire a qualcosa, io non mi sono mai perdonata. Neppure Hannah mi ha mai perdonato.
Ah gi, Hannah. Mi guard e distolse immediatamente gli occhi, quasi fosse disgustato. Mi hai detto che avevi perso tua sorella.
Be'...  vero. Tracciai una riga tremolante nella sabbia. Hannah non mi ha pi rivolto la parola. Mi ha tagliato fuori dalla sua vita per sempre. Non ho pi una sorella.
Lui guard per un attimo la linea che avevo disegnato nella sabbia. Hannah non ti ha pi parlato?
Mai pi. E Dio sa se ci ho provato.
Rimase per un po' in silenzio. Non posso dire di essere sorpreso come dovrei. Si  tenuta regolarmente in contatto con mia madre, e puoi immaginarti che cosa si dicessero. Il tono era duro. Ma questo non conta. Rimane il fatto che una sorella ce l'hai. Anche se non vuole avere niente a che fare con te,  viva.
Non dissi una parola. Volevo solo sparire.
Sono la donna che lui non riesce a guardare negli occhi. Sono la donna di cui forse, per anni, ha desiderato la morte.
Mi dispiace tanto che tua sorella fosse la migliore amica della mia, Eddie. Mi dispiace di averle portate fuori, quel giorno. Mi dispiace di non aver reagito nella maniera giusta quando lui... quel... Mi interruppi. Non posso credere che tu sia il fratello di Alex.
Eddie sussult. Poi disse: Voglio che mi racconti tutto. Sentii lo sforzo che doveva fare per mantenere la voce neutra.
Ma... sei sicuro?
Il suo corpo, il suo corpo bello, caldo, forte che avevo sognato tante volte, diede una specie di cenno d'assenso.
E io cominciai.
In quel periodo stavo facendo ogni sforzo per conservare il mio posto nel gruppo di amiche di Mandy e Claire; sforzi estenuanti.
Nelle settimane dopo gli esami obbligatori, l'anno prima, loro si erano trovate ogni giorno, ma mi avevano invitato solo quattro o cinque volte. Oddio, Sarah, non vederci chiss quale significato, aveva detto Mandy quando avevo trovato il coraggio di farglielo notare.
Ma eravamo adolescenti. Era ovvio che ci vedessi chiss quale significato.
Passando tutto quel tempo insieme avevano sviluppato un nuovo codice di comportamento che erano restie a condividere con me, perci le prime settimane di ripresa delle lezioni erano state un campo minato. Dicevo le cose sbagliate, parlavo delle persone sbagliate e portavo i vestiti sbagliati, accorgendomi solo da qualche occhiata sprezzante che loro erano pi avanti.
Il giorno del mio diciassettesimo compleanno, arrivando a scuola, scoprii che avevano smesso di sedersi nel nostro angolo della sala comune e si erano spostate altrove. Non avevo idea se fossi invitata o no.
Mandy intanto aveva cominciato a uscire con un tipo di Stroud, la cittadina dove andavamo a scuola. Greggsy, si chiamava. Aveva vent'anni, e perci era molto ambito: non importava che avesse una malvagia faccia da donnola o un rapporto discutibile con la legge. Claire moriva d'invidia e passava tutto il tempo trascinandosi dietro di loro. Io cominciavo a perdere ogni speranza, sicura che quella per me sarebbe stata l'ultima goccia. Le ragazze che uscivano con quelli pi grandi erano di un altro calibro. Erano sexy, popolari, sicure di s; immuni alle ansie brufolose delle loro coetanee.
Mandy forse avrebbe portato a quel livello Claire, prima di togliere la scala, ma di certo mi avrebbe lasciata indietro.
Invece, un giorno Mandy disse come per caso che Bradley Stewart aveva fatto domande su di me. Era il cugino di Greggsy e guidava un'Astra. Era uno dei ragazzi pi carini di quel gruppo poco gradevole, e il suo interesse mi fece piacere in modo persino patetico.
Ah s? dissi senza alzare gli occhi dall'etichetta che stavo staccando dalla Diet Coke. Era importante che me la giocassi bene: se fossi sembrata troppo interessata, prima o poi Mandy avrebbe usato le mie parole per prendermi in giro. Non  malaccio.
Vi faccio incontrare, annunci lei con disinvoltura. Claire, con cui Mandy aveva appena litigato, era furente, e mi resi conto che senza il loro diverbio quell'opportunit non si sarebbe mai presentata.
Non fu un vero e proprio appuntamento; allora non si usava. Ci incontrammo nella strada pedonale fuori dal Pelican, con tutti gli altri giovani bevitori. Ci procuravamo bottigliette di Hooch e Smirnoff Ice e cercavamo di essere spiritosi e graffianti. Bradley, con i suoi capelli neri, le scarpe da ginnastica nere e gli occhi penetranti, mi convinse ad andare al parcheggio multipiano di London Road a bere qualcosa. Mi trascin contro un muro e inizi a baciarmi. Mi mise le mani sotto la maglietta e lo lasciai fare, anche se era rozzo e impaziente. Mi infil le mani nei jeans e lo lasciai fare. Non volevo, ma non avevo quasi nessuna esperienza e un'occasione cos non mi sarebbe ricapitata presto. Cerc di avere un rapporto completo; dissi di no. Mi chiese di prenderglielo in bocca, ma poi si accontent della mia mano. A me non era piaciuto ma a lui s, e questo mi bastava.
Poi non mi telefon, e io mi sentii annientata. Fissai l'apparecchio dei miei per giorni, prima di cedere e di provare a chiamare io; non ce la facevo pi. Non rispondeva nessuno. Provai addirittura ad andare in autobus a casa sua, vicino a Stroud. Passai davanti alla casa tre volte in mezz'ora, fradicia di pioggia, speranzosa e disperata.
Avresti dovuto andarci a letto, fu il consiglio di Mandy. Ha pensato che hai un altro. O che sei frigida.
Claire, tornata nelle sue grazie, rise.
Lo sentivo gi scivolare via, quel minuscolo lampo di valore che avevo conquistato da quando Bradley mi aveva portato al parcheggio multipiano. Perci chiesi a Mandy di dirgli che ero pronta a dargliela (espressione di Mandy), e lui mi chiam.
Diventammo una coppia, pi o meno. Mi convinsi che era amore e non immaginavo che forse meritavo di meglio. Non avrei neanche voluto qualcosa di meglio: adesso facevo parte della compagnia; ero accettata ovunque. Appartenevo a quel livello superiore in cui c'era Mandy, e non avevo intenzione di rinunciarci.
Spesso Bradley mi raccontava di altre ragazze che flirtavano con lui, e il mio cuore adolescente si paralizzava per il terrore. Lasciava passare giorni interi senza chiamarmi, non mi accompagnava mai alla fermata dell'autobus e insisteva per andare da solo al Maltings, una pessima discoteca stile mercato delle carni, per divertirsi a modo suo. Pi di una volta l'aveva deciso quando eravamo gi in coda, sapendo che non avevo altri posti dove andare se non mi fermavo da lui. Il giorno in cui passai l'esame della patente, non mi fece neanche le congratulazioni. Si limit a proporre che andassi in macchina da lui per fare sesso.
Un tipo raccomandabile, disse Eddie.
Mi strinsi nelle spalle.
Mi guard per un attimo e mi torn in mente la nostra prima mattina insieme, quando ci eravamo seduti uno di fronte all'altra al bancone della cucina. Io e lui; profumo di pane e di speranza. Poi distolse gli occhi, come se non riuscisse a guardarmi. Ti spiace se veniamo al punto? domand a bassa voce. Capisco perch mi racconti tutto questo, ma... ho bisogno di sapere.
Scusami. Certo. Cercai di contrastare il panico incipiente. Erano anni che non parlavo di quello che era successo quel giorno. Perch non facciamo due passi?  gi troppo caldo per stare fermi.
Dopo un attimo Eddie si alz.
Superando un casotto da bagnino azzurro chiaro tornammo sulla passerella che costeggiava la spiaggia fino a Venice. Biciclette e pattinatori ci sfrecciavano accanto; i gabbiani facevano acrobazie sopra la nostra testa. La nuvolaglia del mattino era stata dispersa dal sole bruciante e adesso l'aria tremolava per il calore.
Era ormai estate, un luned pomeriggio di giugno. Mamma e pap erano andati a Cheltenham e mi avevano affidato Hannah dopo la scuola. Hannah aveva invitato Alex da noi. Dopo un'ora a fingere di fare i compiti, mi avevano detto che si annoiavano da morire veramente e mi avevano chiesto di portarle in macchina a Stroud, al Burger Star. Avevo detto di no. Il compromesso era stato di andare a fare uno spuntino a Broad Ride. Le bambine avevano creato un loro covo lass qualche anno prima, quando costruirlo e mantenerlo in ordine era ancora un modo accettabile di passare la giornata. Adesso, finita l'attrattiva di quei giochi, amavano andarci a sentire musica e a leggere riviste.
Mi ero messa su un tappetino poco distante da loro, a studiare. Non ero interessata ai bisbigli su un ragazzino della loro classe, ma avevano dodici anni e non potevo perderle di vista. Hannah era troppo propensa alle grandi imprese per essere responsabile della propria sicurezza. Non comprendeva la fragilit della vita, le possibili conseguenze di una bravata.
Era una giornata calda, il cielo portava sottili matasse di nubi e io ero tranquilla quanto ero capace di esserlo in quel periodo. Finch non sentii il rumore di un'auto, con il martellare della musica alta. Alzai gli occhi e il mio cuore fece un sussulto. Prima Bradley aveva chiamato perch andassi a prenderlo. Non gli partiva la macchina, aveva detto, potevo andare da lui? E magari prestargli dei soldi per la riparazione?
No, avevo detto io. Dovevo badare alle dodicenni, e poi mi doveva gi settanta sterline.
Mi si avvicin dicendo, con uno dei suoi rari sorrisi: Mi sono fatto prestare la macchina nuova di Greggsy, visto che non ti andava proprio di aiutarmi. Guard con interesse Hannah e Alex. Come va, ragazze?
Ciao, dissero loro sgranando gli occhi.
Da quando Greggsy guida macchine cos? domandai. Il motore era truccato, come piaceva a Bradley e Greggsy, ma era pur sempre una BMW.
Gli sono arrivati un po' di soldi. Bradley si tocc il naso.
Hannah si incurios.  caduta da un camion?
Bradley rise. No, cara.  tutto in regola.
Non riusciva a stare fermo. Dopo dieci minuti che era seduto con noi, propose di andare a fare una gara con le due macchine.
Assolutamente no, dissi. Non con le ragazze. L'avevo gi fatta, una gara insieme a lui: Bradley contro Greggsy avanti e indietro sulla tangenziale di Ebley a tarda notte. Erano stati i dieci minuti pi spaventosi della mia vita. Quando era finita, nel parcheggio del nuovo supermercato, avevo lasciato cadere la testa sul petto ed ero scoppiata a piangere. Mi avevano preso in giro tutti. Compresa Mandy, che si era spaventata quanto me.
Hannah e Alex, invece, in precario equilibrio sul trampolino che portava all'adolescenza, la trovarono una grande idea. Dai, facciamo una gara! dicevano, come se pap mi avesse prestato una macchina sportiva invece di una carretta con un motore da un litro e una guarnizione della testata che aveva i giorni contati.
Continuarono a insistere, con Bradley che le incoraggiava: Non andiamo mica in autostrada...  solo una cazzo di stradina che non va da nessuna parte. Alex continuava a buttarsi i capelli biondi dietro la spalla e Hannah la copiava, solo che era meno convincente.
Il bisogno che sentivo di proteggere Hannah non era diminuito col passare degli anni. Semmai si era rafforzato con il suo passaggio da bambina impavida a ragazzina spaccona. Quindi rifiutai di nuovo. Bradley era sempre pi irritato e io pi stressata. Fra noi non capitava mai che dicessi di no.
Ma poi la situazione mi sfugg di mano. Ridacchiando, Hannah corse alla macchina di Bradley e sal sul sedile del passeggero. Bradley in un batter d'occhio si mise al volante. Io urlai ma nessuno mi sent, perch l'auto aveva due tubi di scappamento e lui stava facendo salire di giri il motore. Part a razzo in direzione di Frampton e io mi sentii lo stomaco sprofondare a terra.
Hannah! urlai. Corsi verso la nostra macchina, seguita da Alex.
Merda! ansim spaventata. Sono spariti!
Le feci agganciare la cintura di sicurezza. Le intimai di non dire parolacce. E mi misi a pregare.
Cos siamo partite, dissi fermandomi sulla passerella.
Eddie invece di guardarmi si volt a fissare l'oceano con le mani in tasca.
Tu eri in paese perch eri andato a camminare lungo Broad Ride, dissi, vero? Il giorno che ci siamo conosciuti. Ci siamo trovati l esattamente per lo stesso motivo.
Annu.
Era la prima volta che ci andavo per l'anniversario della morte. Eddie aveva una voce tesa, saldamente controllata per impedire il crollo. Di solito passavo la giornata con mia madre, che sfogliava gli album delle vecchie foto e piangeva. Ma quel giorno... non ce l'ho fatta. Volevo stare fuori, al sole, a pensare cose belle di mia sorella.
Ero stata io. Io con la mia debolezza, la mia mostruosa stupidit.
Io ci vado sempre, il 2 giugno, gli spiegai. Avrei voluto avvolgermi attorno a lui, assorbire il suo dolore. Vado l e non sulla strada, perch Broad Ride quel pomeriggio era il loro regno. Avevano lo smalto per le unghie e le loro riviste, non avevano pensieri.  per ricordare questo che torno ogni anno.
Eddie mi lanci un'occhiata. Quali riviste, ti ricordi? Che smalto era? Che cosa mangiavano?
La rivista era Mizz, dissi piano. Mi ricordavo ogni cosa. Per tutta la mia vita adulta avevo ripercorso mentalmente quella giornata. Avevano preso un mio smalto che avevo trovato in un altro giornale; si chiamava Sugar Bliss. Avevamo preso gli hot-dog di soia di Linda McCartney, perch in quel periodo volevano diventare vegetariane. Patatine al gusto cipolla e formaggio e una vaschetta di macedonia. Solo Alex si era portata delle caramelle.
Me lo ricordavo come se fosse ieri; le vespe che ronzavano sopra la frutta, gli occhiali da sole nuovi di Hannah, le sfumature di verde tutt'intorno.
Skittles, disse Eddie. Scommetto che aveva portato le Skittles. Erano le sue preferite.
 vero. Non riuscivo a guardarlo in faccia. Le Skittles.
Li raggiunsi sulla strada principale. Bradley voleva girare a destra, verso Stroud, ma una successione di macchine ferme dietro a un trattore glielo impediva.
Stai calma, mi dissi mentre scendevo dall'auto e correvo verso Hannah. Falla scendere e butta tutto sullo scherzo. Basta solo che...
Ma Bradley mi vide e svolt rapidamente a sinistra facendo ruggire il motore. Io corsi di nuovo al volante.
Puoi accelerare se vuoi, disse Alex. Vai pi veloce, per me va bene.
No. Lui rallenter per aspettarmi, e poi mi sfider. Lo conosco. Mi pulsava il sangue nelle orecchie. Ti prego, Dio, fa' che non le succeda niente. Fa' che non succeda niente a mia sorella.
Guardai il tachimetro. Novanta all'ora. Rallentai. Poi accelerai. Non ce la facevo pi.
Alex accese la radio. C'era un gruppo di ragazzini americani, gli Hanson, che cantavano una sciocca canzoncina orecchiabile intitolata MMMBop. Da quel momento sentirla mi  diventato insopportabile.
Dopo un intervallo orribilmente breve vidi Bradley che tornava verso di noi sull'altra corsia, a cento, forse centodieci all'ora. Rallenta! urlai facendo lampeggiare i fari. Doveva aver fatto un'inversione a U da qualche parte pi avanti.
Calma! disse Alex scostandosi nervosamente i capelli. Hannah sta bene!
Bradley ci incroci suonando il clacson e poi sgommando port l'auto sulla nostra corsia. Inversione col freno a mano, disse Alex ammirata. Io rallentai fin quasi a fermarmi, guardandoli nello specchietto retrovisore. Smisi quasi di respirare finch non si furono raddrizzati riprendendo la marcia dietro di noi. La vedevo sul sedile del passeggero, pi bassa di una testa rispetto a lui. Ges, una ragazzina.
Hannah guardava dritto davanti a s. Stava cos ferma e zitta solo quando aveva paura.
Come fai a sapere che cos' un'inversione col freno a mano? le chiesi. Guidavo piano, con le quattro frecce accese. Ti prego, fermati. Ridammi mia sorella. Abbassai il finestrino e gli feci freneticamente cenno di accostare.
Me l'ha detto mio fratello, rispose Alex. Lui  all'universit.
Per un attimo mi fece infuriare che al fratello - chiss che idiota - fosse sembrato figo insegnarle una cosa del genere.
Ma poi Bradley acceler di scatto per arrivare a tutta velocit dietro di noi, facendo stridere i freni all'ultimo istante. Mi manc il respiro. Lo fece ancora, pi volte. Io cercavo di fermarmi, ma ogni volta che ci provavo minacciava di superarmi. Allora proseguii, proprio come voleva lui. Non potevo farlo sfrecciare via di nuovo con mia sorella.
Continu cos finch non cominciammo ad avvicinarci all'avvallamento che c' nella strada non lontano dall'incrocio di Sapperton e dal bosco. A quel punto Bradley forse si annoiava, perch, quando raggiunse la mia macchina accelerando, non si ferm. La colp piano, ma abbastanza da gettarmi nel panico. Avevo la patente solo da tre settimane.
Merda, disse Alex, ma a voce pi bassa di prima. Cercava ancora di sembrare disinvolta, ma era chiaro che aveva paura. Le sue dita magre erano aggrappate alla striscia di tessuto grigio della cintura.
Scendemmo nell'avvallamento, con Bradley che lampeggiava e suonava alle mie spalle. E poi - anche se andavamo incontro a una curva cieca - cambi corsia per sorpassare.
Tutto sembrava sospeso come una goccia da un rubinetto, pronta a cadere e infrangersi.
Dalla curva emerse una macchina che ci veniva incontro, come mi aspettavo.
L'auto di Bradley era quasi all'altezza della mia. Non aveva modo di evitare lo scontro.
Mia sorella. Hannah.
A quel punto in me era scattato un meccanismo d'emergenza, avevo detto in seguito alla polizia. Ci che era successo non era frutto di una scelta; era successo e basta.
Il cervello diede istruzione alle braccia di sterzare a sinistra, e la macchina sterz a sinistra.
Se perdi il controllo dell'auto, non puntare mai su un albero, aveva detto pap quando mi insegnava a guidare. Punta a un muretto o a uno steccato. Quelli cederanno, ma un albero no.
E l'albero non cedette quando il lato del passeggero della mia macchina - dov'era seduta la piccola dolcissima Alex Wallace con i lunghi capelli biondi, le Skittles e lo smalto mal messo - and a sbattere con violenza.
L'albero non cedette, ma Alex s.
Mi obbligai a guardare Eddie ma lui aveva ancora lo sguardo lontano, diretto al mare. La sfera lucida di una lacrima scese lentamente sul suo viso e lui la asciug, per poi stringersi le dita alla radice del naso. Ma dopo qualche secondo lasci cadere la mano, e con essa le lacrime. Piangeva, immobile, quell'uomo grosso e gentile, e io sentii pi forte che mai quel disgusto per me stessa, quel disperato impulso a fare qualcosa, a cambiare tutto, e la costernazione di non poterlo fare. Il tempo scorreva e aveva lasciato indietro Alex. Aveva lasciato Eddie a pezzi, e mia sorella incapace di perdonarmi.
Ho passato anni a chiedermi cos'avrei fatto se ti avessi incontrata, disse infine Eddie. Si asciug gli occhi con gli avambracci e si gir a guardarmi. Ti odiavo. Non potevo credere che quel pezzo di merda fosse andato in prigione e tu no.
Annuii, perch anch'io mi odiavo.
Ho chiesto come mai non venivo punita, dissi inutilmente. Ma dicevano sempre che non avevo fatto niente di illegale. Non era guida pericolosa.
Mi ricordo. L'agente che teneva i contatti con la mia famiglia dovette spiegarcelo. La voce di Eddie era piatta. Per mia madre non aveva senso.
Chiusi gli occhi perch sapevo cosa stava per dire.
So solo che hai scelto di salvare tua sorella, e per questo motivo  morta la mia.
Mi strinsi le braccia intorno al corpo. Io non ho fatto quella scelta, mormorai. Le lacrime mi bloccavano il respiro. Non  una scelta che ho fatto consapevolmente, Eddie.
Lui sospir. Forse no. Ma  quello che  successo.
La polizia era venuta in ospedale. La BMW era rubata.
Perch avevo creduto a quello che aveva raccontato Bradley? Perch mai stavo ad ascoltare quello che mi diceva? Un panico nauseante mi aveva invaso al pensiero di tutto quello che gli avevo dato. La mia verginit. Il mio cuore. Il rispetto di me stessa. E ora la vita di una ragazzina. La migliore amica di mia sorella.
Un testimone aveva visto l'uomo alla guida scappare nei campi allontanandosi dall'incidente. Chi era?
Chi era? aveva ripetuto mio padre, confuso. Era seduto accanto al mio letto tenendomi la mano. La mamma stava dall'altra parte, uno scudo umano tra la polizia e sua figlia. Chi era, Sarah?
Il mio ragazzo. Bradley.
Cosa? Pap era sempre pi perplesso. Hai un ragazzo? Ma da quando? Perch non ce l'hai detto?
Avevo voltato la testa piangendo nel cuscino, perch ormai era tutto chiaro. Bradley era una persona ignobile - lo era sempre stato - e in fondo io, al di l dell'opaco stato di insicurezza adolescenziale, l'avevo sempre saputo.
Le mie azioni avevano salvato mia sorella dalla morte, ma non avevano impedito che si facesse molto male. Bradley si era buttato nello spazio che avevo aperto, facendo sbattere l'auto rubata contro il baule della mia, dal lato di Hannah. Aveva subto due interventi in due giorni. Era in ospedale al piano sopra il mio con un trauma cranico, ferite varie e, per la prima volta nei suoi dodici anni, ridotta al silenzio.
Bradley non si trovava. Provate da Greggsy, suggerii, e di l a poco fu arrestato.
Dopo che fui dimessa rimasi accanto al letto di Hannah per due settimane. Non andavo a scuola; quasi non andavo neppure a casa. Non ricordo nulla a parte il sommesso bip dei macchinari e il brusio di un affollato reparto pediatrico. La paura quando uno dei monitor di Hannah faceva un rumore strano; il senso di colpa come una fiamma ossidrica nel petto. Lei dormiva quasi sempre; a volte piangeva e mi diceva che mi odiava.
La polizia insisteva che contro di me non c'erano accuse, nonostante la determinazione della famiglia di Alex a colpevolizzarmi. Il senso di colpa si intensific. Testimoniai contro Bradley al tribunale di Gloucester e venni ammonita perch avevo implorato il giudice di processare anche me.
Non conoscevo la famiglia di Alex. Erano sempre mamma e pap a portarla avanti e indietro da casa nostra perch - diceva mia madre - a volte la mamma di Alex  un po' in difficolt. Dopo l'incidente aveva avuto un totale crollo psichico, sentii dire in tribunale. Non solo, ma, dato che era single fin da quando Alex era piccola, il figlio maggiore aveva dovuto lasciare l'universit per occuparsi di lei. Nessuno dei due era venuto in aula.
A un certo punto una persona della giuria mi guard. Era una donna circa dell'et di mia madre, che poteva immaginare cosa significasse perdere un figlio. Mi fiss con una faccia che diceva:  anche colpa tua, brutta strega.  anche colpa tua.
Carole Wallace riusc a telefonarci tre volte prima che le infermiere di psichiatria si accorgessero che non stava chiamando il figlio e le revocassero l'accesso al telefono. Ero un'assassina, disse, una volta a pap e due volte alla segreteria telefonica. I vicini smisero di invitare a cena i miei, e di chiacchierare quando passavano da casa nostra. Non davano la colpa a me, almeno non credo; solo che non sapevano cosa dirci.
Hannah si rifiutava di mettersi a tavola con me. Al supermercato la gente fissava i miei genitori. La foto di Alex era sempre sui giornali locali. Tornai a scuola, ma nel giro di qualche ora capii che ero finita. La gente mormorava. Claire disse che avrebbero dovuto condannarmi per omicidio colposo. Mandy non mi rivolgeva nemmeno la parola, perch avevo mandato la polizia dal cugino di Greggsy. Anche certi insegnanti non riuscivano a guardarmi negli occhi.
Quella sera mamma e pap mi presero da parte per dirmi che volevano mettere in vendita la casa. Che ne pensavo di traslocare nel Leicestershire? La mamma era cresciuta l. Ci farebbe bene ricominciare in un posto nuovo, no? chiese con il viso quasi trasparente per l'ansia e lo sfinimento. Troveremo una scuola dove darai gli esami finali.
La mamma era un'insegnante. Sapeva che era impossibile. Fu solo allora che mi resi conto di quanto ci stesse male.
Andai di sopra a telefonare a Tommy, e il giorno dopo partii per Los Angeles.
Me ne andai perch la famiglia di Alex potesse elaborare il lutto senza rischiare di incontrarmi mai pi. Me ne andai perch i miei genitori non dovessero traslocare e potessero ricominciare senza l'ombra della figlia a incombere su tutto. Me ne andai per trovare rifugio in un posto dove nessuno sapesse ci che avevo fatto, dove non sarei stata quella ragazza.
Ma soprattutto andai a Los Angeles per diventare la donna che avrei voluto essere il giorno che avevo conosciuto Bradley. Forte, sicura di s, senza paura di niente. Senza mai, mai, mai la paura di dire no.
Io e Eddie stavamo ormai arrivando a Venice e la passerella costeggiava negozi e bancarelle che proponevano articoli da regalo e tatuaggi all'henn. Da un altoparlante rimbombava della musica; alcuni senzatetto dormivano sotto le palme. Diedi qualche dollaro a un uomo con uno zaino pieno di toppe. Eddie mi rivolse uno sguardo vuoto. Ho bisogno di sedermi, disse. Devo mangiare qualcosa.
Ci sedemmo fuori da un bar dove attirammo l'attenzione di una matta con un pappagallo e di un fisarmonicista ambulante. Eddie non aveva risposte alle domande della donna e guard senza espressione il musicista che ruotava intorno a noi.
Se vuoi ti porto ad Abbot Kinney, dissi. Non  lontano ed  un po' pi raffinato, se qui  troppo caotico per te.
Reuben adorava Abbot Kinney.
No, grazie, disse Eddie. Per un attimo parve quasi intenzionato a sorridere. E da quando io sarei raffinato?
Mi strinsi nelle spalle, imbarazzata. In realt non ho mai potuto scoprirlo.
Mi lanci uno sguardo obliquo e mi sembr di intravvedere un briciolo di calore. Mi pare che ci siamo presi bene le misure a vicenda.
Ti amo, pensai. Ti amo, Eddie, e non so cosa fare.
Portarono il suo muffin. Immaginai la vita che si stendeva davanti a me senza Eddie David, e il panico mi fece girare la testa. Poi immaginai lui, tanti anni prima, che immaginava la propria vita futura senza la sorella.
Mangi il muffin in silenzio.
La nostra attivit, dissi infine,  stata creata pensando ad Alex.
Lo supponevo.
Ad Alex e Hannah. Mi tormentai una pellicina. Hannah adesso ha dei figli. Ho visto le foto. All'inizio mandavo sempre dei regali di compleanno, ma poi lei, tramite mamma e pap, mi ha chiesto di smettere. I miei ci soffrono tantissimo. Hanno tentato di tutto per riconciliarci. Pensavano che alla fine si sarebbe ricreduta. Magari l'avrebbe fatto, se fossi rimasta in Inghilterra... Non so. Era una bambina molto ostinata. Immagino che anche da adulta sia rimasta cos.
Eddie spazi con lo sguardo sulla spiaggia. Non sottovalutare l'influenza che avr avuto mia madre su di lei. Non ha mai smesso di odiarti. In certi periodi era l'unica cosa che la faceva andare avanti.
Cercai di non immaginare la casa della madre di Eddie, le pareti che trattenevano l'antica rabbia come macchie di nicotina. Cercai di non immaginare mia sorella insieme a Carole Wallace; le parole che avevano usato; il t che avevano bevuto. Anche se, stranamente, persino in quel quadro si poteva trovare un po' di conforto, nella possibilit che il ripudio totale di mia sorella nei miei confronti fosse stato in parte istigato da un'altra persona.
Credi che possa aver contribuito? domandai girandomi verso di lui. Il mio disperato bisogno di crederlo era palpabile. Tua madre pu averla messa contro di me in tutti questi anni?
Eddie si strinse nelle spalle. Non conosco molto bene tua sorella, ma conosco mia madre. Anch'io forse avrei reagito diversamente se non fossi stato a sentire lei per tutti questi anni.
Sembrava che volesse dire qualcos'altro ma poi chiuse le labbra.
Dopo quel fatto non riuscivo pi a stare vicino ai bambini, dissi. Ho sempre rifiutato di fare la babysitter, e anche in corsia con Reuben ci andavo quando era proprio indispensabile. Esitai un attimo. Ho persino rifiutato di avere un figlio con lui. Mi ha convinto ad andare in terapia, ma neppure quello mi ha fatto cambiare idea. Quando vedevo un bambino vedevo tua sorella. Quindi me ne sono tenuta alla larga.  stato pi facile.
Eddie fin di mangiare il muffin e pos la fronte sulla mano. Poi disse: Vorrei che quando ci siamo conosciuti avessi usato il tuo nome da nubile. Vorrei che avessi detto: 'Sono Sarah Harrington'.
Mi strappai la pellicina, lasciando una striscia rosa che pungeva. Non riprender quel nome, neppure dopo il divorzio. Non voglio mai pi essere Sarah Harrington.
Eddie schiacci col dito le briciole rimaste sul piatto. Ci avrebbe risparmiato molto dolore.
Annuii.
E i tuoi non dovevano trasferirsi? Sul loro cancello c' stato il cartello VENDUTO per settimane.
Lo so. Ma intanto ero andata a Los Angeles, e il problema ero io. Il compratore si tir indietro e loro decisero di restare. Credo che a quel punto fosse abbastanza chiaro che non sarei tornata.
Ci fu un lungo silenzio.
Posso chiederti perch ti fai chiamare Eddie David? domandai quando divenne insopportabile. Il tuo cognome non dovrebbe essere Wallace?
David  il mio secondo nome. Ho cominciato a usarlo dopo l'incidente. In quel periodo tutti mi riconoscevano e c'era una sorta di... solidariet soffocante quando la gente capiva chi ero. Era pi facile essere Eddie David. Non lo conosceva nessuno. Proprio come nessuno conosceva Sarah Mackey. Dopo un attimo si gir verso di me, ma il suo sguardo venne di nuovo sviato come acqua che corre verso il mare. Vorrei tanto aver capito chi eri prima che fosse troppo tardi. Non riesco ancora a credere di non aver fatto due pi due. Si gratt la testa. Lo sai che l'hanno fatto uscire dopo cinque anni?
Annuii. Si  trasferito a Portsmouth, ho saputo.
Eddie non disse nulla.
 stata la mia pagina Facebook, vero? dissi. Hai visto un post di Tommy che mi chiamava Harrington.
L'ho visto venti secondi dopo che eri uscita. E per un minuto circa, prima di assorbire lo shock, ho pensato solo: No. Fai finta di non averlo visto. Fallo sparire, perch non puoi non stare con lei.  stata solo una settimana, ma... Arross. Lei  tutto. Questo ho pensato.
Restammo seduti a lungo in silenzio. A me batteva fortissimo il cuore. Eddie aveva ancora le guance rosate.
Poi mi raccont di sua madre, della depressione che era esplosa dopo la morte di Alex degenerando in problemi di salute mentale da cui non si era mai ripresa veramente. Mi disse che dopo aver superato il momento peggiore si era trasferita a Sapperton per stare vicina alla figlia morta. Rendendosi conto che era troppo vulnerabile per sopravvivere da sola, Eddie aveva abbandonato ogni speranza di tornare all'universit e per un po' era andato a stare da lei. Aveva convinto Frank, il proprietario delle pecore, ad affittargli un fienile cadente ai margini di Siccaridge Wood, che lentamente aveva trasformato in un laboratorio, e poi, quando aveva potuto lasciare la madre, in casa sua.
I soldi ce li ha messi mio padre. Quella era la sua soluzione per tutto, da quando ci aveva lasciati. Dopo il funerale non riusciva a telefonare o a venire a trovarci, invece mandare soldi gli stava bene. Perci ho deciso che a me stava bene spenderli.
Mi raccont del giorno in cui aveva scoperto chi ero: mentre mi inquadrava come Sarah Harrington, la ragazza che aveva ucciso sua sorella, gli era crollato il mondo addosso. Aveva annullato la vacanza in Spagna e sospeso gli impegni di lavoro. Un giorno era andato a trovare sua madre e, vedendola stordita dai farmaci, l'aveva guardata dormire sopraffatto dal senso di colpa.
Se scoprisse di noi due sarebbe una catastrofe, disse a bassa voce. Come se non fosse gi una catastrofe cos. Sono caduto in una specie di buco nero. Non ho pi guardato Facebook, l'email n niente. Mi sono tagliato fuori. Andavo a camminare e non facevo che pensare e parlare da solo. Fece scrocchiare le nocche delle dita. Fino a quando non  venuto il mio amico Alan a controllare se stessi bene, e mi ha detto che ti eri fatta viva. Sospir. Avrei dovuto risponderti. Scusami. Avevi ragione; non  il modo di trattare le persone. Ho provato tante volte a scriverti, ma a parlarti non mi fidavo.
Cercai di non immaginare cosa avrebbe potuto dire.
Ma ero contento che mi raccontassi la storia della tua vita in quei messaggi. Li aspettavo. E li rileggevo in continuazione.
Mandai gi, cercando di non dare troppo significato a quelle parole. Mi hai mai telefonato? provai a chiedere.
Scosse il capo.
Sei sicuro? Ho ricevuto... delle telefonate anonime. E poi un messaggio che mi diceva di stare alla larga da te.
Aveva l'aria perplessa. Ah s, me l'hai scritto, vero? Scusa, non ci ho fatto caso. Pensavo te lo fossi inventato.
Feci una smorfia.
Non  pi capitato?
No. Per ho pensato... Senti, forse  stata tua madre. Non c' modo che abbia scoperto di noi due? Ho visto una donna sul sentiero del canale, tra casa dei miei e casa tua... E quando sono andata all'evento sportivo di Tommy alla mia vecchia scuola, ho visto una persona con la stessa giacca. Insomma, non posso essere sicura che fosse la stessa donna, ma ne sono convinta. Entrambe le volte mi sono sentita osservata. Forse in modo ostile.
Eddie mise le braccia conserte.  molto strano, disse lentamente. Ma non c' alcuna possibilit che fosse mia madre. Di te non sospetta nulla. E comunque... Si interruppe. Non  capace di cose del genere. Telefonate anonime, pedinamenti... non sarebbe in grado. Si stresserebbe anche solo al pensiero.
E non ti viene in mente nessun altro?
Era sempre pi confuso. No, disse, e gli credevo. Ne ho parlato solo con Alan, che  il mio migliore amico, e sua moglie Gia. Ah, e a Martin della squadra, perch anche lui ha visto il tuo post sulla mia pagina Facebook. Ma gliel'ho detto in confidenza. Si chin in avanti, concentrato. Proprio non saprei, ma di sicuro non era mia madre.
Okay.
Eddie aveva di nuovo un'aria infelice. Premette un dito sul bordo del piatto cos da inclinarlo come un disco volante. Lo fece ruotare a destra e a sinistra.
Perch sei qui, Eddie? mi decisi a chiedergli. Perch sei venuto?
Allora mi guard. Mi guard davvero, e mi sentii lo stomaco in gola.
Sono venuto perch mi hai scritto che tornavi a Los Angeles e sono andato nel panico. Ero ancora arrabbiato, ma non potevo lasciarti uscire dalla mia vita cos. Non prima di averti parlato, di aver sentito cos'avevi da dire. Sapevo che il punto di vista di mia madre non poteva essere l'unico.
Capisco.
Ho prenotato un volo e ho scritto al mio amico Nathan per chiedergli se poteva ospitarmi. Ho chiamato mia zia perch si occupasse di mia madre. Era come osservare un'altra persona. Sapevo che non era una buona idea, ma non ce l'ho fatta. E non ce l'ho fatta nemmeno a fermare te: quando mi hai scritto che partivi, eri gi in aereo.
Arrivato a Los Angeles, per, si era sentito paralizzato. Tre volte aveva cercato di affrontarmi; tre volte il senso di colpa nei confronti della sorella lo aveva rispedito a nascondersi nell'anonimato della citt. Mi afflosciai sulla sedia. Persino parlare con me gli sembrava un tradimento.
Perch non mi hai detto del tuo passato? domand mentre con un cenno chiedevo il conto. Mi hai parlato molto di te. Perch non hai mai accennato a quel fatto?
Prelevai dei contanti dal portafogli. Io non ne parlo e basta. L'ultima persona a cui l'ho detto  stata la mia amica Jenni, diciassette anni fa. Se noi... nel caso... Mi schiarii la gola. Se la nostra storia fosse andata avanti, te l'avrei detto. Stavo per farlo, l'ultima sera. Ma si sono messe in mezzo altre cose.
Eddie si fece pensieroso. Io invece adesso sono abituato a raccontarlo. Spesso sono costretto, per spiegare la situazione di mia madre. Ma quella settimana con te  stata diversa da tutto. Non ero pi Eddie, il figlio di Carole, quello che ha perso la sorella e passa fin troppo tempo appresso alla madre. Ero me stesso. Si infil il telefono in tasca. Per la prima volta da anni non pensavo al passato. Per nulla. Inoltre mia madre era con la sorella perch stavo per andare in Spagna, quindi non dovevo neppure pensare a lei. Si alz rivolgendomi uno strano sorriso. Il che  davvero paradossale, visto con chi ero.
Lasciai un paio di dollari di mancia sul tavolo e scendemmo fino all'acqua. Piccole onde si arricciavano seriche intorno ai nostri piedi per poi ritirarsi nella sconfinata massa azzurra del Pacifico. L'orizzonte bolliva e tremolava indistinto.
Mi infilai una mano in tasca. Topolina. L'accarezzai un'ultima volta col pollice prima di porgerla a Eddie sul palmo della mano.
La osserv per un lungo momento. L'avevo fatta per Alex, disse. Per il suo secondo compleanno.  stata la prima cosa decente che ho scolpito nel legno.
Con tenerezza la prese tenendosela davanti al viso, quasi stesse riprendendo familiarit con la sua forma. Lo immaginai mentre incideva quel pezzettino di legno, magari nel garage del padre, o semplicemente al tavolo della cucina, e mi si spezz il cuore. Un bambino dal viso tondo che faceva un topo giocattolo per la sorellina.
Alex da piccola credeva che Topolina fosse un riccio. Solo che non riusciva neanche a pronunciarlo; veniva fuori 'iccio'. Mi faceva ridere. Cominciai a chiamarla Riccio, e il soprannome rimase. L'agganci di nuovo alle sue chiavi e le rimise in tasca.
Ero a corto di tattiche diversive. Il mare si muoveva avanti e indietro. Nessuno di noi due diceva nulla.
Mentre guardavamo gabbiani reali e piovanelli volare in cerchio sopra una famiglia che faceva un picnic, un'onda ci invest prima che potessimo indietreggiare. I suoi calzoni si bagnarono. La mia gonna si bagn. Ci mettemmo a ridere; lui perse l'equilibrio, per poco non cadde, e per un attimo lo annusai: la sua pelle, i suoi capelli puliti, il suo odore-di-Eddie.
Domani ho il volo di ritorno, disse infine. Sono contento che abbiamo parlato, ma non credo ci sia altro da dire. O da fare.
No! pensai disperata. No! Non puoi rinunciare a noi! Quello che abbiamo  qui! Qui nell'aria che ci divide!
Ma dalla bocca non mi usc nulla, perch non ero io che potevo decidere. Avevo deviato contro un albero la macchina che portava Alex e lei era morta, accanto a me. Il tempo non avrebbe cambiato questo fatto. Niente l'avrebbe mai cambiato.
Eddie mi prese le mani e apr i miei pugni chiusi. Le unghie lasciarono tristi mezzelune bianche sui palmi. Non riusciremmo mai a tornare a com'era appena ci siamo conosciuti, disse passando il pollice sui segni delle unghie come un padre che massaggia il ginocchio sbucciato di un bambino.  finita. Questo lo capisci, vero, Sarah?
Annuii con una faccia che indicava assenso, o forse rassegnazione. Mi lasci andare le mani e guard per un attimo il mare aperto. Poi, senza alcun segno premonitore, si chin a baciarmi.
Mi ci volle un attimo per capire che stava accadendo. Che il suo viso era premuto contro il mio, la sua bocca, il suo calore, il suo respiro, proprio come avevo immaginato centinaia di volte. Per qualche secondo rimasi perfettamente immobile. Ma poi iniziai a baciarlo anch'io, euforica, e lui mi abbracci stretta, come la prima volta. Mi baci pi intensamente e io ricambiai; i gabbiani sopra di noi e i bambini urlanti svanirono.
Ma quando cominciavo a lasciarmi andare completamente, lui si ferm e appoggi il mento sulla mia testa. Sentivo il suo respiro, rapido e irregolare.
Poi disse: Ciao, Sarah. Abbi cura di te.
Le sue braccia mi lasciarono e lui si stacc.
Rimasi immobile a guardarlo andare via. Sempre pi lontano.
Soltanto quando lo vidi risalire sulla passerella dissi ad alta voce la cosa che ero stata incapace di dire fino a quel momento, perfino a me stessa.
Sono incinta, Eddie, dissi, e le mie parole furono portate via dal vento, proprio come volevo.


Capitolo 39.

Mi appoggiai una mano sulla pancia.
Sono incinta. Aspetto un bambino.
Jenni stava raccontando a Javier di un esperto di genetica sloveno che aveva conosciuto il giorno prima nella sala d'attesa dell'ambulatorio di agopuntura. Il marito l'ascoltava attentamente pur tenendo d'occhio la signora che distribuiva gli ordini al bancone. L'ultimo numero che aveva chiamato era l'ottantaquattro. Il nostro talloncino, arricciato fra le dita di Javier, diceva ottantasette.
Immaginavo le cellule che avevano iniziato a moltiplicarsi quasi due mesi fa. Cellule Sarah, cellule Eddie. Cellule Sarah-e-Eddie che a loro volta si moltiplicavano. Stando a Internet, ormai doveva avere le dimensioni di una fragola. Sulla pagina c'era una figura generata al computer che aveva l'aspetto di un bambino minuscolo. L'avevo osservata quasi per ore e avevo provato cose mai provate prima, a cui non sapevo neppure dare un nome.
Sono incinta di nove settimane.
Ma eravamo stati attenti! Ogni volta! E come facevo a essere incinta se ero dimagrita di due chili?
Mi ha detto anche lei che fa fatica a mangiare, aveva spiegato paziente la dottoressa. Con le nausee non  raro che si perda peso.
Nausea. Affaticamento. Ormoni impazziti, avversione per certi cibi, il cervello avvolto in una fitta nebbia. La vera sorpresa, probabilmente, non era tanto che fossi incinta quanto che mi fossero sfuggiti tutti quei segnali.
Quel mattino era arrivato un pacchetto per me. Stavo sdraiata a letto a compilare i documenti assicurativi per l'ecografia, e mi sentivo cos scollegata dalla realt che per un attimo mi ero chiesta sul serio se potesse essere Eddie. Proprio Eddie rannicchiato in uno scatolone, pronto a saltare fuori esclamando: Ho cambiato idea! Certo che voglio stare con te, la donna che ha ucciso mia sorella! Mettiamo su famiglia!
Invece avevo scartato una pecora giocattolo, con gli zoccoletti di cuoio e il mantello di lana, che aveva intorno al collo un biglietto con scritto LUCY nella grafia di Eddie. C'era anche una lettera, in una busta che aveva un odore stranamente fruttato. Ero andata a leggerla fuori.
Nella veranda di Jenni mi ero accoccolata su una poltroncina a fissare la sudicia distesa di condizionatori e di parabole che si stendeva davanti a me. Avevo passato i polpastrelli sui piccoli avvallamenti che la penna di Eddie aveva lasciato dov'era scritto il mio nome. Sapevo che cos'era quella lettera. Era il punto finale messo a una relazione finita diciannove anni fa, prima ancora di cominciare, ma prima di prenderne atto volevo ancora qualche minuto. Qualche altro minuto di prezioso, velenoso oblio.
Per un po' avevo guardato un gatto. Il gatto aveva guardato me. Avevo fatto i lenti, metodici respiri di chi sa che il dramma  finito, e che la sconfitta  definitiva. Quando il gatto si era allontanato sdegnoso con la coda in aria, avevo infilato il pollice nell'apertura della busta.
Cara Sarah,
grazie per la tua sincerit di ieri.  stato un grande conforto sapere che Alex quel giorno era felice.
Vorrei dire che va tutto bene, ma non  cos e non pu esserlo. Per questo motivo credo sia meglio se non restiamo in contatto: essere amici sarebbe troppo strano. Per ti auguro tutto il meglio, Sarah Harrington, e ricorder sempre i giorni che abbiamo passato insieme. Sono stati importanti per me.
Che terribile coincidenza, vero? Tra tutte le persone che ci sono al mondo...
Comunque, volevo mandarti una piccola cosa per farti sorridere. So che  stato tutto molto difficile anche per te.
Sii felice, Sarah, e abbi cura di te,
Eddie
Avevo letto il biglietto tre volte prima di riporlo nella busta.
Sii felice, Sarah, e abbi cura di te.
Avevo appoggiato la testa alla parete della casetta di Jenni e avevo guardato il cielo. Era lattiginoso, sfumato di nuvole color zucchero a velo. In alto era passato uno stormo di uccelli, e ancora pi su un aereo appena decollato.
Non avevo ancora detto a Jenni del bambino. Non ci riuscivo proprio; non ce la facevo a dirle che ero rimasta incinta mentre usavo un contraccettivo, quando lei aveva passato dieci anni a investire ogni sua risorsa emotiva, fisica ed economica nel tentativo di creare una famiglia.
Mentre mi fissavo l'addome, cercando di immaginare la minuscola persona che stava crescendo dentro, nel cuore avevo avvertito una sensazione strana, come una compressione. Era felicit o panico? Adesso il bambino aveva il cuore, mi aveva spiegato la dottoressa. Nonostante l'alimentazione scarsa, il vino e lo stress che gli avevo imposto. Aveva il suo cuoricino che batteva al doppio della velocit del mio, e l'indomani pomeriggio l'avrei visto su un monitor.
Avevo riportato lo sguardo al cielo. Lui era gi lass? O aspettava di imbarcarsi al gate? Avevo fatto per alzarmi. Dovevo andare all'aeroporto. Trovarlo. Fermarlo. Per amore di questo bambino dovevo fargli cambiare idea, convincerlo che io...
Che io cosa? Che non ero Sarah Harrington? Che quel giorno non avevo portato sua sorella a schiantarsi contro un albero?
Ero rimasta seduta a tamburellare nervosamente le dita finch Javier non aveva fatto uscire Frappuccino e il cane non mi aveva fatto la pip su una gamba. Ero scoppiata a ridere e poi a piangere, chiedendomi come avrei fatto ad avere un figlio quando avevo passato tutta la vita a tenere le distanze dai bambini. Come avrei fatto a mettere al mondo una creatura sapendo che suo padre non voleva avere niente a che fare con me. Eppure ero certa che era gi troppo tardi per fare marcia indietro. Che desideravo quel bambino in un modo che non riuscivo neppure a comprendere.
Ero andata avanti cos tutta la mattina. Jenni, quando era riuscita ad alzarsi, aveva tentato di occuparsi di me, ma non aveva energie. Avevamo passato due ore insieme in un cupo silenzio.
Quando non era pi riuscito a sopportare quell'atmosfera, Javier aveva proposto di andare tutti al Neptune's Net a Malibu - un locale di motociclisti - a mangiare il pesce fritto. Era la sua soluzione a tutti i problemi gravi. Mentre guidava risalendo la costa stava incurvato sul volante, non so se per portarci rapidamente a consolarci col cibo o per difendersi dall'intrico di sentimenti che lo circondava.
E ora eccoci pressati nel spar di quel ristorante affollatissimo. Tutti i tavoli erano occupati e l'ingresso era pieno di gente che aspettava di sedersi. Noi, gi seduti, li ignoravamo. Loro, in piedi, ci fissavano con determinazione. La musica era soffocata dal rombo assordante delle voci, dalle Harley-Davidson che ruggivano all'esterno e dallo sfrigolio furibondo del pescato del giorno che cadeva nell'olio bollente. Era la cosa pi lontana dalla tranquillit che si potesse immaginare, ma a noi andava bene cos.
Ottantasette! grid la signora al bancone, e Javier salt in piedi esclamando, con voce roca per il sollievo: S, s!
Jenni ben raramente faceva notare la mancanza di tatto del marito, ma in quel momento, a mio beneficio, si concesse di alzare gli occhi al cielo. Poi mi rivolse uno dei suoi sguardi penetranti e mi chiese cosa avevo intenzione di fare riguardo a Eddie.
Niente, risposi. Non c' niente che posso fare, Jenni. Lo sai tu, lo so io. Lo sa persino Javier.
Lui torn piazzando in silenzio tra me e lei un cestino di frutti di mare, una Sprite e una Mountain Dew. Poi, esalando un basso ma percepibilissimo sospiro di sollievo, si dedic al suo piatto di tacos ai gamberi, calamari fritti e patatine piccanti al formaggio, sapendo che sarebbe passato un po' prima che venisse interpellato.
Non ha lasciato nessuno spiraglio? Neppure un briciolo di speranza?
No, nessuna speranza, dissi. Senti, Jenni, lo dir un'ultima volta. Immagina che fosse Nancy, tua sorella. Immagina che un uomo abbia causato la morte di Nancy sterzando contro un albero. Prenderesti mai in considerazione di innamorarti di lui? Seriamente?
Jenni appoggi le posate, sconfitta.
Novantaquattro! url la donna al bancone.
Io infilzai una capasanta con la forchetta.
E poi all'improvviso mi chiesi: Mi fa bene mangiare questa roba?
Ero sicura di aver visto delle amiche incinte evitare i molluschi. Guardai il pranzo che avevo davanti. Crostacei, molluschi e una bibita piena di caffeina. Non avrei dovuto evitare anche quella? Ancora una volta, le placche tettoniche della vita mi si spostarono sotto i piedi.
Sono incinta di nove settimane.
Dai, disse abbattuta Jenni, prendi un po' di capesante prima che le mangi tutte io. Ho voglia di gozzovigliare.
Io rifiutai.
Ma le adori, le capesante.
Lo so... per oggi non mi attirano.
Sul serio? Be', almeno prendi un po' di salsa erborinata per le patatine. C' del formaggio vero,  proprio buona.
Prendila tu, a me va bene il ketchup.
Jenni rise. Sarah Mackey, tu detesti il ketchup. Niente capesante, niente formaggio erborinato... neanche fossi incinta! Senti, tesoro, per piacere, non ridurti alla fame. Non servir a niente, e poi la vita senza cibo  proprio una schifezza.
Io risi un po' troppo forte. Presi una capasanta per dimostrare che stavo bene, e che certamente non ero incinta, ma non riuscii a mangiarla. Avevo dentro di me un bambino grande come una fragola, un bambino che non avevo programmato e non avevo chiesto, eppure non riuscii a mangiare quella stupida capasanta. Il viso di Jenni si oscur.
Non badarci, dissi con la voce irrigidita da un'allegria forzata. Javier alz gli occhi dal suo piatto. Oggi il mio appetito fa i capricci.
Sarebbe proprio paradossale, vero? osserv Jenni. Se tu fossi incinta.
Ah! Te l'immagini?
Lei riprese a mangiare, ma dopo qualche secondo mi guard di nuovo. Cio, non lo sei, vero?
Ma no che...
Non ci riuscivo. Non potevo mentirle. Mi limitai a tacere.
Jenni appoggi la forchetta sul tavolo. Sarah? Non sei incinta, vero?
Mi sentivo ardere le guance. Guardai in basso, attorno, ovunque tranne che verso Jenni.
Non sar per questo che... non sar per questo che stavi male? Il dottore...?
Javier mi fissava. Non ti azzardare, diceva il suo viso. Non ti azzardare.
Mentre Jenni mi guardava, i suoi occhi cominciarono a riempirsi di lacrime. Perch non dici niente? Perch non mi rispondi?
Chiusi le palpebre. Jenni, dissi. Oddio, Jenni, io...
Lei port una mano alla bocca. Mi fissava esterrefatta, e le lacrime traboccarono. Non  possibile... non puoi essere... Oh Ges. Sarah.
Javier pass un braccio attorno alle spalle di sua moglie in un gesto protettivo. Dopo un profondo respiro mi guard, e sulla sua faccia scorsi la prima emozione esplicita che ci avessi visto in quindici anni: una rabbia furibonda.
Jenni, dissi piano. Senti, cara. Quando sono andata dalla dottoressa, ha detto... mi ha fatto fare qualche esame e ha detto... Jenni, mi spiace tanto...
Avrai un bambino.
Io... s. Non riesco a dirti quanto mi dispiace.
Nel silenzio perfetto del nostro tavolo, il mio telefono cominci a squillare.
Eddie? bisbigli Jenni, perch anche quando la sua amica la prendeva a pugni in faccia, non riusciva a tirarsi indietro.
Non lo so. Ho cancellato il suo numero. Ma  un cellulare inglese.
Rispondi, disse in tono piatto. Rispondi e basta. Dopotutto  il padre del tuo bambino.
Mentre raggiungevo l'affollato ingresso del ristorante con il telefono in mano, mi venne in mente di girarmi per vedere la faccia di Jenni un'ultima volta. Un'ultima volta prima di cosa?
Mi voltai senza capire bene il perch, ma una donna enorme si stava infilando in un spar e Jenni restava nascosta.
Allora proseguii facendomi largo tra i motociclisti all'esterno del locale. Avanzai tra la gente e le moto per raggiungere la strada. Mi chiedevo se Jenni avrebbe mai superato questo momento. Se la nostra amicizia avrebbe retto.
Risposi fiaccamente alla telefonata.
Ci fu un ritardo di alcuni secondi mentre una voce viaggiava sui cavi nelle profondit dell'Atlantico.
Sarah?
S.
Dopo un attimo la voce disse: Sono Hannah.
Hannah?
S... Hannah Harrington.
Tesi un braccio per non perdere l'equilibrio, ma non c'era nulla a cui appoggiarmi. Allora mi aggrappai al telefono con entrambe le mani, perch era l'unica cosa solida che avessi.
Hannah?
S.
Mia sorella Hannah?
S. Un attimo di silenzio. Lo so che  una sorpresa.
La tua voce, mormorai. La tua voce. Mi afferrai pi forte al telefono.
Lei disse qualcosa che fu soverchiato da un'invasione di motociclette dai motori potenti nel parcheggio.
Scusa? Cos'hai detto?
Mi senti adesso? Sto praticamente urlando... I biker, trovato parcheggio, stavano fermi a mandare su di giri i motori senza motivo. Mi mont nel petto una furia incontenibile. Silenzio! urlai. Per favore, smettetela!
Dall'altra parte della strada, un sentiero dall'aria tranquilla conduceva pi o meno in direzione del mare. Devo attraversare, pensai esasperata, con le macchine che rombavano sulla strada davanti a me e le moto che ruggivano alle mie spalle. Devo attraversare subito.
Sei ancora l? la sentii dire.
S! Tu mi senti?
Poco. Che cosa diavolo succede?
Sapevo che aspetto aveva Hannah: una volta mamma e pap mi mandavano delle fotografie, prima che per me diventasse troppo doloroso anche solo guardarle. Era quasi impossibile immaginare che la donna delle foto fosse la stessa che mi stava parlando. Quella con il marito dai capelli ricci, i due bambini e il cane. La mia sorellina.
Senti, Hannah, fammi attraversare la strada. Sono in un locale di biker; c' un sacco di rumore, ma se mi sposto...
Cosa, sei una biker? Si sentiva l'ombra di un sorriso nella sua voce.
Ma no.  che... Aspetta, fammi solo attraversare la strada. Per favore, resta in linea... Nel traffico diretto a sud si apr un varco. In maniera inspiegabile, non mi girai a controllare la corsia diretta a nord. Mi misi a correre e basta. Verso il mare, verso Hannah.
Non sentii nulla; non vidi nulla. N l'incombere letale di un camion che viaggiava ad alta velocit, n lo stridore dei freni e le grida di panico dal ristorante. Non sentii la mia stessa voce che emetteva un urlo gutturale e poi cadeva bruscamente nel silenzio, come un'ambulanza che spegne la sirena perch non serve pi, e non sentii il lamento che usciva dalla bocca di Jenni mentre si apriva a forza un varco per uscire dal locale.
Non sentii nulla.


PARTE TERZA.


Capitolo 40.

Eddie
Ciao.
Sono le 3,37 del mattino, quasi diciotto ore dopo il mio atterraggio a Heathrow.
Non c'era nessuno ad aspettarmi, ovviamente, perch l'unica persona a sapere che tornavo oggi era la mamma. Ho finto indifferenza mentre osservavo il mare di cartelli di benvenuto che non avevano il mio nome. Ho fischiettato una canzone di Bowie.
Mentre raggiungevo il parcheggio ho telefonato alla mamma. Per ragioni oscure, questa volta sembra aver patito particolarmente la mia assenza. Forse  stata la distanza a turbarla. Di certo non  la prima volta che vado via per due settimane. Comunque mi ha detto che era stata sveglia tutta la notte per la paura che il mio aereo si schiantasse.  stato terribile, diceva. Sono cos stanca che riesco appena a parlare. Ma dev'essersi ripresa immediatamente, perch ha passato dieci minuti a lamentarsi delle cose che sua sorella non aveva fatto in mia assenza. Ancora non ha portato via i contenitori del riciclo. Li ha lasciati l vicino al cancello! Non sopporto neanche di guardare fuori dalla finestra. Eddie, non  che potresti fare un salto qui mentre torni a casa?
Povera zia Margaret.
Pare che alla mamma sia quasi venuto un attacco di panico quando la zia stava per portarla all'appuntamento dallo psichiatra, perci dovr accompagnarla io la settimana prossima. Ha detto che non se la sentiva di affrontare macchine, ospedali, persone, senza di me.  stata una conversazione solcata dai sensi di colpa. Miei, perch me ne sono andato cos - anche se la mamma mi dice sempre che devo fare la mia vita - e suoi, perch sa cosa succede quando lo faccio.
Ho preso la Land Rover e ho imboccato l'autostrada per tornare nel Gloucestershire, a Sapperton, a questa vita. Per un po' ho ascoltato la radio, perch mi impediva di pensare a Sarah. Mi sono fermato alla stazione di servizio di Membury per mangiare qualcosa.
Poi, mentre percorrevo Cirencester Road,  successa una cosa strana: non ho rallentato all'incrocio per Sapperton. Non ho nemmeno messo la freccia; sono passato oltre. Ho continuato fino allo svincolo per Frampton, ma non ho svoltato neppure l. Mi sono trovato a guidare verso Minchinhampton Common. Ho parcheggiato, ho preso un gelato, ho fatto un giro per Amberley e poi mi sono fermato al Black Horse. Ho preso una bibita e sono rimasto l per due ore, con lo sguardo fisso sulla valle di Woodchester.
Non so bene cosa mi passasse per la testa. Sapevo solo che non potevo andare dalla mamma.
A quel punto mi aveva mandato messaggi e chiamato pi volte, preoccupata che avessi avuto un incidente in autostrada. Perci le ho detto che ero stato trattenuto mentre sbrigavo una commissione, pi perch non sapevo spiegarmi che per nasconderle qualcosa. Alle quattro circa sono ripassato dall'incrocio di Tom Long's Post, e l la cosa  diventata preoccupante, perch, invece di girare a destra verso Sapperton, mi sono trovato a girare a sinistra verso Stroud.
Sono andato a bere una birra al Golden Fleece e poi sono passato a trovare Alan e sua moglie Gia. Loro sono straordinari, mi sono stati veramente vicini. Mi hanno fatto restare mentre la bambina cenava e mi hanno detto che ho fatto la cosa giusta ad allontanarmi da Sarah. Non avevano idea che mi stessi nascondendo da mia madre.
Lily non voleva andare a dormire e stava in braccio a me a disegnare sirene. Da quando ho conosciuto Sarah mi fa uno strano effetto stare con Lily, come un senso di tristezza mescolato all'affetto che sento per la figlia del mio migliore amico. Sarah ha spezzato in me una specie di sigillo, credo. Dopo anni in cui non ci pensavo neanche, riesco a vedermi con dei figli miei. Lily mi ha disegnato una sirena sulla mano e ho sentito aprirsi dentro di me un solco profondo, come una fenditura sul fondale dell'oceano.
Ho mandato alla mamma un messaggio per dirle che c'era stata un'emergenza da Alan e non riuscivo a passare da lei, ma ci sarei andato l'indomani mattina. Non  stata contenta ma l'ha accettato.
Quando finalmente ho aperto la porta di casa: sollievo, disperazione. Amo questo posto, ma mi ricorda la realt dei fatti. A un osservatore esterno, il mio fienile parla della bella vita. Bicchieri di Picpoul mentre il sole tramonta dietro gli alberi. Cena con ortaggi selvatici mentre gli uccelli tornano al nido. Purissima acqua delle Cotswolds estratta fresca dal pozzo.
Loro non sanno che qui sono in trappola. Anche se raccontassi com' la mamma, non mi crederebbero.
Mi sono messo a pulire un po' il laboratorio e a organizzare il programma per domani. Non mi sono preparato la cena. Entrando in cucina sono stato assalito dai ricordi dei momenti passati l con Sarah a mangiare, a parlare e a ridere, lasciando galoppare la mente nel futuro. Non potevo sopportare di cucinare da solo, in silenzio. Ho mangiato un po' di Bombay mix e sono andato a letto.
Mi sono sdraiato sotto i lucernari con le stelle che ruotavano lente nel cielo, congratulandomi con me stesso per la forza di volont. Ben fatto. Non  stato facile, ma dovevi.
Eppure, pi aspettavo il sonno e meno ne ero convinto.
Per un po' mi sono alzato e ho provato a guardare la televisione, per distrarmi. Ma trovavo solo notizie di un terribile incidente sulla M25 con diverse vittime e feriti gravi, e subito ho sentito una voce in testa che mi chiedeva cos'avrei provato se Sarah fosse morta. E se ti chiamassero per dirti che  stata vittima di un incidente in autostrada? diceva la voce. O coinvolta in una sparatoria? Investita da un camion? Ti sembrerebbe ancora di aver fatto la cosa giusta?
Ho spento il televisore e sono tornato a letto, ma ormai avevo quell'idea in testa. Come un gancio arrugginito nella coscienza, che tirava e strappava. Se Sarah morisse, penseresti ancora di aver fatto la cosa giusta?
 questo il problema, Alex: se dovessi essere sincero, la risposta sarebbe no. Se Sarah morisse, la rimpiangerei per sempre.
In questi vent'anni ho vissuto bene. Sono riuscito a trovare una strada per uscire dal dolore ed entrare nella vita. Ma in tutto questo tempo ho permesso che la mamma fosse pi importante di me, perch mi sembrava di non avere scelta. Quale brava persona non si occuperebbe di sua madre, se avesse bisogno d'aiuto? Ma mentre mi allontanavo da Sarah, sulla spiaggia,  cambiato qualcosa. Scegliere la mamma non mi sembrava giusto. E tuttora non mi sembra giusto.
Sono le 3,58. Prego davvero che il sonno arrivi.
Baci da me


Capitolo 41.

Quell'uomo. Continua a fissarmi, Eddie.
Guardo la mamma, schiacciata sulla sedia con il collo teso in avanti come una tartaruga. Poi guardo l'uomo, poveraccio, un tipo assolutamente enorme, che occupa tre sedie e continua a bere da una bottiglia grande di Diet Coke. Sopra la sua testa un moscone batte continuamente contro la finestra come un bambino che racconta a ripetizione la stessa barzelletta perch ha fatto ridere qualcuno mezz'ora prima.
Lo osservo per un po', ma non guarda la mamma. Sta leggendo un volantino del servizio sanitario intitolato Parliamo.
Non ti fissa, mormoro. Ma possiamo andare a sederci l, se preferisci.
Le indico una fila di sedie verdi che d le spalle a quell'uomo perfettamente innocente, ma so che non accetter. In fondo alla fila c' una donna con un bambino piccolo in un passeggino, e la mamma in questo periodo non sopporta i bambini. Il mese scorso, nell'ambulatorio del suo medico, si  chiusa nel bagno perch in sala d'aspetto c'era un bambino che le offriva dei Duplo.
Preferisco stare qui, dice infatti. Scusa, Eddie, non voglio creare problemi, ma puoi tenerlo d'occhio?
Annuisco chiudendo le palpebre. Fa troppo caldo qui dentro. Non c'entra con l'estate;  quel calore soffocante delle sale d'aspetto, creato da respiri ansiosi e corpi costretti a stare fermi.
Ti manca la spiaggia? dice la mamma. Ha quel tono che usa quando ha paura di avermi infastidito. Pi leggero del normale, benevolo. Santa Monica?
Ah, no, in realt no. Ti ho raccontato com'?
Lei annuisce e i suoi occhi saettano verso l'uomo della Diet Coke prima di tornare alla mia faccia. Dev'essere bellissima, aggiunge, e mi chiedo quale bugia le avr raccontato, sotto l'effetto del jet-lag, a proposito di quella giornata in spiaggia. Non sopporto di mentirle.  difficile non pensare che la vita abbia tradito mia madre, perci sto malissimo quando lo faccio anch'io. Anche se  per il suo bene.
Lei si volta e i miei pensieri ritornano al corteo funebre che ho visto prima, diretto verso Frampton Mansell. Il carro era pieno di fiori di campo che ricadevano sui fianchi della bara come sulle rive di un fiume. Era seguito da tre auto nere vuote. Dev'essere una persona giovane, ho pensato. Di rado gli anziani hanno tanti parenti. Mi sono chiesto chi attendeva quelle auto. Quale famiglia disperata era radunata in una casa poco lontana a finire il caff, a sistemarsi gli scomodi abiti scuri e a chiedersi ancora una volta: Perch proprio a noi?
Al passaggio del corteo ho dato un'occhiata a mia madre nella speranza che non la turbasse.
Le ho visto una brutta espressione in faccia. Sembrano diretti a Frampton Mansell, ha osservato quasi compiaciuta. Sprezzante, addirittura. Speriamo che sia morta quella ragazza. Sarah. Poi mi ha guardato, come se si aspettasse di trovarmi d'accordo.
Per diversi minuti non sono riuscito a dire niente. Mi sono messo a respirare dalla bocca, una sorta di reazione d'emergenza spontanea che ricordavo bene dalle settimane subito dopo la morte di Alex. Mi sentivo male. Fisicamente male, una morsa intorno al petto. Ho cercato con tutte le mie forze di seppellire quello che aveva appena detto, ma non ci riuscivo.
Non c'era da meravigliarsi che Sarah si fosse trasferita dall'altra parte del mondo, ho pensato. Come avrebbe mai potuto sopravvivere qui?
Il moscone alla finestra si zittisce per un attimo e adesso penso a quanto piacerebbero a Sarah dei fiori di campo a un funerale. Durante la nostra settimana insieme ne coglieva interi mazzi da portare in casa. Aveva riempito quasi tutte le tazze che avevo. C' niente di pi bello? diceva guardandoli con un sorriso.
Tu, pensavo io. Tu sei la cosa pi bella che sia mai entrata in questa casa.
A parte il mio amico Baz, che lavora al museo di storia naturale di Bristol, Sarah  l'unica persona della mia et che conosco a sapere tante cose sulla natura. Mi ricordo la sua voce eccitata quando la interrogavo sul libro degli uccelli: Picchio muratore! Saltimpalo! E poi la sua risata, meravigliosamente sensuale e piena di vita.
Dio, come fa male.
Mi giro a guardare la mamma per trovare conferma che Sarah  proprio l'ultima persona sulla terra con cui potrei avere una relazione.
Questa  tua madre, mi dico. Tua madre, che ha problemi di salute mentale da vent'anni. Una donna che non ricorda pi la trama della vita, il ritmo del mondo, tanto  rimasta isolata. Ha bisogno di te.
La mamma fa finta di appoggiare la testa fra le mani per la stanchezza, ma sta solo guardando il tipo della Diet Coke tra le dita allargate.
Mamma, sussurro.  tutto a posto.
Non sono sicuro che mi senta.
Quando sono andato da Alan, l'altra sera, mi ha suggerito di iscrivermi a Tinder. Ho detto che lo far sicuramente, perch era quello che voleva sentire, e poi sono dovuto andare in bagno come se dovessi spazzare via con lo sciacquone lo schifo che provavo. Tinder? Nessuno ti avvisa che la vita continua a essere complicata anche dopo che hai fatto la famosa Cosa Giusta. Ormai sono tornato da undici giorni, e mi sento peggio di quando ho voltato le spalle a Sarah sulla spiaggia.
Tinder! Ma figuriamoci!
Dov' Arun? bisbiglia la mamma.  un secolo che aspettiamo.
Guardo l'orologio. Sono dieci minuti.
Credi che sia a casa malato, Eddie? Credi che sia andato via? La faccia le si oscura al solo pensiero.
No. Le prendo la mano. Credo che sia solo in ritardo. Non preoccuparti.
Arun, lo psichiatra,  una delle due persone non di famiglia con cui lei riesce a parlare senza sentirsi sopraffatta. L'altro  Derek, l'infermiere psichiatrico di zona, che sa trattare con la mamma meglio di tutti noi. Ogni tanto va qualcun altro a trovarla: la vicaria, Frances, passa quando pu, perch in questo periodo la mamma trova troppo stressante andare in chiesa, con tutta quella gente. E poi Hannah Harrington, la sorella di Sarah, ogni tanto le faceva una visita, ma  molto che la mamma non la nomina, perci mi chiedo se le visite siano cessate. Ma n Hannah n la vicaria si fermavano a lungo. Dopo mezz'ora la mamma si alzava a lavare le tazze del t, lanciando occhiate ansiose all'orologio come se dovesse andare da qualche parte.
La facilit che ha Arun nel comunicare con lei  dovuta in parte al fatto che  un tipo molto simpatico e bravissimo nel suo lavoro, in parte al fatto che, secondo me, la mamma ha una piccola cotta per lui. E assolutamente non  uscito, n  in malattia, altrimenti ci avrebbero avvisato. Ma ormai si  messa in testa quell'idea, proprio come quei pensieri irritanti su Sarah si sono installati nella mia.
E se Sarah morisse? Penseresti ancora di aver fatto la cosa giusta?
La domanda continua a insinuarsi in ogni cosa. Da dove viene? Perch non se ne va?
Sarah sta bene, mi dico severamente. Di certo in questo momento dorme, lontana mille miglia nella casetta della sua amica. Respira tranquilla, il corpo rilassato, il viso sereno.
Quando mi rendo conto che sto immaginando di essere sdraiato accanto a lei e di passarle un braccio intorno alla vita, mi alzo. Vado a vedere quanto manca, dico alla mamma.
La signora alla reception sa che non lo chiedo per me. Il suo cartellino di riconoscimento porta il nome Sue. Siete i prossimi, dice a voce altissima, cos che la mamma possa sentire. Dietro di lei c' una foto della sua famiglia. Un uomo di bell'aspetto e due bambini, uno con un costume da leone. Mi chiedo se Sue guardi le famiglie come la mia pensando: Per fortuna non sono nei loro panni! Che  un po' quello che ha detto la mia ultima ragazza, Gemma, quando ci siamo lasciati. Ha chiuso la relazione dopo tre mesi perch non sopportava che scappassi una volta alla settimana per gestire qualche emergenza legata a mia madre.
Per un po' mi  dispiaciuto per Gemma - in sei anni era la terza ragazza logorata dalle pretese della mamma - ma qualche mese fa l'ho incontrata per caso a Bristol, mano nella mano con un tizio dai capelli lunghi che ha detto di chiamarsi Tay e di fare street art. Allora mi sono reso conto, mentre io e Gemma ci scambiavamo qualche cordialit, che in ogni caso nessuno dei due era cos pazzo dell'altro.
Quando torno a sedermi, la mamma si sta controllando i capelli in uno specchietto. Oggi la sua pettinatura ha i contorni di un pallone da rugby.  un'acconciatura ad alveare. La portavo negli anni Sessanta, dice scrutandosi attentamente. Dici che  un po' esagerata?
No, assolutamente. Stai benissimo.
In verit, l'alveare  praticamente vuoto e pende a destra come la torre di Pisa, ma so che l'ha fatto per Arun.
Mette via lo specchietto e inizia ad armeggiare con il telefono. Dopo qualche secondo capisco che finge di mandare un messaggio per poter fare una foto di nascosto a quel poveraccio nell'angolo, magari da tenere come prova quando l'avr brutalmente assassinata. Se Arun Sopori non arriva in fretta, con i suoi bei lineamenti del Kashmir e il suo sorriso, la giornata andr veramente molto male. E io dovrei proprio tornare al lavoro.
Salve, Carole.  la voce di Derek. Arriva con la sua andatura tranquilla - non cammina mai a grandi passi -, mi stringe la mano e va a sedersi accanto a mia madre, dall'altro lato. Come sta oggi? Tende le gambe davanti a s e sento che lei inizia a rilassarsi mentre gli dice che, sinceramente, ha avuto giorni migliori.
Splendida pettinatura, dice lui cambiando argomento.
Dice davvero? Le sta gi tornando il sorriso.
Certamente, Carole. Splendida.
Grazie al cielo c' Derek che va a trovarla tutte le settimane. A volte penso che sia come un mago: sa vedere cose invisibili agli altri e farla parlare quando nessuno ci riesce. Non ha mai perso la serenit, anche nei momenti peggiori.
Le hanno fatto una diagnosi specifica? mi ha chiesto Sarah un giorno. Avevo appena falciato la radura perch speravo di convincerla a restare in Inghilterra con l'odore dell'erba tagliata. Siamo andati a sederci fuori con una bibita fresca e lei ha annusato l'aria, contenta. Poi mi ha fatto quella domanda in modo diretto, senza girarci intorno, il che mi  piaciuto molto.
Eppure sulle prime non avevo voglia di rispondere. Volevo essere l'uomo che viveva in un fienile di pietra, che faceva in casa il pane e lo sciroppo di zenzero e conduceva una vita piacevole, non l'uomo che doveva rispondere a diverse telefonate di sua madre ogni giorno. Ma era una domanda ragionevole e meritava una risposta ragionevole.
Cos mi sono preparato a sciorinare la lista delle diagnosi che le avevano fatto nel corso degli anni - depressione cronica; disturbo d'ansia generalizzato; disturbi di personalit del cluster C, ossia disturbo evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo; disturbo da stress post-traumatico; una depressione psicotica che forse era bipolare - ma quando ho aperto bocca mi sono sentito invadere da una grande stanchezza. A un certo punto avevo rinunciato alle etichette. Le etichette davano una speranza di guarigione, o almeno di miglioramento, ma la mamma stava male da quasi vent'anni.
 sempre in difficolt, ho detto alla fine. Se questa settimana con lei non ci fosse mia zia, avrei dovuto rispondere molto spesso al telefono, e probabilmente andare a trovarla.
Adesso vorrei averle detto molto altro. Ma che cosa avrei ottenuto, a parte mettere fine a quei giorni passati insieme?
Signora Wallace. Mi riscuoto dai miei pensieri e la mamma porta le mani al suo alveare-pallone da rugby. Poi si avvicina a me, colta dalla timidezza, mentre Derek e io la conduciamo verso Arun.


Capitolo 42.

Alcune ore dopo sono libero.
Cammino in un tardo pomeriggio ammorbidito da una pioggia fine, canticchiando. Pi che altro sto sui sentieri, ma di tanto in tanto prendo una stradina carrozzabile. Terra umida, asfalto umido, foglie umide. Eddie umido. Ogni tanto mi cadono delle goccioline dal bordo del cappuccio.
Do un calcio a un sasso e ripenso alla visita della mamma dallo psichiatra. Pare che Arun voglia cambiarle la terapia, il che mi fa piacere. Non mi era sfuggito che stesse scivolando nella paranoia: sulle prime avevo pensato che fosse una reazione temporanea alla mia assenza, ma Derek ha detto di aver colto segnali d'allarme anche prima che partissi.
Ho capito molti anni fa che i miracoli non esistono, quindi non mi aspetto un cambiamento radicale, ma con un po' di fortuna il nuovo cocktail di farmaci fermer la spirale discendente evitando una crisi. E questo per me  pi che abbastanza.
 uscita dall'ambulatorio abbastanza di buon umore, al punto che si  lasciata convincere ad andare in pasticceria a Cheltenham. Ha preso una fetta grande di torta e ha sospettato solo un uomo di complotti omicidi.  persino riuscita a ridere di se stessa.
Quando l'ho accompagnata a casa per poi tornare in laboratorio, mi ha detto che ero l'uomo pi buono e pi bello sulla faccia della terra e che era pi fiera di me di quanto riuscisse a dire.
E questo  stato bello.
Pi tardi Derek mi ha telefonato. Tu come stai? mi ha chiesto.
Bene, ho risposto.
Sicuro?
Ha detto che mi aveva visto esausto. Ricordati che se sei in difficolt io ci sono, Eddie.
Mezz'ora dopo raggiungo Bisley e si aprono le cateratte. Gradevole, faccio notare a una cornacchia su un palo. Vola via, presumibilmente in un posto migliore, e io sento una punta d'invidia. Speriamo che la mamma sia fuori pericolo, per ora, ma nella mia vita non  cambiato nulla. Non sono libero e non posso avere Sarah.
Okay, Ed, mi dice Alan con l'espressione pi severa che sa fare, che non  severa per niente. Ho paura che non ci siamo proprio. Alan  una delle persone pi buone e simpatiche che abbia mai incontrato. Stasera sa di fragole acide e ha il maglione coperto di macchie rosa. Lily ha fatto i capricci buttando in giro dello yogurt quando le ha detto che non poteva leggerle la fiaba della buonanotte.
Gli faccio un sorriso, bench non mi ricordi un momento in cui mi sia sentito meno allegro. Lo so. Dammi un'altra settimana o due per superare la storia di... Non riesco a dire il suo nome. ... di... quella signora... e poi me ne occupo.
Quella signora?
Alan  cos gentile da non mettersi a ridere.
Sono stato convocato al pub per parlare del mio quarantesimo compleanno, a cui manca meno di un mese. Finora non ho organizzato nulla e Alan dice che  preoccupato.
Vieni a farti dare un'occhiata, mi ha scritto ieri. Devo avviare il progetto e controllare che non ti stia facendo crescere la barba.
Per l'appuntamento ha scelto il Bear a Bisly.  un vecchio pub ben tenuto e ci ricorda i giorni gloriosi della giovinezza, ma non  comodo n per me n per lui. Dopo dovremo spendere i soldi per un taxi e Alan domani dovr venire a recuperare la sua macchina. Ma presto si trasferir in paese, perci vuole controllare la situazione birra, e a me ha fatto molto piacere venire a piedi dopo una giornata di ospedali e lavoro.
Hannah Harrington abita poco lontano da qui. Un paio d'anni fa l'ho incontrata per caso a Stroud, in un negozio di alimentari biologici. Io stavo comprando qualcosa di non tanto salutare, un surrogato delle patatine, ma lei aveva tonnellate di crusca d'avena e altre cose che sono diventate curiosamente indispensabili per il ceto medio. Era forse la quarta o quinta volta che la vedevo dalla morte di Alex, e come sempre mi colp la somiglianza notevole tra Hannah dodicenne e Hannah adulta.
Mi chiedevo quanto sarebbe cambiata mia sorella se fosse vissuta.
Hannah mi aveva detto che lei e suo marito stavano comprando casa a Bisley. Avevamo parlato di prezzi al metro quadro e di imprese di costruzione, poi ci eravamo salutati. Vorrei che mi avesse detto che sua sorella si era trasferita in America. Vorrei che avesse detto: Ehi, ti ricordi la mia sorella maggiore, quella cattiva? Se n' andata all'estero, cos n tu n Carole dovrete pi preoccuparvi di incontrarla!
Alan mi mette davanti una pinta di birra e si siede.
Pensavi alla signora?
S. Cerca di impedirmelo.
Lui mi d un colpo di karate sull'avambraccio e dice: Piantala, Eddie. Immediatamente. Poi mi guarda e vedo nei suoi occhi la curiosit un po' vampiresca di chi  sposato da molto tempo. A cosa pensavi? C'era qualcuno senza vestiti?
Sorrido. No.
A cosa allora?
Pensavo che si poteva evitare tutto. Se solo avessi saputo che quella persona si era trasferita in America, avrei capito subito che era lei.
Alan diventa pensieroso. Beve una bella sorsata di birra e intanto noto che le macchie di yogurt gli arrivano anche sui pantaloni corti. Ha persino un grumo rosa sui peli della gamba. Anche se l'avessi saputo, per, non  detto che saresti riuscito a fermarti. Hai detto che ti sei praticamente innamorato a prima vista.
Ripenso ai primi minuti in compagnia di Sarah. A com'era simpatica e spiritosa, com'era carina. E io avevo tirato in lungo lo scherzo con la pecora per poterle parlare. Per poi mi sono fermato, appena l'ho capito. E a quel punto ero veramente preso da lei. Senti, possiamo parlare d'altro?
Lui ridacchia. S, scusa.
Alan  come la gente pensa che sia io. Sempre a suo agio, raramente turbato. Il tipo d'uomo pronto a una risata, anche se ha appena perso il treno (cosa che gli capita spesso) oppure il portafogli (idem). Siamo diventati amici un giorno in cui, durante il discorso di benvenuto all'inizio delle medie, l'ho beccato che si esplorava una narice col dito: invece di arrossire, ha fatto un gran sorriso e ha continuato. Poi mi ha sfidato a carte e non se l' presa assolutamente quando l'ho stracciato.
Quasi trent'anni dopo, io e Alan sembriamo pressoch uguali.
Solo che io non sono pi come Alan. Quell'Eddie semplice e spensierato se n' andato la prima volta che ho trovato la mamma priva di conoscenza in una pozza di vomito, circondata da boccette di medicine. O, se non allora, forse la seconda volta o la terza, quando l'ho trovata nella vasca da bagno con i polsi tagliati che lasciavano strisce rosse nell'acqua. E se non mi avessero stroncato quei primi tre tentativi l'avrebbe fatto il quarto, anni dopo che era uscita dall'ospedale psichiatrico, quando ormai pensavo di averla fatta finita con le corse in ambulanza e le notti al distributore di bevande dell'ospedale.
Non vorrei essere frainteso: gli ultimi vent'anni non sono stati tutti brutti. Ho tanti amici, una certa vita sociale (per essere un eremita che vive in un fienile) e ho avuto persino delle ragazze. Faccio un lavoro che amo, vivo in un posto bellissimo e, se ho bisogno di allontanarmi, ho una zia molto paziente che viene a stare con la mamma.
Ma poi ho incontrato Sarah e mi sono ricordato di come pu essere la vita. Piena di leggerezza, di piacere, di risate. Una vita in tonalit maggiore.
Mi sono chiesto spesso se durante quella settimana insieme io le abbia presentato una versione falsa di Eddie David. Una versione pi felice, pi libera. Ma non credo che sia andata cos. Sarah ha visto una versione di me che avevo dimenticato e che solo lei  stata capace di resuscitare.
 dura, Eddie, sospira Alan chinandosi per togliersi lo yogurt dalla gamba. Mi dispiace.
Con fermezza, gli assicuro che passer.
Bevo un lungo sorso di birra e mi appoggio allo schienale, pronto a parlare dei problemi che ha Lily alle elementari o della scioccante notizia che il nostro amico Tim  stato tradito dalla moglie incinta.
Ma Alan con me non ha ancora finito. Sei sicuro? Scusami, Ed, ma a me non sembra che ti stia passando. Hai un aspetto tremendo.
Mi coglie di sorpresa. S, sono sicuro, dico, anche se il mio tono non lo . Ma, in ogni caso, che alternative ho? Se mi mettessi con Sarah, per mia madre sarebbe il colpo di grazia.
Alan fa una smorfia. Lo so. Ma non  quello che ti ho chiesto. Ti ho chiesto se sei sicuro di riuscire a fartela passare.
Mi guarda negli occhi e io sento qualcosa sotto la pelle. Sono anni che preme disperatamente per uscire.
No, dico dopo un momento. Non sono sicuro.
Lui annuisce. Ha capito.
Sto impazzendo, e non so cosa fare. Ruoto il bicchiere tra le mani, reprimendo il calore che mi sale agli occhi. Non dormo. Non riesco a concentrarmi. Riesco a pensare solo a lei. Mi sento disperato, sapendo di aver troncato qualsiasi possibilit. Dopo che sono stato a Los Angeles, occuparmi della mamma mi sembra impossibile. Continuo a pensare: Non ce la faccio pi. Ma non ho scelta, Alan, perch cosa farebbe lei se io mollassi tutto? Io... cazzo.
Cazzo, concorda Alan.
Non riesco pi a parlare.
Alan beve un sorso. Ed, mi sono chiesto spesso se non avresti bisogno di un aiuto per tua mamma. Gia mi raccontava di un'amica che si occupa del marito da quindici anni. Una storia tremenda, lui ha avuto un incidente in moto ed  rimasto paralizzato... comunque, questa donna il mese scorso  crollata. Come se fosse finita contro un muro. E non  che non lo ami pi. Lo adora. Si ferma per bere un altro sorso. Mi ha fatto pensare a te, Eddie. Insomma devi essere abbastanza logorato.
Annuisco distrattamente, perch non voglio affrontare questo discorso. Gemma  stata l'ultima a provarci: ha tentato di dirmi che alla fine sarei crollato se non fossi riuscito a ritagliarmi un po' pi di libert. Io l'avevo presa come una critica a mia madre e avevamo litigato, ma dentro di me sapevo che probabilmente aveva ragione.
Nessuno pu fare quello che faccio io, cerco di spiegare. Non  che abbia bisogno di qualcuno che la aiuti a lavarsi o a cucinare; ha bisogno solo di una persona fidata all'altro capo del telefono, o che vada a trovarla se entra in crisi. Io la accompagno a fare la spesa, risolvo i problemi, parlo con lei. Sono un amico, non un badante.
Alan annuisce ma non credo che la veda allo stesso modo. Tu pensaci, dice. Quanto a Sarah... Hai fatto la cosa giusta, Eddie. Hai fatto l'unica cosa possibile.
Mmmh.
Pensa a Romeo e Giulietta. O a Tony e Maria.
La passione di Alan per i musical di solito mi diverte, ma stasera non sono in vena di West Side Story.
Non potevano stare insieme, continua, ma hanno insistito comunque e hanno finito per morire. Tu sei stato molto pi furbo. Hai resistito, e ci vuole molto pi coraggio.
Be',  bello saperlo, Alan. Grazie. Ma il vero problema  che devo smettere di amarla, e non so come fare.
Lui ci riflette. Mi sono chiesto spesso come si fa a disinnamorarsi. Perch non esiste un manuale di istruzioni? Esamina il problema con i capelli sparati come paglia ai lati del capo. Alan non ha mai dovuto smettere di amare nessuno. Lui e Gia sono sposati da nove anni e stanno insieme da diciannove. Prima c' stata solo Shelley, a cui (con grande senso di colpa) Alan ha spezzato il cuore, e una manciata di ragazze della scuola con cui pi che altro cercava di domare gli ardori adolescenziali.
Come si fa a smettere di amare? L'amore che ho provato per Sarah non era solo una versione di qualcosa che gi esisteva dentro di me; era una cosa costruita dal nulla, che ho fatto crescere. Quando ci siamo salutati, era tangibile quanto lei.
Come faccio ora a cancellarlo? Anche se lascio che sia il tempo a consumarlo, ne resteranno sempre dei frammenti sparsi dentro di me. L'inattesa disinvoltura della sua risata, i suoi capelli a ventaglio sul cuscino. Il belato di una pecora, Topolina fra le sue dita sottili.
Non ho idea di come si possa smettere di amare qualcuno, dico infine ad Alan che mi guarda. Ti metti l e aspetti... non so cosa. Che l'intensit svanisca? Al momento, per, mi sento come una pentola a pressione.
Forse  per questo che tanti poeti hanno scritto di amori infelici. Aiuta a sfogare il vapore. Come un salasso. Rapido scarico di sentimenti travolgenti.
Giusto. Sospiro. 'Rapido scarico', niente male. Uno sfogo.
Un silenzio, uno sguardo, ed entrambi scoppiamo a ridere. Se vuoi scappare a casa in cerca di un rapido sfogo, non me la prendo, dice Alan.
Si alza per fare un'altra ordinazione. Gli guardo le caviglie e sorrido.  di costituzione normale, Alan, ma ha le caviglie cos sottili che si possono circondare con una mano. E quando lo faccio si arrabbia moltissimo.
Sento il ronzio della cantinetta dei vini. Lontano, in cucina, qualcuno raschia dei piatti. Guardo l'orologio: le otto e quaranta. Mi chiedo cosa stia mangiando Sarah per pranzo, e non sopporto di pensarci.
Alan ritorna con altre due birre e si siede strofinandosi le mani con entusiasmo al pensiero delle bistecche che ha appena ordinato; ora pi che mai vorrei essere in lui. Essere Alan Glover che puzza leggermente di yogurt, con delle certezze nella vita, responsabile solo del benessere della sua bella bambina.
A quel punto mi alzo io. Vado in bagno.
Mentre torno al tavolo noto che nell'angolo si  seduta una coppia vestita di nero. Si capisce subito che qualcosa non va. Non parlano, ma la donna si tiene stretta all'uomo come se ci fosse un vento forte.
Nel momento in cui mi accorgo che la donna sta piangendo, mi rendo conto che la conosco. Rallento per guardarla bene, e quasi subito riconosco Hannah Harrington. La sorella di Sarah. A meno di due metri da me, rannicchiata al fianco di un uomo che immagino sia il marito. Ha il viso arrossato, sfigurato dalla tristezza, ma io ci vedo lei. Un'ombra di Sarah. Proprio com'era l sulla spiaggia quando l'ho lasciata: impietrita, infelice, ridotta al silenzio.
Hannah non mi vede e mi siedo senza dir niente al nostro tavolo. Racconto ad Alan del carro funebre che ho visto stamattina, diretto al paese di Sarah. Poi, con lo stomaco in subbuglio, mi lascio sfuggire che se Hannah sta piangendo dev'essere morto qualcuno che loro conoscevano bene. Sarah potrebbe essere tornata per il funerale, bisbiglio, con una voce pericolosamente vicina alla follia. Potrebbe essere a pochi chilometri da qui, Alan!
Lui ha un'espressione allarmata. Non andare a cercarla.
Poco dopo arrivano le nostre bistecche, e lui finisce per mangiare anche la mia.
Quando mi alzo per andare a prendere un altro giro di birre, vedo che Hannah e suo marito sono andati via. Non riesco a smettere di pensare a chi potrebbe essere morto. Per un momento terribile considero addirittura la possibilit che sia Sarah.
Capitolo 43.

Ciao.
Devo lasciar perdere Sarah: basta. Non posso dirmi di farlo e poi stare tutto il tempo a pensare a lei; devo bloccare i pensieri appena iniziano. Perch non sono solo inutili, sono pericolosi. Una volta che sono partiti, si diffondono pi veloci di un virus e mi riesce quasi impossibile controllarli. E quando guardo la mamma, capisco quanto lontano potrebbero condurmi.
 cos, Riccio.  ora di esercitare la facolt di scelta di cui parlo in continuazione.
Grazie di essere la mia testimone. Come sempre.
Baci da me
Rileggo la lettera prima di prendere una busta, come se cercassi di aggrapparmi a Sarah ancora per qualche secondo. Il sole del primo mattino entra obliquo dalla finestra illuminando il disordine della mia scrivania: cataloghi polverosi, fatture, un righello, un'infinit di matite e mozziconi, tazze di t ormai freddo. Attraverso questi ostacoli uno stretto dito di luce si fa largo fino al rettangolo di carta viola su cui ho appena scritto. Indica la lettera, sembra quasi seguire le parole grazie al movimento degli alberi. Poi passa una nuvola che lo inghiotte, e la lettera torna a giacere nel grigiore del mattino.
Mentre prendo la busta viola, uno scricchiolio al piano di sopra annuncia il risveglio di Alan. Una voce soffocata: Ed? Ehi, Ed!
Si  addormentato sul divano mentre scriveva a Gia un sms sulla mia salute mentale. Devo tenerlo d'occhio, aveva scritto prima di perdere i sensi. Ho finito io il messaggio e l'ho inviato, per non farla preoccupare. Al pub ha perso il controllo, ho scritto. Meglio se stanotte mi fermo da lui. Gia  molto tollerante nei confronti della nostra amicizia.
Torno alla lettera, la infilo nella busta viola su cui scrivo il nome di Alex. Piano piano, cos che Alan non mi senta, attraverso la stanza fino ai cassetti sotto il tavolo da lavoro. Apro quello con la scritta SCALPELLI.
Dentro c' un morbido mare di carta viola. Un triste scrigno del tesoro; il mio segreto. Il cassetto si sta riempiendo di nuovo: alcune lettere sul fondo corrono il pericolo di cadere nel cassetto inferiore, che  dove tengo veramente gli scalpelli. Con cura le faccio scivolare avanti.  stupido, ma detesto l'idea che anche una sola venga persa. O piegata, accartocciata, danneggiata in qualche modo.
Le guardo e respiro lentamente.
Non scrivo sempre - forse una volta ogni quindici giorni o anche meno, se sono occupato - ma questo  il terzo cassetto che riempio in vent'anni. Sprofondo la mano tra le buste, con emozione e vergogna. Immagino i commenti della gente: Ma che cos'ha? Ancora attaccato a una ragazzina morta? Dovrebbe farsi aiutare.
Era stata proprio Jeanne Burrows, una counselor per persone in lutto, a suggerirmi di scrivere a mia sorella. Non sopportavo il pensiero di non poterle parlare mai pi; mi faceva girare la testa dal panico. Scrivile una lettera, aveva suggerito Jeanne. Raccontale come ti senti, quanto ti manca. Dille quello che le avresti detto se avessi saputo ci che stava per succedere.
In quelle ore silenziose passate a guidare fra il tribunale, l'ospedale psichiatrico e la casa della mia infanzia ormai vuota, trovavo conforto in quelle lettere. Avevo degli amici, certo; avevo anche una ragazza su a Birmingham, dove avevo appena finito il primo anno di universit. La sorella di mia madre, zia Margaret, telefonava ogni giorno, e mio padre era venuto dalla Cumbria dove viveva per organizzare il funerale della figlia. Ma nessuno sapeva veramente cosa fare con me, n cosa dire. I miei amici erano ben intenzionati ma inutili e la mia ragazza si defil appena pot farlo senza vergognarsi troppo. Pap rimandava l'elaborazione del lutto passando la maggior parte del tempo al telefono con sua moglie.
Scrissi la prima lettera nella mia stanza vuota alla residenza universitaria, il giorno in cui ero andato a portar via la mia roba. In quel periodo la mamma era in cura in un reparto chiuso. Non era possibile che tornassi per frequentare il secondo anno.
Ma dopo aver scritto quella lettera, dormii tutta la notte e, anche se la mattina dopo piansi nel vedere la busta viola, mi sentivo meno... bloccato. Come se avessi fatto un piccolo buco per lasciar sfogare la pressione. Scrissi un'altra lettera quella sera, dopo essere tornato a casa e aver disfatto i bagagli, e in pratica non ho pi smesso.
Ho preso appuntamento per vedere Jeanne fra un paio di giorni. Riceve ancora a casa sua in Rodborough Avenue. La sua voce  esattamente quella di allora e non solo si ricorda di me, ma ha detto che era felice di sentirmi. Le ho spiegato che volevo vederla perch la mia relazione con Sarah Harrington aveva riaperto delle vecchie ferite, ma non so se sia vero. In realt la sensazione che ho, dopo il ritorno dall'America,  che sia tutto sbagliato. Come se fossi tornato nella vita sbagliata, nel letto sbagliato, nei panni sbagliati.
E la cosa pi allarmante  l'impressione che tutto sia sbagliato da quasi vent'anni, anche se non me ne ero mai reso conto.
Mi guardo intorno nel mio laboratorio, nel mio rifugio. Il luogo dove ho superato rabbia e disperazione a colpi di martello e di sega. Dove ho bevuto centinaia di tazze di t, dove ho cantato ascoltando la radio, dove mi sono tolto infinite schegge dalle mani e dove ogni tanto mi portavo una ragazza. Non so cos'avrei fatto se non avessi avuto questo posto.
E in realt  la mamma che devo ringraziare. Pap, pur essendo colpa sua se avevo cominciato a subire il fascino del legno, era assolutamente contrario a farmi fare questo lavoro. Nei dieci anni trascorsi tra quando se n'era andato con Victoria Faccia di merda (cos l'aveva soprannominata Alan all'epoca, e non ha mai perso d'efficacia) e la morte di Alex, pap aveva continuato a interferire con la mia vita e le mie decisioni come se sedesse ancora a capotavola con noi. Si era infuriato quando avevo detto che volevo fare un corso da falegname invece degli esami per l'universit. Hai un cervello fatto per studiare, aveva urlato al telefono. Non ti azzardare a sprecarlo! Distruggerai qualsiasi prospettiva di carriera!
A quei tempi la mamma era ancora in grado di impegnarsi in un conflitto. E se anche non volesse diventare un commercialista del cazzo? aveva detto strappandomi il telefono. Le tremava la voce dalla rabbia. Hai mai guardato le cose che sa fare, Neil? Probabilmente no, dato che vieni a trovarlo tanto di rado. Ma lasciati dire che nostro figlio ha un talento eccezionale. Perci lascialo in pace.
Mi ha comprato lei la mia prima pialla numero sette, una buona vecchia Stanley. La uso ancora oggi. Insomma,  sempre a lei che sono grato, quando considero quello che ho.
Bonjour, dice Alan con la voce un po' impastata.  arrivato in fondo alle scale, con indosso i boxer e un calzino. Ho bisogno di pane tostato, t e un passaggio, Eddie. Mi dai una mano?
Un'ora dopo siamo davanti a casa sua, in cima all'abitato di Stroud. Tengo il motore acceso mentre lui corre dentro a mettersi qualcosa di adatto al lavoro (ha rifiutato con decisione tutti i miei vestiti) e intanto guardo il vecchio cimitero che digrada sotto di me, una scacchiera di lutto e amore. Non c' nessuno tranne un gatto che procede su una fila di lapidi.
Sorrido. Tipico di un gatto: perch camminare rispettosamente sull'erba quando puoi camminare senza scrupoli su una tomba?
Da qualche parte inizia a suonare una campana - devono essere le nove - e subito mi torna in mente il funerale di ieri. Il carro, lucido, silenzioso e inquietante in ogni dettaglio: l'espressione ferma del guidatore, le cascate di fiori di campo sulla bara, la paura quasi inebriante che incute ogni promemoria della mortalit umana. Incrocio le braccia sul petto, avvertendo un improvviso malessere.
Chi  morto? Chi era?
Ma poi ricordo la promessa che ho fatto a mia sorella solo un'ora e mezzo fa. Basta pensare a Sarah. Mai pi. Tiro un paravento su quella parte della mia mente, cercando invece di tracciare un piano per la giornata che mi aspetta. Numero uno: un sandwich al bacon da prendere al caff di Aston Down.
Lancio un richiamo al gatto: Miao! Ma  impegnato a tramare la morte di qualche povero toporagno.


Capitolo 44.

Sei settimane dopo
L'autunno  arrivato. Lo sento nell'aria, aspro, scabro e un po' contrito. Come se si sentisse leggermente in imbarazzo a mettere in disarmo gli inebrianti sogni dell'estate per aprire la strada a una nuova crudele faticaccia.
Anche se, personalmente, non sono ostile all'inverno. In questa valle c' qualcosa di squisitamente astratto quando la brina adorna il suolo e gli alberi proiettano lunghe ombre sulla terra spoglia. Adoro la vista del fumo che sale da un camino solitario, la luce fiabesca di una finestra remota. Adoro che i miei amici si invitino sfacciatamente a casa mia per sedersi davanti al fuoco e mangiare i succulenti stufati che secondo loro dovrei cucinare di continuo, dato che vivo in un'abitazione rurale.
E poi d'inverno la mamma sembra sempre un po' pi contenta. Credo sia perch stare in casa  considerato pi accettabile quando calano le temperature. L'estate  minata dall'aspettativa di maggiore socialit e attivit all'aria aperta, mentre in inverno la sua reclusione ha meno bisogno di giustificazioni.
Salgo di buon passo il pendio di Siccaridge Wood. Porto un maglione che non mi decido a lavare perch l'ultima persona a indossarlo  stata Sarah.
Cammino un po' pi veloce. Un leggero bruciore mi si diffonde nei muscoli del polpaccio mentre marcio su per la salita, troppo in fretta per lasciar affondare i piedi negli strati di pacciame. Comincio a cantare la parte di Merry Clayton in Gimme Shelter degli Stones. Gli unici che mi sentono cantare di stupro e massacro a uno sparo di distanza sono gli uccelli, i quali probabilmente gi pensavano che fossi matto.
La mia voce raggiunge il finale della canzone, dove la cantante in pratica sta urlando, e a me viene da ridere. Non che la mia vita al momento sia cos serena, ma smettere di pensare a... be', a cose inutili mi d veramente sollievo.
Il problema  che Jeanne Burrows non  proprio favorevole al mio piano di allontanare dalla mente ogni pensiero su Sarah. Le sedute con lei mi fanno sentire molto meglio, molto meno solo, eppure ogni settimana mi rompe le palle. Non immaginavo che si potesse rompere le palle a qualcuno in modo profondamente buono, gentile e rispettoso, ma Jeanne sembra fare proprio questo.
La seduta di oggi, per,  stata senza precedenti.
Proprio mentre arrivavo alla fine di Rodborough Avenue, dove abita Jeanne, ho visto nientemeno che Hannah Harrington uscire in retromarcia dal parcheggio davanti alla casa. Era concentrata per non urtare un'auto vicina, perci non mi ha notato, invece io l'ho vista bene. Aveva pi o meno lo stesso aspetto dell'ultima volta in quel pub: stanca e sperduta, con gli occhi di chi ha pianto.
Ovviamente mi sono subito chiesto perch Hannah andasse da Jeanne, e prima che me ne rendessi conto la macchina della paura si era rimessa in moto. E se fosse morto un genitore di Sarah? Per lei sarebbe stato devastante. In quelle lettere mi aveva raccontato quanto si  sentita in colpa, in tutti questi anni, per essere stata a migliaia di chilometri di distanza. Ho deciso che era mio dovere aiutarla.
Voglio telefonare a Sarah Harrington, ho annunciato a Jeanne appena entrato. Posso farlo qui, insieme a lei?
Si sieda un attimo, ha detto con calma. Ho immaginato che pensasse: Ah, fantastico, ci siamo.
Nel giro di pochi minuti mi sono calmato e ho accettato che non era il caso di chiamare Sarah, ma inevitabilmente abbiamo parlato di lei. Jeanne mi ha chiesto di nuovo se bloccare ogni pensiero riguardante Sarah mi aiutava a rinunciare a lei.
S, ho detto ostinatamente. Poi: Forse. E poi: No.
Abbiamo parlato del processo di lasciar andare qualcuno. Le ho detto che ero stufo di non riuscirci, ma non sapevo che altro fare. Voglio solo essere felice, ho borbottato. Voglio essere libero.
Gi che parliamo di libert, Eddie, mi chiedo: come vede la libert in rapporto a sua madre? Cosa prova quando immagina la libert dai doveri verso di lei?
Sono rimasto cos scioccato che ho dovuto chiederle di ripetere.
Che effetto le fa l'idea di diminuire un po' quel peso? Il suo tono era amichevole. Lo ha descritto cos la settimana scorsa. Vediamo... Ha scrutato gli appunti. Un 'peso da incubo', ha detto.
Il viso mi si  scaldato. Ho tirato un filo che sporgeva dal divano, incapace di guardarla negli occhi. Come osava tirare fuori questa storia?
Eddie, voglio ricordarle che non c' motivo di vergogna - assolutamente nessuno - nel trovare difficile la situazione. Le persone che si occupano di parenti infermi nutrono spesso grande affetto e attaccamento per loro, ma provano anche risentimento, disperazione, solitudine e tutta una gamma di altre emozioni di cui non vogliono mettere a parte il congiunto. A volte arrivano a un punto in cui hanno bisogno di una pausa. O persino di ripensare completamente l'organizzazione dell'assistenza.
Io fissavo il pavimento. Non ti permettere! avrei voluto gridare.  di mia madre che stai parlando! Ma dalla bocca non mi  uscito nulla.
A cosa sta pensando? ha chiesto Jeanne.
Non mi arrabbio molto spesso - ho imparato a evitarlo, per il bene della mamma - ma all'improvviso ero furioso. Troppo arrabbiato per apprezzare quello che stava cercando di fare per me; per esserle riconoscente di aver aspettato settimane prima di affrontare l'argomento. Avevo voglia di prendere il vaso di bocche di leone che c'era sopra il caminetto e di gettarlo contro il muro.
Lei non ha la minima idea, ho detto a una counselor con trentasette anni di esperienza.
Se Jeanne c' rimasta male, non lo ha dato a vedere.
Come osa? ho proseguito alzando la voce. Come osa propormi di scappare e abbandonarla? Mia madre ha cercato di uccidersi quattro volte! La sua cucina sembra il dispensario di un ospedale!  la persona pi vulnerabile che io conosca, Jeanne, ed  mia madre. Lei ce l'ha una madre? Gliene importa di lei?
Mi ci  voluta quasi mezz'ora per scusarmi e calmarmi. Jeanne mi ha fatto domande gentili e rispettose e, anche se rispondevo a monosillabi, ha continuato a guidarmi, con le sue domande maledettamente intelligenti, ad ammettere che sono molto vicino a un punto di rottura con la mamma. Con la vita. Ad accettare che potrebbe essere il mio stesso dolore a impedirmi di rendermene conto.
Jeanne sembra convinta che Derek potrebbe aiutarmi a trovare una soluzione.  il suo lavoro, continuava a dire.  un infermiere psichiatrico, Eddie,  a disposizione di entrambi.
Io continuavo a replicare che non avrei mai delegato la responsabilit di mia madre a Derek, per quanto sia una persona stupenda. Sono l'unico che lei ha voglia di chiamare quando ha bisogno di aiuto, ho detto. Non c' nessun altro di cui si fiderebbe.
Questo non lo sa per certo.
Invece s! Se le dicessi che non pu chiamarmi - se anche solo le dicessi che non pu chiamarmi cos spesso -, non ne terrebbe conto oppure starebbe malissimo. Conosce la sua storia. Sa che il mio non  solo pessimismo.
Alla fine della seduta non avevamo fatto veri progressi, ma le ho promesso che avremmo continuato la settimana successiva senza fare scenate.
Jeanne si  messa a ridere. Ha detto che stavo andando benissimo.
Arrivo finalmente in cima alla collina, sotto il faggio che sono venuto a controllare ( a pochi metri dallo stivale misterioso). Nel mese di giugno, quando vagavo per la campagna immerso in pensieri rabbiosi e confusi su Sarah, avevo notato che era sofferente, e adesso che siamo a settembre sta molto peggio. Forse  stato attaccato da un parassita, perch non si vedono funghi patogeni nella corteccia, ma  chiaro che non ce la far. Appoggio una mano sul tronco, intristito all'idea di questo magnifico animale abbattuto da una rumorosa sega elettrica.
Mi dispiace, gli dico, perch mi sembra sbagliato non dire nulla. E ti ringrazio. Per l'ossigeno e per tutto.
Controllo gli alberi vicini (lo stivale di gomma  sempre l) e poi scendo a valle con le mani in tasca. Il mio cervello continua a sospingermi in direzione di Sarah e della visita di sua sorella a una counselor esperta nell'elaborazione del lutto, ma io oppongo resistenza. Mi costringo a pensare all'albero: un problema che so come risolvere. Domani chiamer il Gloucestershire Wildlife Trust e chieder se hanno bisogno di una mano per tagliarlo.
Tornato a casa, mi sento di nuovo normale.
Poi entro, e trovo mia madre davanti al cassetto di lettere viola. Il mio cassetto segreto, di cui nessuno sa a parte Jeanne. E mi rendo conto che la mamma sta leggendo una delle mie lettere ad Alex. La tiene in mano e ha una brutta espressione in faccia.
Mi ci vuole un momento per essere sicuro che stia accadendo davvero. Per essere sicuro che mia madre - la mia cara madre - stia violando la mia intimit fino a questo punto. Ma proprio allora lei gira la lettera in modo da poter leggere la seconda pagina, e io non ho pi dubbi.
L'incredulit si fonde lentamente con l'ira.
Mamma? dico, la mano che stringe lo stipite come una morsa.
Con un solo movimento fa scivolare la lettera dietro la schiena e si gira verso di me.
Rileggo mentalmente il messaggio che le ho mandato prima di uscire:
Esco a fare una passeggiata. Ti avviso perch lascio a casa il telefono. Ma tra un paio d'ore torno.
Esagero sempre la stima del tempo, altrimenti va nel panico.
Ciao, caro! Ancora quella voce, quella che fa quando si sente in colpa. Oggi  addirittura pi acuta. Sei tornato presto.
Che cosa stai facendo?
Ecco...
Cala un fitto silenzio ansioso mentre valuta cosa dire. Tutto  immobile. Persino gli alberi sembrano tacere in attesa della conferma della slealt. Ma non pu farlo. Non pu dirmi la verit. Ho sentito un rumore, dice con una voce cos affettata che sembra uscita da un programma per bambini. Mi sembrava un topo. Hai avuto problemi coi topi, Eddie? Era da questa parte, sono venuta a vedere... ho aperto un paio di cassetti, spero non ti dispiaccia...
Va avanti cos finch io non esclamo, anzi, in realt ruggisco: DA QUANTO TEMPO LEGGI LE MIE LETTERE?
C' un silenzio totale.
S, ho trovato delle lettere, appena prima che arrivassi, dice infine. Non le ho lette, per. Ho dato un'occhiata e ho pensato: Oh, non sono affari miei, perci stavo rimettendo a posto quando...
Non dire bugie! Da quanto tempo leggi le mie lettere?
La mamma alza di scatto una mano verso il viso e fa per togliersi gli occhiali, poi cambia idea e li lascia storti sul naso. Io la guardo e non vedo mia madre. Solo rabbia, un calderone ribollente d'ira.
Da quanto tempo leggi le mie lettere? chiedo per la terza volta. Non credo di averle mai parlato con questo tono. E non mentire, aggiungo. Non mentire pi, sul serio, mamma. Non con me.
Sono del tutto impreparato a quello che viene dopo. Mi aspettavo un pianto, lei accasciata a terra a implorare perdono, quando all'improvviso si gira lanciando la lettera in aria come se fosse una multa o qualche altro insulto alla sua esistenza. Il foglio svolazza lentamente a zigzag verso il pavimento. Come hai mentito tu a me? dice. Come mi hai mentito dicendo che andavi a Los Angeles 'in vacanza'? A trovare il tuo amico Nathan, a fare un po' di surf? Come mi hai mentito su Alan e la sua 'emergenza' il giorno che sei tornato?
Con una calma che trovo ipnotizzante, si sposta in avanti e appoggia una mano sul bancone che occupa il centro del laboratorio. Come mi hai mentito su quella... quella ragazza? Mi guarda con occhi spiritati, come se cercasse suo figlio nel viso di un serial killer. Come hai potuto? Come hai potuto andare a letto con lei, Eddie? Come hai fatto a tradire tua sorella in questo modo?
Devono essere mesi che legge le mie lettere.
Non c' da meravigliarsi che dopo il mio ritorno da Los Angeles sia stata cos appiccicosa e paranoica. E neppure che abbia tentato in ogni modo di impedirmi di andarci. Di solito quando le dico che ho in programma un viaggio  contenta, perch le permette di convincersi che io abbia ancora una vita. Questa volta si era comportata come se stessi emigrando in Australia.
Quella ragazza, ripete rabbrividendo. Sembra che stia parlando di una criminale, non di Sarah Harrington. Ma temo che la mamma non faccia alcuna distinzione morale. Dicevo sul serio, quel giorno. Spero che ci fosse lei su quel carro funebre.
Ogges, mamma, sospiro. Mi manca la voce dallo stupore. Dopo tutto quello che hai passato, auguri lo stesso dolore a qualcun altro? Ma davvero?
Lei fa un verso sprezzante.
La mia mente saetta in tutte le direzioni, trovando indizi dappertutto.  per questo che ha ricominciato a peggiorare. Sa tutto di Sarah, da mesi.
Sei stata tu a farle delle telefonate anonime? Sei stata tu a mandarle un messaggio di minaccia?  per questo che in luglio hai voluto cambiare telefono?
Hanno cominciato ad arrivare tante telefonate commerciali, aveva detto. Mi stressano, Eddie. Mi serve un numero nuovo.
S, sono stata io. E non me ne pento.
Oggi ha un maglioncino rosa. Non so perch, il rosa rende tutto questo ancora pi sgradevole.
E ti sei anche presentata alla sua scuola, quel giorno? Ti aggiravi sul sentiero del canale vicino a casa dei suoi, quando era qui in visita?
S! Sta quasi urlando. Qualcuno doveva fare qualcosa. Non potevo lasciare che ti infettasse. Sei tutto quello che mi resta! Qualcuno doveva fare qualcosa, ripete, in mancanza di una mia risposta. E tu non ne avevi nessuna intenzione. Stavi l a lamentarti, a raccontare a tua sorella quanto amavi la donna che l'ha uccisa... Si interrompe, poi sibila qualcosa. Non sento pi le parole. Tutto ci che riesco a pensare : Hai idea di quello che ho passato per proteggerti? Di quanto mi sono sentito solo? Hai idea di quello che ho sacrificato per la tua sanit mentale?
A un certo punto mi accorgo che ha smesso di parlare. Ha gli occhi spalancati e lucidi di lacrime.
Come hai fatto ad avere il numero di Sarah? chiede la mia voce, anche se so gi la risposta. Come facevi a sapere che quel giorno sarebbe stata alla sua vecchia scuola? Hai spiato anche il mio telefono?
Annuisce. Ed  colpa tua, Eddie, quindi non arrabbiarti con me. Dovevo intervenire in qualche modo. Dovevo cercare di proteggere Alex da....
Le sfugge una lacrima, ma la sua voce resta ferma.  colpa tua, ripete. Tu che ami parlare di scelte! Tu potevi scegliere, e hai scelto quella donna. Quella ragazza.
Scuoto la testa, disgustato. Il suo odio  vivo e furibondo come nelle settimane seguite alla morte di Alex, intatto dopo tutti questi anni.
 colpa tua, ripete ancora una volta. E non ho intenzione di scusarmi.
A queste parole sento una lacerazione nella pelle: quegli strati, cos sottili e tesi per tanti anni, semplicemente cedono e danno luogo a un'emorragia. Risentimento, rabbia, solitudine, ansia, paura... tutto quanto sgorga fuori come da una tubatura scoppiata. Da quel momento so che non posso andare avanti cos. Basta.
Mi appoggio alla porta, esausto. E quando la mia voce parla  stranamente piana. Come se stessi leggendo il bollettino ai naviganti.
No, dico in modo neutro. (Golfo di Biscaglia: calmo.) No, mamma, non darai la colpa a me. Non sono responsabile delle tue azioni. Non sono responsabile di come ti senti o di quello che pensi. Viene tutto da te. Non  opera mia. Tu hai deciso di leggere le mie lettere. Tu hai deciso di perseguitare Sarah. Tu hai deciso di trasformare quello che mi  successo negli ultimi mesi - che, per la cronaca, sono stati un inferno - in una specie di grande tradimento. Hai fatto tutto da sola; io non ho fatto niente.
Scoppia a piangere, pur essendo ancora furiosa.
Non sono responsabile della tua malattia, mamma. E neanche Sarah. Io ho fatto quello che potevo per te - tutto quello che potevo - mentre tu hai invaso l'unico frammento di intimit che pensavo ancora di avere.
Lei scuote il capo.
S, ho incontrato Sarah, e mi sono innamorato di lei. Ma ho anche rinunciato a lei nell'istante in cui ho scoperto chi era. E tutto quello che ho fatto da allora  stato nel tuo interesse. Non nel mio, nel tuo. E ancora ce l'hai con me?
La guardo riflettere su come reagire. Inizia a venirle il panico. Non  che abbia ascoltato quello che ho detto, o ci abbia riflettuto o (Dio non voglia) si sia resa conto che ho qualche ragione;  che di solito  abituata a vedermi cedere, mentre ora comincia a sospettare che non moller.
Quindi fa ci che mi attendevo: si mette nella parte della vittima.
Va bene, dice, con le lacrime che le scorrono sul viso. Va bene, Eddie,  colpa mia.  colpa mia se faccio questa vita tremenda, se sono prigioniera in casa mia a prendere tutte quelle schifose medicine.  colpa mia. Mi guarda in faccia, ma io non muovo un muscolo. Raccontati quello che vuoi, Eddie, ma tu non hai proprio idea di quanto sia dura la mia vita.
Dato che mi occupo di lei da diciannove anni, questo mi sembra un po' sleale.
Ci confrontiamo come due pedoni su una scacchiera. Lei spezza per prima il contatto visivo, sicuramente per farmi sembrare l'aggressore. Abbassa lo sguardo affranto sul bancone, con le lacrime che cadono nei solchi profondi del legno.
Non lasciarmi, Eddie, dice poi, come da copione. Mi spiace di essermi comportata cos.  che sono rimasta sconvolta a sapere di te e... lei. Sono distrutta.
Chiudo gli occhi.
Non lasciarmi, Eddie, ripete.
Faccio il giro del bancone e la abbraccio. Un fragile passerotto che rischia di essere schiacciato. La tengo tra le braccia, rigido, e penso alla mia ex, Gemma. Questo era il momento che non riusciva veramente a capire. Il momento in cui, anche dopo che la mamma mi aveva spinto ai limiti della sopportazione, toccava ancora a me consolarla, dirle che andava tutto bene. Ma immagino che, come la maggior parte delle persone, non avesse mai provato ad avere la responsabilit del benessere mentale di qualcuno. Non le era capitato di perdere sua sorella e rischiare di perdere anche la madre.
Questa volta, per,  diverso. Abbraccio la mamma perch devo, ma dentro di me il panorama  gi cambiato.
Quando la faccio salire sulla Land Rover per portarla a casa, sta piovendo. Il cielo  gonfio di nuvole grigie che si rincorrono come pensieri rabbiosi. Mi scuso in silenzio con Sarah, ovunque sia. Io non ti voglio morta, le dico. Ti auguro solo felicit.
A casa della mamma alzo il riscaldamento e le preparo qualcosa da mangiare prima di metterla a letto. Le do una pastiglia per dormire e le tengo la mano finch non si  assopita. Non ho mai fatto l'esperienza di guardare un figlio che dorme, ma immagino sia una sensazione simile. Ha l'aria insieme sperduta e tranquilla, accoccolata sulla mia mano come se fosse la coperta di Linus, con qualche spasmo muscolare e il respiro quasi impercettibile.
Poi esco e telefono a Derek. Gli lascio un messaggio in segreteria telefonica dicendogli in modo molto diretto che sono in difficolt e ho bisogno del suo aiuto.
Tornato a casa, guardo tre episodi di una serie Netflix e - esausto ma incapace di dormire - passo la maggior parte della notte sulla panca in giardino, avvolto nella trapunta, impegnato in una conversazione a senso unico con lo scoiattolo Steve.


Capitolo 45.

Dicembre - tre mesi dopo
Ciao,
buon Natale!
Buon Natale un cavolo. Non vedo l'ora che quest'anno finisca.
 la prima lettera che ti scrivo da pi di tre mesi. Ne ho avute di cose a cui pensare. Sono stato anche molto occupato a cercare di fare qualche cambiamento con la mamma senza che se ne accorgesse. Questo era il piano di Derek: liberare Eddie con l'astuzia. E l'ha realizzato magnificamente.
Ha preso un appuntamento con Frances, la vicaria che da anni va a trovare la mamma. Frances conosce alcune persone in parrocchia che vanno volentieri a far visita a chi vive recluso. Derek ha detto che l'idea era di far nascere un'amicizia tra la mamma e un volontario - anche se poteva richiedere molto tempo - in modo che lei arrivasse a fidarsi abbastanza da andare ogni tanto a fare la spesa o alle visite mediche con questa persona. Avrebbe avuto qualcun altro a cui telefonare, qualcuno che la aiutasse ad ampliare il suo mondo almeno di uno spiraglio.
Ora c' un uomo di nome Felix che una volta alla settimana va con Frances a trovare la mamma. Felix  un veterano della guerra del Golfo. Laggi ha perso un braccio. Poi  stato lasciato dalla moglie, che non ce la faceva pi, e ha pure perso il figlio in Iraq nel 2006. Del dolore e del lutto ha una certa esperienza. Eppure, la sai una cosa, Riccio?  cos allegro! L'ho incontrato solo due volte, ma sembra una persona molto positiva. Ascoltarlo parlare con la mamma  stranissimo: dato un argomento qualunque, la reazione di lei  negativa, mentre quella di lui  invariabilmente positiva. A volte, mentre lo ascolta parlare, mi pare di vederla pensare: Ma  completamente pazzo?
Dalle ancora un paio di settimane, mi ha detto Derek l'altro giorno. Non credo le manchi molto a permettergli di accompagnarla fuori.
Derek l'ha addirittura convinta a passare il Natale dalla sorella, per concedermi una pausa.
Insomma, piano piano mi sto conquistando un po' di spazio in pi. Un po' di ossigeno in pi. A volte vedo in me delle tracce di com'ero prima. Di com'ero durante la settimana con Sarah. Di com'ero da adolescente. Ed  una bella sensazione.
Comunque eccomi qui, il giorno di Natale, nella camera degli ospiti della casa nuova di Alan, a Bisley. Sono le cinque e tre quarti e Lily  gi sveglia a battere sulla porta di Alan e Gia. Io sono impazzito e le ho comprato un'infinit di regali. Alan dice che sono uno stronzo egoista e che gli faccio fare brutta figura.
Per adesso, per, guardo il cielo plumbeo fuori dalla finestra ancora senza tendine e penso a te. Mia adorata, preziosissima Alex.
Non ho idea se tu sia qui. Se tu sia stata dietro la mia spalla per tutti questi anni a leggere le parole che ti ho scritto, o se eri solo la vibrazione di un'energia esaurita. Qualunque cosa tu fossi, per, spero che sapessi quanto eri amata, quanto si sentiva la tua mancanza.
Senza di te, o senza queste lettere, non so se ce l'avrei fatta. Nella morte sei stata com'eri in vita: cordiale, colorata, simpatica, un'amica. Attraverso questi fogli viola ti sentivo. Con la tua vitalit e la tua allegria, la tua curiosit, la tua bont, la tua innocenza, la tua dolcezza. Mi hai permesso di continuare a mettere un piede davanti all'altro. Mi hai aiutato a respirare quando la vita mi stava soffocando.
Ma per me  giunto il momento di andare avanti da solo, come dice Jeanne. Di reggermi sulle mie gambe. E quindi, mio piccolo Riccio, questa  la nostra ultima lettera.
Alla fine star bene. Jeanne ne  sicura e, in realt, lo sono anch'io. Devo crederci; vedo tutti i giorni in nostra madre qual  l'alternativa.
Ceder persino all'insistenza di Alan e cercher di uscire con qualcuno. Non ne ho davvero voglia, ma ammetto che devo almeno concedermi la possibilit di amare un'altra persona.
Perch il fatto  che la mamma non pu pi cambiare, ma io posso. E lo far. Superer quest'inverno, finir i lavori che mi hanno commissionato e ne prender altri. Comincer a tenere laboratori estivi per i giovani. Mi iscriver a quello stupido Tinder. Voglio anche fare pi sport, migliorare nella lavorazione della pietra ed essere un padrino stupendo per Lily. E far tutto questo con un sorriso, perch cos  la persona che la gente pensa io sia, e cos voglio tornare a essere.
Questa  la mia promessa, Riccio. A te e a me stesso.
Non ti dimenticher mai, Alex Hayley Wallace. Neanche per un giorno. Ti vorr bene finch vivo. Sentir sempre la tua mancanza, e sar sempre il tuo fratello maggiore.
Grazie per la tua presenza. Nella vita e nella morte.
Grazie e addio, carissimo Riccio.
Tanti baci da me


Capitolo 46.

Inizio marzo - tre mesi dopo
Il giorno in cui la mia vita cambia per sempre, mi sto preparando per il primo appuntamento organizzato su Tinder. Sono molto nervoso. (Non aiuta il fatto che Alan mi mandi messaggi ogni ora, per assicurarsi che non mi tiri indietro.) Lei si chiama Heather, ha dei bei capelli, sembra spiritosa e intelligente. Per non ho voglia di andare. Prima mi sono addirittura sorpreso a pensare se darmi una martellata su una mano per poter passare il pomeriggio al pronto soccorso.
Ovviamente non l'ho detto ad Alan.
 anche il sessantasettesimo compleanno della mamma, perci l'ho portata a pranzo fuori, a Stroud. Siamo al Withy's Yard, che per lei  sempre stato un posto sicuro - probabilmente perch  nascosto in un vicolo acciottolato, quasi invisibile. Ha voglia di chiacchierare. Ieri Felix l'ha accompagnata a fare la spesa, e in questo  molto pi bravo di me. L'unico suo punto debole  che pu portare meno borse, avendo un braccio solo.
In tutta sincerit la stavo ascoltando solo in parte, tanto sono preso a immaginare i terribili silenzi e le risatine stridule di stasera, perci mi ci vuole un attimo per rendermi conto che ha smesso di parlare.
Alzo gli occhi e la vedo immobile a fissare un punto alla sua destra, con il cucchiaio della zuppa sospeso a mezz'aria. Seguo il suo sguardo.
Sulle prime non li riconosco. Sembrano solo due persone di mezza et che pranzano con un'insalata. Lei ha una camicia a scacchi e parla al cellulare. Lui, che porta una giacca di velluto a coste, la sta guardando. Come la mamma, entrambi hanno smesso di mangiare. Ho una vaga sensazione di famigliarit, vedendo il profilo dell'uomo, ma niente di pi.
Quando torno a guardare la mamma, per, capisco esattamente chi sono. Le sole persone che potrebbero farle quell'effetto. Adesso ha lasciato cadere il cucchiaio nella zuppa; il manico scompare lentamente come la poppa di una nave affondata.
Guardo di nuovo i genitori di Sarah Harrington e ora li riconosco, ovviamente. Venivano spesso a prendere Alex o a portare la piccola Hannah a giocare con lei. Mi ricordo che erano sempre gentili. Tanto che a volte avrei voluto andare anch'io a giocare a Frampton Mansell. Sembravano molto solidi, una vera famiglia, mentre la mia era composta da un padre lontano centinaia di chilometri, che stava per avere un altro figlio, e da una madre segnata dall'amarezza e dalla depressione.
Mi vengono due pensieri distinti: primo, cosa faccio con la mamma? Non pu restare qui a due tavoli di distanza da Michael e Patsy Harrington. Secondo, se non era uno di loro due che  morto l'anno scorso in quella famiglia, allora chi era?
Sento distintamente la donna che dice: Arriviamo. Si alzano ed escono senza neanche raddrizzare le sedie o scusarsi con la signora dietro il banco del locale. La madre di Sarah si infila il cappotto mentre percorre a passo svelto il vicolo in direzione di High Street. Io e la mamma restiamo immobili per un momento, silenziosi in mezzo al brusio delle conversazioni e delle posate dei vicini. Soltanto quando la macchina del caff emette un forte sibilo ci guardiamo in faccia.
Alla fine andiamo al negozio della fattoria di Cirencester Road a prendere qualcosa di buono da mangiare a casa: dopo che gli Harrington se ne sono andati, la mamma ha detto che il pranzo di compleanno era rovinato e che non se la sentiva pi di restare.
Lo scambio che abbiamo avuto al riguardo si  limitato a questo:
Io: Stai bene?
Mamma: Non ho voglia di parlarne.
Non ho insistito. Ma non riesco a pensare a nient'altro. I genitori di Sarah, proprio loro. Dove saranno andati cos di fretta? Non sembrava una telefonata di buone notizie.
Sarah somiglia a sua madre. Ma un po' anche a suo padre. Avrei potuto fissare i loro visi per ore, alla ricerca dei pi piccoli dettagli.
Torniamo a casa della mamma e io riscaldo la zuppa, metto a tostare del buon pane artigianale, ma so che non manger. Sembra arrabbiata con me, anche se non so il motivo. Sarei dovuto andare a prendere a pugni i genitori di Sarah, visto che sono loro ad averla messa al mondo? Mi sento addosso una sensazione di vuoto e di sconcerto mentre mi chiedo per l'ennesima volta chi sia morto lo scorso agosto. In fondo al giardino di mia madre, sotto il susino, c' una piccola chiazza dorata dove la celidonia spunta coraggiosamente nell'erba poco curata. Ricordo quei fiori sulla bara e mi trovo costretto a rimproverarmi aspramente. Non mi piace la direzione che stanno prendendo i miei pensieri.
Come previsto, la mamma non vuole mangiare. Mi hanno rovinato la giornata, ripete. Non ho pi appetito.
Va bene. Io mangio. Puoi sempre riscaldare la tua porzione dopo, se vuoi.
Mi verr un'intossicazione. Non si scalda la roba due volte.
Io sto per esclamare: Mamma,  zuppa di pomodoro! Ma poi desisto. Non serve a niente.
Mangio con il suono solitario del cucchiaio sulla ceramica, intingendo nella zuppa grossi pezzi di pane imburrato. Finisco, lavo i piatti e do alla mamma il mio regalo, ma dice che lo aprir dopo. Alla fine prendo il giaccone per andare.
Se vuoi mi fermo e parliamo, dico.
Si  accoccolata nell'angolo del divano come un gatto. Sto bene, dice rigidamente. Grazie per essere venuto.
Vado a darle un bacio. Ciao, mamma. Buon compleanno. Mi fermo sulla soglia. Ti voglio bene.
Sono alla porta d'ingresso quando mi chiama: Eddie?
S?
Torno dentro.  questo il momento che cambier tutto, anche se non lo so ancora.
C' una cosa che dovresti sapere, dice senza guardarmi.
Mi siedo con circospezione sulla poltrona di fronte a lei. Sopra la sua spalla c' una foto di Alex in altalena, poco dopo che aveva iniziato le elementari. Strilla per la felicit mentre vola verso il fotografo, totalmente estatica. Negli anni successivi mi sono chiesto se la mamma avesse fatto apposta a rimanere incinta per cercare di impedire a nostro padre di andarsene - a quanto pare la relazione con Victoria Faccia di merda andava avanti da un po' - ma quando guardo quella foto mi viene in mente che non importa. Alex non ha portato altro che gioia nella nostra vita, con o senza pap.
Vedere gli Harrington mi ha rovinato la giornata, ribadisce dopo un silenzio. Si morde un'unghia.
Lo so, dico, stanco. Me l'hai gi detto.
Si guarda intorno e passa la mano sul bordo del tavolino, controllando se c' polvere. Non so come facciano a perdonare quella loro figlia...
Mi alzo, pronto ad andarmene, ma qualcosa sul suo viso mi fa tornare ad appoggiarmi sul bracciolo della poltrona. Sa qualcosa. Mamma, cosa volevi dirmi?
Hannah almeno  venuta su bene, dice senza guardarmi. Viene ancora a trovarmi, sai. Ci pensa ancora, a differenza dei suoi genitori. Si interrompe, chiudendo a pugno le dita per poi distenderle. Anche se  da prima di Natale che non la vedo. Abbiamo avuto una discussione.
Su che cosa?
La mamma continua a guardare ovunque tranne che verso di me. Su quella strega di sua sorella.
Sarah? mi protendo in avanti, fissandola. Che cosa ti ha detto riguardo a Sarah?
Si stringe leggermente nelle spalle. Ha un'espressione tesa e all'improvviso sono terrorizzato da quello che mi nasconde.
Mamma? Sento il cuore martellare nel petto. C'entra qualcosa con i genitori di Sarah e la fretta che avevano oggi. Mamma, per favore, dimmelo.
Sospira e stende le gambe per sedersi dritta sul divano, come per un interrogatorio. Ha le mani raccolte in grembo. Hannah  venuta appena prima di Natale. Mi ha detto di avere notizie che forse avrei trovato difficili da digerire. Be', non si sbagliava.
Si interrompe, come se non trovasse le parole, e io inizio a sentirmi male. Che cos' successo a Sarah? Le mani mi si agitano come ragni, ma non so cosa vogliano afferrare.
Che cosa ti ha detto?
La mamma non risponde.
Mamma,  molto importante, dimmelo.
Serra le mascelle e le si gonfiano le tempie. Non riesco a ricordare l'ultima volta che mi sono sentito cos in ansia.
Alla fine dice: Sarah  tornata a vivere in Inghilterra. Da agosto dell'anno scorso.
Mi sale il sangue alle guance, e sprofondo nella poltrona. Pensavo che dovesse dirmi... pensavo che la notizia fosse...
Ho continuato a domandarmi di chi fosse quel funerale. Quale vita venisse ricordata e rimpianta con quegli splendidi fiori di campo. Ho fatto del mio meglio per non lasciarmi trasportare da teorie paranoiche, ma quelle domande insidiose non si sono mai sopite. E se fosse morta? E se ci fosse stata lei nel carro funebre?
Sarah  viva e sta bene.  in Inghilterra.
Ci metto un momento a rendermi conto di quest'ultima cosa. Aspetta, dico raddrizzandomi. Mamma... hai detto che  tornata? In Inghilterra?
Lei salta su dal divano con un'energia insolita. Come fai a essere cos contento? sibila. Ma guarda la tua faccia. Che cosa ti prende? Quella...
Dov'? la interrompo. Dove vive Sarah?
La mamma scuote la testa e va alla finestra. Sta dai suoi, a quanto ho capito, borbotta. Dopo un momento si gira e torna al divano, a guardare la foto di Alex. Immagino che lo faccia a mio beneficio: Guarda la tua povera sorella. Vive con i genitori, come una parassita. Senza un soldo e... a quanto pare... incinta. Si porta di scatto una mano alla bocca, come se non avesse avuto intenzione di dirlo. Poi torna a sedersi, chiudendo gli occhi e sprofondando nel divano.  scossa da un fremito. Insomma, se alla sua et non ha messo la testa a posto, che speranze ci sono?
Io la fisso. Incinta? Sarah  incinta? Il dolore  cos acuto che  come se mi avessero infilato una lama fra le costole.
Non risponde.
Mamma!
Solo una volta, e con disgusto palpabile, annuisce. Incinta, conferma.
No, dico, anche se quasi non riesco a pronunciare la parola.
No.
Non  possibile che Sarah abbia il figlio di un altro uomo. L'immagine della mamma si fa sfocata e la mia testa comincia a esplodere d'infelicit in cento sfumature diverse che schizza in ogni direzione. Ma poi le montagne russe sprofondano di nuovo e si fa largo un'altra sensazione: la speranza. La rapidit di queste emozioni mi fa girare la testa. Ma la speranza rimane: due secondi, tre, quattro, cinque... Non se ne va. Potrebbe essere mio, penso. Potrebbe essere mio.
 tornata perch era morto il nonno, dice in tono severo la mamma. Quel funerale che abbiamo visto l'estate scorsa doveva essere il suo.
Avverto un certo sollievo per il fatto che fosse il nonno, ma sono troppo sotto shock per sentirmi in colpa. Sarah  incinta, e il bambino potrebbe essere mio. Che cos'altro sai, mamma? Per favore, dimmelo.
Lei prende la sua scodella di zuppa ancora intatta e la porta in cucina.
La seguo come un cane fedele. Mamma.
 stata Hannah a telefonare a sua sorella per avvisarla del nonno, dice con voce appena udibile. Pare che lo shock di sentire la voce di Hannah l'abbia quasi uccisa.  uscita in strada e per poco non si  fatta investire da un camion, quella stupida. Ma... Appoggia la ciotola e si guarda intorno nella cucina immacolata. In qualche modo il camion ha sterzato e lei si  salvata.
La mamma comincia ad agitarsi; ha il respiro veloce e non riesce a stare ferma. Neppure io. Sarah  qui ed  incinta. Seguo la mamma in salotto, dove il suo respiro peggiora.
Con distacco meccanico le faccio fare gli esercizi respiratori che le ha insegnato Derek. Lunghe espirazioni lente. Intanto mi chiedo perch abbia deciso di parlare adesso, dopo aver mantenuto il segreto per mesi. Non  nel suo interesse dirmi che Sarah  tornata, n che  incinta. La mamma odia la sola idea che io pensi a Sarah Harrington.
Dev'essere perch abbiamo visto i genitori di Sarah. Fisso disperatamente la mamma che cerca di controllare il respiro. Dimmelo! Vorrei urlare. Dimmi tutto! Invece mi limito a un calmo: Non sai nient'altro? Come sta, cosa fa?
Credo che fosse molto depressa, si decide a dire. Non ha detto a nessuno chi fosse il padre del bambino.
La speranza comincia a sbocciare.
Al funerale ha visto la sorella per la prima volta in quasi vent'anni. Hannah mi ha detto che... ritrovandosi... si sono dette che avevano avuto abbastanza dispiaceri. Hanno deciso di fare la pace.
La mamma sembra disgustata dalle parole che le escono di bocca, e ora capisco perch abbia litigato con Hannah. Per anni e anni era riuscita a mantenerla dalla sua parte: deve esserle sembrato un tradimento inqualificabile.
Perci Sarah vive da tutto questo tempo a Frampton Mansell? Da sei mesi?
Lei annuisce dandomi un'occhiata. Allora tu non l'hai vista.
Credo che sia chiaro dalla mia espressione. Sei assolutamente sicura che sia incinta, mamma? Le parole mi si incastrano nella gola asciutta.
Il viso le si annuvola per il disappunto. Vede bene che cosa significa questo per me. Sono sicura.
Quando deve nascere il bambino?
Non lo so. Si torce le mani.
Capisco che sta mentendo. Qualunque sia il motivo che l'ha spinta a rivelarmelo, nella sua testa c' un conflitto terribile. Ricomincia gli esercizi di respirazione.
Non hai davvero idea di quando deve nascere? insisto. Non ce la faccio pi. Neanche un indizio? In ogni caso lo scoprir, aggiungo. Quindi tanto vale che me lo dici.
La mamma chiude gli occhi. Il 27 febbraio. Sei giorni fa, dice infine. Il che vuol dire che dev'essere stato concepito a giugno dell'anno scorso. Le parole le escono dalla bocca con un sussulto.
Silenzio assoluto.
E nessuno sa chi sia il padre?
Uno sconosciuto, immagino, dice lei compassata, ma non ci crede. Sa perfettamente che cosa significano quelle date.
Tremo mentre mi inginocchio davanti a lei, e le mie gambe cedono, quindi finisco per scivolare a terra. Sono seduto sul tappeto come un bambino che si fa raccontare una storia. Mi stai dicendo tutto perch pensi che sia mio, mamma?  questo che pensi?
Apre gli occhi, e sono lucidi di lacrime. Non posso permettere che Sarah Harrington partorisca mio nipote. Eddie, non posso sopportarlo, ma... Le trema la voce. Non riesco a smettere di pensare che ormai potrebbe essere nato, e...
La guardo ma non la vedo pi. Sarah. Il mio bambino. Tutto ondeggia come un campo di grano. Tento di organizzare i pensieri. Perch credi che i suoi genitori se ne siano andati cos in fretta, prima? Credi sia successo qualcosa di brutto? Devo appoggiarmi pesantemente al braccio destro per rimanere dritto.
In un punto davanti a me, la voce della mamma dice: Non lo so. Per mi hanno fatto preoccupare moltissimo. Per questo ho deciso di dirtelo. Ricomincia per la terza volta le lunghe espirazioni.
Mentre respira le appoggio sul ginocchio una mano tremante. Devo trovare Sarah. Mamma... aiutami.
Dopo un intervallo infinito, fa un respiro pi profondo e indica con il mento il telefono sul tavolino da parete. Il numero degli Harrington dev'essere ancora l. Nella rubrica.
Mi alzo e attraverso la stanza, consapevole della portata di quel gesto, di quanto le sia costato.  ancora una brava persona, mia madre. Ancora capace d'amore, per quanto cupa sia diventata la sua vita.
Sono passati molti anni dall'ultima volta che ho pensato questo di lei.
Il numero c' ancora. Tra Nigel Harlyn, un vecchio collega di mio padre, e Harris, idraulico di Cirencester. Scarabocchiato in un'altra vita da una madre affaccendata: Patsy Harrington (mamma di Hannah) 01285...
Digito il numero sul mio telefono, dove scopro che  gi memorizzato. Sarah me l'aveva dato lo scorso giugno, quando quel bambino era fatto soltanto di qualche cellula.
Mamma, le dico con calma, devo andare. Okay? Devo andare a capire cos' successo. Se hai bisogno di qualcosa, hai il numero delle emergenze, il numero di Derek e quello di Felix. Ma starai bene, mamma, sono sicuro. Io devo andare. Devo... La mia voce si esaurisce. Bacio mia madre sulla testa e vado alla macchina con le gambe che mi tremano.
La mamma non dice niente. Sa che potrebbe essere il suo nipotino, e che questo  pi importante di tutto. Non pu dirlo - morirebbe piuttosto che ammetterlo - ma in realt vuole che io vada a scoprire se  nato.
Spero che non mi chiamerai perch tiri il pacco, dice Alan quando risponde. Sul serio, Ed...
Gli do la notizia. Sarah ha avuto un bambino. O sta per averlo. Sono sicuro che  mio. Ho cercato di chiamare i suoi, ma non c' nessuno in casa. Ho bisogno del cellulare di Hannah. Tu ce l'hai?
Un lungo silenzio. Alan sta mangiando qualcosa, come al solito. Lavora in uno studio di architetti, e i suoi colleghi sono increduli davanti all'entit delle provviste che tiene nella scrivania in caso di bisogno.
Cosa? Ma dici sul serio?
S.
Wow.
Ho bisogno del numero di Hannah.
Dai, lo sai che non posso divulgare i recapiti dei clienti.
Ultimamente Alan ha fatto il progetto di un locale di servizio da costruire sul retro della casa di Hannah a Bisley. Quando me l'ha detto ci eravamo ripromessi di non parlarne pi, ma l'accordo  saltato.
Gia e Hannah andavano a yoga insieme, dico subito io. Anche se  stato almeno sette anni fa. Anche lei avr il numero. Risparmi solo tempo, se lo prendi dal computer che hai davanti invece di chiamare tua moglie. Dai, Alan, dammi quel numero.
Lui bisbiglia come se questo, in un ufficio silenzioso, attirasse meno l'attenzione. Va bene. Ma  meglio se mandi anche un messaggio a Gia per chiederglielo. Cos, se dovessero interrogarmi, potrei dire: 'No, ha avuto il numero da mia moglie'.
Dammi quel cazzo di numero, Alan! Sto quasi urlando.
Lui esegue. Mi sa che allora non ci vai a quell'appuntamento, sospira.
Il telefono di Hannah  spento. Sulla segreteria telefonica la voce  gradevolmente simile a quella di Sarah, solo pi seria, pi formale. Forse sar cos anche Sarah quando parla a un convegno o in televisione.
Un bambino. Il mio bambino. Mi gira la testa. Il cielo  bianco sporco. Mi tremano ancora le mani.
Guardo l'orologio: le tre e tre quarti. Mi viene in mente che i figli di Hannah saranno usciti da scuola. E che, probabilmente, lei o il marito saranno appena andati a prenderli. Le emozioni mi attraversano cos velocemente che non riesco a identificarle. So solo che devo trovarla.
Metto in moto la Land Rover e mi dirigo a Bisley. Cerco di non pensare alla mamma a casa da sola, a lottare con quello che deve sembrarle un incubo. Ma poi penso: Lo sa da tre mesi. Da tre mesi, cazzo!
Alla fine per me l'ha detto, mi sforzo di riconoscere. Per molto, molto tempo odiare Sarah ha impedito alla mamma di sentire il dolore pi profondo, pi insopportabile. Quel cenno in direzione del telefono, quell'assenso riluttante,  un gesto che non devo sottovalutare.
Il paesaggio invernale mi sfreccia accanto, spoglio e gocciolante. Cerco di immaginare Hannah faccia a faccia con sua sorella, dopo tanti anni a sentire mia madre che le instillava bile nell'orecchio. E immagino Sarah, piena di terrore e speranza in egual misura. Col disperato desiderio di dire la cosa giusta. Di riconquistare Hannah.
Non c' da meravigliarsi che non abbia detto a nessuno chi  il padre di suo figlio. Sarebbe come lanciare una bomba a mano in mezzo a una famiglia che si sta riconciliando.
Le 15,51. Speriamo che Hannah non abbia una tata, mormoro mentre raggiungo la periferia di Bisley. Speriamo che mi apra lei o il marito.
Guido troppo veloce e, me ne sorprendo io stesso, non m'importa. Gli ultimi mesi di stoicismo, dedicati a fare la cosa giusta, mi appaiono ora come la follia e il cieco masochismo che sono sempre stati. Da meno di un quarto d'ora so che Sarah ha portato in grembo mio figlio e gi ho completamente dimenticato tutto quello che mi ero detto per starle lontano. L'unica cosa importante  vederla.
Un bambino. In questi mesi Sarah ha portato in grembo il mio bambino.
Riconosco il marito di Hannah appena apre la porta, avendolo visto quella sera al pub. Puzzone! urla mentre un labrador nero, con in bocca una coperta logora, lo supera di corsa. Il cane mi si butta addosso agitando la coda a elicottero per la gioia.
Puzzone! Smettila! grida l'uomo afferrando il collare del cane e facendo del suo meglio per trattenerlo.
Puzzone? Erano diverse ore che non mi veniva da ridere.
Abbiamo fatto l'errore di lasciar scegliere il nome ai bambini. Fa un sorriso di scuse. Desidera?
Puzzone fa di nuovo per buttarsi su di me e io lo accarezzo, mentre intanto cerco di spiegare l'impossibile a un estraneo.
S, mi scusi. Mi chiamo Eddie Wallace. Conosco Hannah da anni, perch...
Ah, s, dice l'uomo. Ho capito. Lei  il fratello dell'amica d'infanzia di Hannah... Si interrompe imbarazzato, non so se perch ha dimenticato il nome di Alex o per non parlare della sua morte.
Alex, dico io, perch non ho tempo per pause imbarazzate.
Lui annuisce. Dall'interno della casa si sentono un forte tonfo e grida di bambini. Si guarda nervoso dietro le spalle, per poi rassicurarsi quando una voce riprende a urlare qualcosa sul prepararsi alla morte per spada.
Quando riprende a darmi ascolto sono ormai fuori di me: ho bisogno di informazioni, subito.
Puzzone mi annusa il cavallo dei pantaloni.
Allora, so che  strano, ma... se non erro la sorella di Hannah ha appena avuto un bambino, o sta per averlo. Oddio, forse sta partorendo proprio in questo momento...
Lui sorride. Infatti! Hannah adesso  in ospedale con lei. Povera Sarah,  in travaglio da due giorni.  un suo amico? Si interrompe mentre cerca di far quadrare il fatto che sono Eddie Wallace con il fatto che potrei essere amico di Sarah. La sua confusione diventa allarme quando si rende conto di avermi detto qualcosa che forse non dovrei sapere.
Per un momento non riesco a parlare e mi limito ad accarezzare Puzzone. Il cane mi guarda e io, mio malgrado, gli sorrido. Poi vuoto il sacco col marito di Hannah. Non ho tempo di inventare scuse a cui non creder mai. Non proprio un amico... Sono il padre del bambino.
Silenzio. L'uomo mi fissa. Scusi?
Non ne avevo idea fino a mezz'ora fa...
L'uomo si acciglia. Per lui  inconcepibile che io possa essere il padre.
Deglutisco e riprendo.  una lunga storia, ma non sarei venuto alla vostra porta se non fossi sicuro che  mio.
Silenzio.
Senta... Ho appena scoperto di essere padre, o sul punto di diventarlo, e non voglio imporre la mia presenza a Sarah, ma... Mi interrompo perch mi accorgo con orrore che mi si sta spezzando la voce. Voglio starle accanto, se mi vuole. Se possibile.
Giusto, dice alla fine l'uomo.
Puzzone si siede ai miei piedi e mi guarda. Si capisce che l'ho deluso.
Non voglio fare pressioni inopportune, ma sto impazzendo, ho bisogno di andare da lei. Quindi mi dica se sta partorendo a Stroud o a Gloucester. O da un'altra parte.
L'uomo incrocia le braccia. Dovr chiedere a Hannah; spero che capir.
Certo che capisco. Per ho voglia di dargli un pugno.
Faccio un respiro profondo e annuisco. Certo. Per il telefono di Hannah  spento. Ho gi provato.
Lui annuisce. S,  probabile.
Insiste comunque per chiamarla, spostandosi in corridoio per non farsi sentire quando dir: Tu non ci crederai...
Torna quasi subito. Non risponde. Fa rimbalzare il telefono tra le mani, incerto sul da farsi. Come padre, capisce la situazione; si vede che vuole aiutarmi. Ma non  una situazione normale.
Comincio a farmi prendere dal panico. Forse non me lo dir.
Potrei andare direttamente a Stroud o a Gloucester, certo... Ma non potrebbe almeno dirmi come sta andando il travaglio? Mi va bene tutto, a questo punto. Qualsiasi briciola lui faccia cadere dal tavolo. Puzzone sospira, appoggiando la grande testa squadrata sulla mia coscia.
Tutto quello che so  che va avanti da due giorni. E che l'hanno spostata da ostetricia all'unit del primario.
Cosa significa?
Quando  successo a noi, con Elsa, voleva dire che le cose non andavano per il meglio, confessa. Ma potrebbe essere qualsiasi cosa; probabilmente  stanca e avr chiesto l'anestesia. Non mi preoccuperei troppo.
Per favore, mi dica dov' Sarah. La prego. Non sono uno psicopatico. Voglio soltanto esserci.
Lui sospira, sconfitto. Okay... okay. Sono al Gloucester Royal Hospital. Mi pare che la maternit si chiami Women's Center. Ma la avverto, non la faranno entrare se non su istruzioni di Sarah. Mando un messaggio a Hannah per avvisarla. Non dovrei dire niente, ma... insomma, se fossi nei suoi panni...
Mi cala la tensione e la mia mano cerca istintivamente la testa lucida di Puzzone.  di una solidit rassicurante. Calda e - s - forse un po' puzzolente. Grazie. La ringrazio tanto.
Pap? Una voce infantile dal piano di sopra. Dietro l'uomo vedo apparire una testa all'ingi sul pianerottolo. Dei capelli ramati penzolano verso di noi. Chi  quell'uomo?
Buona fortuna, dice lui senza far caso alla figlia. La nipote di Sarah, Elsa, che lei temeva di non incontrare mai. Si sporge a stringermi la mano. Piacere, io sono Hamish.
Eddie, mi presento, anche se forse gliel'ho gi detto. Non so dire quanto ti sono grato.
E poi riparto.


Capitolo 47.

 un tragitto di mezz'ora, una delle mezz'ore pi lunghe della mia vita. Quando arrivo sulla A417, non sto pi nella pelle.
Quanto sarebbe piaciuto ad Alex un nipotino, penso mentre sono in attesa a un incrocio (e anche: come fa questo semaforo a essere sempre rosso?) E un nipotino parente di Hannah le sarebbe piaciuto ancora di pi.
E io? Certo che voglio un figlio. Lo so da anni, credo, ma sembrava impossibile; almeno finch non ho incontrato Sarah. Allora ha cessato di essere una fantasia remota per diventare un desiderio evidente.
La amo, penso mentre riparto accelerando furiosamente. Lei fa sembrare tutto possibile.
In questi mesi, Sarah Harrington ha portato dentro di s mio figlio. Insieme al dolore, alla tristezza, al lutto per suo nonno. Ha attraversato il globo per vivere di nuovo dove credeva che non sarebbe pi tornata, e cos ha sanato la ferita che spaccava la sua famiglia. Tutto da sola. Sapendo che tra noi non volevo neppure un'amicizia.
Mi viene in mente l'insopportabile tristezza nei suoi occhi quando parlava di Hannah e dei suoi figli e di nuovo mi chiedo come sia stato, per queste due donne, cercare di ricostruire il loro rapporto in circostanze cos particolari. Spero che Sarah ne sia contenta. Spero che il fatto che Hannah le sta vicino durante il parto significhi che si vogliono bene come un tempo. Come dovrebbero fare due sorelle.
Mancano tre chilometri all'ospedale, dice un cartello. Sono tre chilometri di troppo. Passo sotto un ponte della ferrovia e imbocco una salita, maledicendo il traffico. Supero, troppo lentamente, un negozio di fish and chips. Nella luce declinante vedo un tizio fermo con un sacchetto di cartocci ancora caldi; parla al telefono e ride, completamente ignaro dell'uomo disperato fermo nel traffico dentro una Land Rover.
Poco dopo un altro cartello annuncia l'ospedale a un chilometro e mezzo, ma non  ancora abbastanza vicino. Un altro semaforo diventa rosso. Non riesco a smettere di imprecare.
La Land Rover  silenziosa, a parte l'antiquato ticchettio delle frecce. Immagino Sarah, la mia bellissima Sarah, esausta su un letto. Penso al parto come l'ho visto tante volte nei film: urla terribili, ostetriche nel panico, dottori che gridano, segnali d'allarme che suonano.  come se qualcuno avesse preso un cucchiaio da gelato e mi avesse svuotato. Sono senza peso per la paura. E se qualcosa andasse male?
Svolto a sinistra dicendomi che di parti senza problemi ne avvengono ogni giorno - com' ovvio: altrimenti il genere umano non sarebbe sopravvissuto - e finalmente la massa scura del Gloucester Royal Hospital appare alla vista.
Tutt'intorno c' molto traffico e diverse persone attraversano la strada davanti a me. Dappertutto ci sono dossi per rallentare le auto. Il primo parcheggio  pieno e io vorrei urlare. Vorrei precipitarmi all'ingresso pi vicino e abbandonare la macchina l.
Finalmente capisco cos'ha provato Sarah il giorno in cui  partita all'inseguimento del suo ragazzo e di sua sorella. Conosco il terrore che la attanagliava, l'istinto che l'ha spinta ad andare fuori strada per prevenire un incidente a cui Hannah non sarebbe mai sopravvissuta. Non  che non le importasse di Alex. Sono stati amore e paura a farle ruotare il volante. Lo stesso amore e la stessa paura che adesso sento per lei. Farei qualsiasi cosa per proteggerla. Bloccherei il parcheggio di un ospedale. Supererei i limiti di velocit. E anch'io, nella situazione in cui si  trovata Sarah nel 1997, avrei sterzato a sinistra, se avesse voluto dire salvare la persona che amavo di pi.


Capitolo 48.

Ovviamente, Hamish aveva ragione: non mi fanno entrare. La signora all'altro capo del citofono  stupita anche solo che io ci provi.
C' un posto dove posso aspettare? chiedo. Ho detto all'accompagnatrice di Sarah che sarei venuto... Insomma, io sono il padre... o almeno credo... A quel punto la donna smette di rispondere. Mi chiedo se stia chiamando la sicurezza.
Trovo una piccola area d'attesa all'ingresso del reparto e mi siedo sotto una scala mobile, di fronte a degli ascensori che non posso usare: temo che verrei arrestato. E qui, sotto le luci al neon di un corridoio d'ospedale - con vere coppie e vere famiglie ovunque - la stupidit di questa impresa all'improvviso mi  cos evidente che quasi scoppio a ridere.
Che cosa speravo? Che Hannah uscisse dalla sala parto per controllare i messaggi e rispondere alle email? Che leggesse l'sms di Hamish e pensasse: Ah, fantastico! Il padre  Eddie Wallace! E sta arrivando, che bello... E poi mi invitasse a entrare?
Sprofondo la testa fra le mani, chiedendomi se a Bisley Hamish stia facendo lo stesso.
Se ho qualche speranza di riavere Sarah, ci vorr molto di pi di una corsa al Gloucester Royal Hospital. Sono sei mesi che vive a poco pi di un chilometro da me. Ha avuto sei mesi per mettersi in contatto, per dirmi che sarei diventato padre, e non si  mai fatta sentire.
Bench sappia che  quasi sicuramente inutile, rimango. Non posso andarmene. Non posso voltarle di nuovo le spalle.
Quando l'ascensore trilla ho un sussulto ma, ovviamente, non  Sarah con un bambino in braccio;  un uomo dall'aria stanca con un cordino al collo che si toglie di tasca un pacchetto di sigarette.
Abbiamo una possibilit di scelta, le ho detto il giorno in cui ci siamo incontrati. Possiamo scegliere di essere felici. Eppure io ho scelto di non essere felice, nonostante tutto quello che dicevo. Ho voltato le spalle a Sarah Harrington e alla storia che c'era stata fra noi, e ho scelto il dovere. Una vita vissuta solo a met.
Passa un'ora, due, tre. La gente va e viene portando ventate d'aria gelida che rapidamente diventa viziata. Un neon si guasta e comincia a sfarfallare, ma un uomo arriva a sistemarlo prima ancora che io pensi di avvisare qualcuno. Innalzo una preghiera silenziosa per la sanit pubblica. Per Sarah. Per mia madre, i cui sentimenti in questo momento non posso neanche immaginare. Speriamo che Felix sia andato a trovarla. Felix con il suo buonumore e la sua determinazione a rimanere ottimista davanti a qualsiasi cosa.
A un certo punto, dopo che l'oscurit ha avvolto il Women's Center, arriva nella piccola area d'attesa una famiglia: madre, padre e figlio. Il bambino ha una testa di riccioli biondi e un faccino impertinente che mi  subito simpatico. D un'occhiata all'area d'attesa, la dichiara un posto noioso e chiede a sua madre di fare qualcosa. Lei sta trafficando col telefono, preoccupata. Dice qualcosa al marito sugli orari di visita.
Poi il bambino chiede - e il mio cuore si ferma: Mamma, perch il bambino di Sarah non ha il pap? Perch c' la sorella di Sarah ad aiutarla e non il pap del bambino?
Abbasso lo sguardo e mi sento avvampare.
Non devi parlare di questo con Sarah, tesoro. Se riusciamo a vederla, puoi parlare di qualsiasi cosa ma non dei pap. Rudi, mi ascolti? risponde la madre.
S, ma...
Se mi prometti di non farlo, domani ti porto alla fabbrica di gelati, quella vicino a Stroud.
Il cuore mi batte forte. Mi arrischio a guardare il bambino, ma lui non si interessa a me neppure lontanamente.
 l'uomo che l'ha fatta soffrire? Quello che l'ha fatta piangere perch non telefonava?
E a me viene voglia di strapparmi la pelle.
La donna - un'amica di Sarah, Jo - riceve una telefonata e si allontana per parlare. Rudi gioca con l'uomo, che in realt non  il padre; dopo averlo battuto alla morra cinese per cinque volte di fila, il bambino lo chiama Tommy.
Tommy, l'amico d'infanzia di Sarah! Per questo non combacia con quanto mi ha raccontato lei. Ricordo a memoria quelle lettere: non ha mai detto che Tommy e Jo fossero una coppia. Avr capito male? Vorrei sapere di pi su Sarah e la sua vita. Vorrei sapere cos'aveva mangiato a colazione il giorno in cui  iniziato il travaglio, com' andata la gravidanza, come va il rapporto con la sorella dopo tutti questi anni. Vorrei sapere se sta bene.
Quando torna, Jo raduna le sue cose. Incrocia lo sguardo di Tommy sopra i ricci di Rudi e scuote la testa.
Mamma? Dove vai? Mamma! Voglio andare a trovare Sarah!
Andiamo a casa dei suoi genitori, risponde lei. Hanno appena telefonato per invitarci a dormire da loro. Si fa tardi, tu devi andare a letto e Sarah oggi non pu ricevere visite. Forse neanche domani.
E allora quando la vediamo?
Il viso di Jo  indecifrabile. Non lo so, confessa.
Rudi fa una scenata:  chiaro che vuole bene a Sarah e non ha intenzione di andare via. Ma alla fine, furibondo, si lascia mettere la giacca. Stanno uscendo quando Tommy mi passa davanti e ha un sussulto. Continua a camminare e poi si ferma di nuovo, sento che mi guarda. Dopo un attimo alzo gli occhi, perch sono disperato. Se un dialogo imbarazzante con il pi vecchio amico di Sarah pu servire a qualcosa, va bene.
Scusi, dice quando ci guardiamo in faccia. Scusi, pensavo fosse un'altra persona...
Si volta di nuovo. Si ferma di nuovo. No, tu... Tu sei Eddie?
Jo, che  vicina alla scala mobile, si volta di scatto. Mi fissa. Entrambi mi fissano. Rudi guarda vagamente verso di me, ma  troppo preso dalla sua arrabbiatura per prestare attenzione. Vedo Jo mimare alcune parole ben scelte - non so se nate dalla rabbia o dallo shock - e poi condurre il figlio al di l della porta automatica.
Io mi alzo e tendo la mano a Tommy, che la stringe, anche se ci mette un po'.
Come l'hai saputo? chiede. Sarah ti ha avvisato?  arrossito, di un rosso quasi livido, ma non so perch. Sono io che dovrei vergognarmi.
L'ho scoperto solo oggi pomeriggio.  una lunga storia. Ma Hannah sa che sono qui, penso. Prima che lui dica qualcosa, sbotto: Come sta? Sta bene?  nato il bambino? Scusa... lo so che sembro un pazzo, e che l'estate scorsa ho fatto passare a Sarah dei momenti terribili, ma... non resisto. Voglio solo sapere se sta bene.
Tommy arrossisce ancora di pi. Le sue sopracciglia hanno acquisito vita propria, come se stesse preparando un discorso o risolvendo un rompicapo. Sinceramente, non lo so, dice infine. Jo ha appena parlato con la mamma di Sarah. Credo che non volesse aggiornarmi davanti a Rudi.
Oddio... Vuol dire che ci sono brutte notizie?
Tommy ha un'aria esasperata e impotente. Non lo so, ripete. Spero di no. Insomma, i genitori erano qui e sono andati a casa, quindi sar solo... Senti, devo andare, io... Si interrompe e comincia a indietreggiare verso l'uscita. Scusami, dice, e se ne va.
 notte fonda. Sto camminando avanti e indietro come fa la gente nei film. Ora lo capisco. Restare seduto sarebbe come rimanere fermo mentre qualcuno ti preme del metallo rovente sulla pelle.
Nell'area d'attesa c' anche un uomo anziano in pigiama, ma nessuno dei due ha rivolto la parola all'altro. Sembra ansioso quanto me. Un nonno, forse. Come me, non pu fare altro che sbadigliare, agitare le ginocchia e fissare a intermittenza l'ingresso del reparto maternit.
Ho deciso che il purgatorio dev'essere cos. Un rimandare continuo. Nessun movimento tranne quello lentissimo delle lancette di un orologio.
Alan, nel tentativo di rassicurarmi, continua a mandarmi articoli sul parto. Ha detto Gia di ricordarti che il parto non  per forza come in quei programmi dell'orrore che si vedono in tv, mi ha scritto prima. Le donne partoriscono in continuazione in tutto il mondo. Dice di dimenticare tutte quelle scene tragiche e di immaginare Sarah che fa tanti respiri lunghi e lenti. Che partorisce a forza di respiri lenti. O qualcosa di simile. Dovrei prenderlo sul serio. Ma sono troppo sconvolto.
Esasperato, comincio a rileggere i messaggi che Sarah mi ha mandato l'estate scorsa. Li leggo tutti, a partire dal giorno in cui ha lasciato casa mia fino al giorno prima di vederci a Santa Monica. Li leggo due, tre volte, alla ricerca di qualcosa che non possono dirmi, lo so.
Poi la porta del reparto si apre e il mio cuore inizia a galoppare. Ma  una donna del personale che si mette un cappello, sbadiglia e sprofonda le mani nelle tasche del cappotto. Ci supera senza neanche guardarci, evidentemente esausta.
Non ce la faccio pi.
Torno al primo messaggio di Sarah, venti minuti dopo che ci eravamo salutati.
Arrivata a casa, diceva. Sono stata benissimo in questi giorni. Grazie di tutto. Baci.
Anch'io sono stato benissimo, rispondo ora.  stata la settimana pi bella della mia vita. Non riesco quasi a credere che sia successo.
Sto andando a Leicester e ti penso, aveva scritto un paio d'ore dopo.
Anch'io pensavo a te, scrivo. E anche se ammetto che a quel punto i miei pensieri non erano cos belli e sicuri come i tuoi, ero disperatamente innamorato di te.  stato questo a rendere tutto pi doloroso.
Poi nei suoi messaggi cominciava a emergere l'ansia. Ehi, tutto bene? Sei arrivato a Gatwick in tempo?
Sospiro.  doloroso vedere il suo panico che cresce sapendo che avrei potuto fermarlo.
Ne leggo ancora qualcuno ma poi smetto, perch mi sento troppo in colpa.
Sei la persona pi meravigliosa che abbia mai conosciuto, scrivo. E l'ho capito dal primo giorno. Ti sei addormentata e ho pensato: voglio sposare questa donna.
Ti amo, Sarah, scrivo. Forse sto piangendo.
Vorrei essere l a incoraggiarti. Voglio solo che tu e il bambino stiate bene. Mi dispiace di non essere stato al tuo fianco. Avrei dovuto essere pi coraggioso, sistemare le cose con mia madre.
Sto davvero piangendo. Una grossa lacrima si deposita sullo schermo del cellulare. Cerco di asciugarla con un polsino sporco e tutto diventa sfocato. Poi ne cade un'altra e mi rendo conto che sto per scoppiare in singhiozzi. Mi rialzo e riprendo a camminare. Vado fuori, dove l'aria  fredda come un mare artico ma ferma immediatamente le lacrime, e perci rimango l. Adesso il parcheggio  tranquillo. Luce ramata, alberi spogli che ondeggiano sotto una brezza rigida.
Ti mando ogni grammo di forza e coraggio che ho, ma so che non ne avrai bisogno. Sei una donna straordinaria, Sarah Harrington. La migliore che conosco.
Mi tremano le dita. Il freddo mi trafigge dalla giacca a vento slacciata, ma ho smesso di preoccuparmi di me stesso.
Ti prego, quando sarai pronta, possiamo riprovarci? Possiamo tirare una riga sopra tutto quanto, anche quello che credevo insuperabile? Possiamo ricominciare dall'inizio? Nulla mi farebbe pi felice che stare con te. Tu, io, questo bambino. Una piccola famiglia.
Un'ambulanza ulula e una folata di vento paralizzante mi colpisce la guancia.
Ti amo, Sarah. Perdonami.


Capitolo 49.

Sarah
Sto ruotando lentamente, sospesa sopra la mia vita. Ci sono esagoni e ottagoni, forse il rivestimento del soffitto, forse solo un dettaglio della cosa su cui appoggiavo le braccia prima, quella sedia...
Durante questo tempo parallelo ci sono stati tanti piccoli particolari dei mobili, cose che ho fissato tanto a lungo da ingigantirle e farle diventare un motivo ricorrente, una danza: un caleidoscopio celeste.
Momenti felici. Immagini positive. Cose che stimoleranno l'ossitocina. A questo dovrei pensare. Proietto dei bei ricordi su uno schermo davanti a me. C' il pony grassottello che apparteneva a quella donna della casa vicino a Tommy...
Dolore. Una cascata ruggente di dolore. Mi fido del mio corpo, ripeto, perch cos mi hanno detto di fare. Mi fido del mio corpo. Sta portando da me il mio bambino.
C' Hugo, il gatto di Tommy, quello strano, che d'estate non beveva abbastanza acqua.
L'ostetrica sta facendo di nuovo qualcosa alla mia pancia. Stringe delle fasce. Da quando sono arrivata in questa stanza controllano il cuore del bambino con un meccanismo che fa pensare a un esperimento di laboratorio. Un sensore per le contrazioni, uno per il bambino, mi ricorda vedendo la mia espressione. Io annuisco e cerco di tornare ai ricordi felici.
C' una bambina che si chiama Hannah; ha dodici anni. Ha un braccio appeso al collo, un occhio gonfio e verdastro, la pelle segnata da tagli e lividi. La sua migliore amica  morta e lei mi odia.
No, questo non  felice. Cerco qualcosa di meglio in mezzo agli strati di dolore e disperazione. Inspiro contando fino a quattro, espiro contando fino a sei. O era otto? Fidati del tuo corpo, dicevano al corso. Fidati del tuo corpo. Fidati del processo del travaglio.
Ma io sono finita in una specie di tunnel, cos profondo che non so pi dove sono. Credo di aver preso delle medicine. Giusto: c' stata un'iniezione nella coscia, e ho quella cosa vicino alla bocca. La stringo con le labbra e respiro dolci storie mentre inizio a scalare un'altra montagna. Il tubicino ondeggia - qualcuno cerca di toglierlo, io lo stringo di pi.
C' una stanza piena di apparecchiature mediche e quella stessa ragazza, Hannah, solo che adesso  diversa:  di nuovo mia sorella, ma  una donna che ha una famiglia e un lavoro.  lei la mia compagna di parto.  andata in terapia perch non si piace molto. Ha detto che  stata orribile con me.
Ma non  vero. Lei non  mai stata orribile. Hannah  il deposito di bei ricordi che mi fa superare questo tunnel. Inspiro e sento nel cuore la meraviglia della prima volta in cui l'ho rivista, quando  arrivata a casa di mamma e pap il mattino del funerale del nonno, e stava rigida davanti a me. Poi la gioia ultraterrena di quando si  buttata in avanti e io ho abbracciato mia sorella per la prima volta dopo vent'anni.
Altre forme ricorrenti; un album di disegni. Mi rendo conto solo parzialmente delle presenze nella stanza, delle cose che fanno al mio corpo, dei comandi gentili.
Mi ricordo un caff a Stroud, Hannah e io alla nostra prima uscita insieme da grandi. I silenzi, le risate nervose. Le scuse, da parte di entrambe, e la vista di mio padre che piangeva quando gli ho detto che Hannah mi aveva invitato a casa sua per conoscere la sua famiglia.
Ma... il mio bambino. Dov' il mio bambino?
Il mare ricade su se stesso, di continuo, e un cuc canta le sue due note in un bosco oscuro. Eddie ride. Adesso mi stanno esaminando un'altra volta. Molte persone guardano uno schermo che produce linee seghettate...
Dov' il mio bambino?
Il mio bambino. Il bambino che ho fatto con Eddie.
Eddie. Lo amavo tanto.
Eddie. Questo  il nome che mi sta dicendo Hannah. Mi parla di Eddie. Mi dice che  qui fuori. Sembra stupita, scioccata, ma adesso devo ascoltare una dottoressa che mi toglie il tubo e inizia a parlare in modo lento e chiaro. Temo che non possiamo pi aspettare, dice. Dobbiamo far uscire il bambino: lei non  ancora completamente dilatata... il campione di sangue fetale indica... ossigeno... frequenza cardiaca... Sarah, capisce quello che le dico?
Eddie? chiedo. Fuori?
Ma ci sono altre parole dei medici e poi il letto-sedia inizia a muoversi; usciamo dalla stanza.
Il tunnel svanisce. Il soffitto cambia. La voce di Hannah  vicina al mio orecchio. Hai acconsentito al cesareo, mi dice. Il bambino  in sofferenza. Ma non preoccuparti, Sarah, succede spesso. Ora vai in chirurgia e tra pochi minuti il bambino sar uscito. Andr tutto bene...
Le chiedo di Eddie, perch poteva essere solo una delle storie del tunnel caleidoscopico. Sono cos stanca.
Ossigeno insufficiente?
Ma  un fatto vero, non un fatto del tunnel: Eddie mi aspetta.  fuori. Mi ha mandato dei messaggi sul telefono; dice che mi ama. E continua a dire che gli dispiace, riferisce Hannah.  stupefatta. Eddie Wallace, borbotta mentre qualcuno la prende per il gomito e le dice di mettersi un camice chirurgico. Padre di tuo figlio. Insomma, cosa...?
Eddie dice che mi ama. Il mio bambino  in sofferenza.
Poi i dottori si curvano su di me, parlando tutti insieme, e io devo ascoltare.


Capitolo 50.

Eddie
Mi raddrizzo di scatto: la porta del reparto maternit si sta aprendo. Mi rendo conto che devo essermi addormentato. Mi sento malissimo. E sto gelando, tremo tutto. Perch non ho portato un cappello, dei guanti? Perch non mi sono organizzato per bene? Perch ho incasinato tutto, dal momento in cui Sarah  uscita da casa mia in giugno?
C' qui Eddie Wallace? chiede la donna apparsa sulla soglia. Porta indumenti da sala operatoria.
S, sono io!
Lei mi fa cenno di seguirla agli ascensori, dove possiamo parlare senza che il mio compagno di attesa ci senta. Anche lui si era addormentato, ma adesso mi guarda con occhi colmi di invidia.
Frecce di paura percorrono il mio corpo come nei video di scienze che ci facevano vedere a scuola, e cammino troppo lentamente. La donna mi aspetta con le braccia conserte e lo sguardo abbassato.
Mi accorgo in fretta che questo non mi piace.
Mi accorgo ancora pi in fretta che se mi d notizie negative, la mia vita non sar pi la stessa.
Per qualche secondo non sento cosa dice, perch sono completamente assordato dalla paura.
 un maschio, ripete quando si rende conto che non ho capito niente. Comincia a sorridere. Sarah ha partorito un bellissimo bambino circa un'ora fa. Stiamo facendo alcuni esami a entrambi, ma Sarah mi ha chiesto di dirle che  un maschio e che a quanto pare sta benissimo.
La fisso, completamente stupefatto. Un maschio? Un maschio? Sarah sta bene? Ha avuto un maschio?
 molto stanca, ma sta bene.  stata bravissima.
E le ha chiesto di dirmelo? Sa che sono qui?
Annuisce. Lo sa. Lo ha saputo mentre la portavamo a fare il cesareo. Gliel'ha detto la sorella. E suo figlio  bellissimo. Una creaturina stupenda.
Io mi piego su me stesso e mi sfugge un singhiozzo di meraviglia, di gioia, di sollievo, di un milione di cose a cui non riesco a dare un nome. Sembra una risata. Potrebbe assolutamente esserlo. Mi copro la faccia con le mani e piango.
La donna mi appoggia una mano sulla schiena. Congratulazioni, dice. Anche se non la vedo, capisco che sorride.
Alla fine riesco a raddrizzarmi. Lei fa per andare.  incredibile che stia andando a portare alla luce altre vite. Che questo miracolo per lei sia normale.
Un maschio! Il mio bambino!
Sarah dovr restare in corsia per qualche giorno. Domani potr vederla, le visite cominciano alle due del pomeriggio, dice. Se Sarah  d'accordo, ovviamente.
Annuisco con gioiosa stupidit. Grazie, mormoro mentre la donna si allontana. Grazie davvero. Per favore, le dica che la amo. Sono cos fiero di lei. Io...
Non piangevo dal giorno in cui mi hanno detto che mia sorella era morta. Ma quello  stato il momento peggiore della mia vita, mentre questo  il pi bello.
Dopo un po' esco barcollando dall'ospedale. Il vento si  calmato e un grigio sottile inizia a filtrare dal cielo notturno. C' silenzio, a parte il suono del mio pianto. Neppure un motore lontano, solo io e quest'enorme, sbalorditiva notizia. Sono padre, mormoro al nulla dell'ora prima dell'alba. Ho un bambino.
E lo ripeto diverse volte, perch non ho altre parole. Mi appoggio al muro freddo dell'ospedale e cerco di ricalibrare la mia visione dell'universo in modo che includa questo miracolo, ma  impossibile: non riesco a immaginare. Non riesco a calcolare. Non riesco a credere. Non riesco a fare niente.
Una macchina isolata entra nel parcheggio e si dirige lenta a un posto riservato ai disabili di fronte a me. La vita continua. Il mondo si sveglia. Il mondo contiene mio figlio. Tutto questo  suo. Quest'aria, quest'alba, quest'uomo in lacrime che un giorno forse chiamer pap.
Poi mi vibra il telefono, vedo il nome di Sarah e la parola Messaggio e ricomincio a piangere senza controllo prima ancora di aver letto.
 bellissimo, ha scritto.  la cosa pi stupenda che abbia mai visto.
Sto a guardare, senza fiato, mentre lei scrive un altro messaggio.
Ti assomiglia.
Domani vieni a conoscere il nostro bambino, ti prego.
E poi l'ultimo: Ti amo anch'io.


Capitolo 51.

Sarah
 il 2 giugno. Un altro 2 giugno a Broad Ride: il ventesimo, penso mentre cerco di raccogliermi i capelli con un elastico. Oggi c' una forte brezza che spinge rapidamente le nuvole nel cielo, le pettina e le monta in strette volute. La brezza mi fa svolazzare i capelli, che danzano e non si fanno prendere.
Penso all'anno in cui pioveva tanto che le ortiche si erano appiattite e all'anno in cui un vento scatenato mi aveva strappato il cappello. Penso all'anno scorso, quando faceva cos caldo che l'aria intorno a me pareva compressa e persino gli uccelli erano ammutoliti, con le penne inerti sui loro alberi.  stato l'anno in cui ho incontrato Eddie e tutto questo  cominciato.
Eddie. Il mio Eddie. Anche se sono esausta, cos deprivata del sonno che non capisco pi niente, sorrido. Sorrido inerme, e il mio stomaco fa le capriole.
Mi capita ancora, un anno intero dopo il nostro incontro. Eddie dice che capita anche a lui e so che dice la verit, perch glielo leggo in faccia. A volte mi chiedo se sia una conseguenza della battaglia che abbiamo dovuto combattere per trovarci e restare insieme. Per lo pi, comunque, credo sia perch  cos che dev'essere.
Quasi avvertisse il sussulto del cuore di sua madre, Alex sbuffa e sprofonda ancora di pi nel mio petto. Continua a dormire profondamente nonostante il numero di persone che lo hanno ammirato e accarezzato da un'ora a questa parte. Lo circondo con le braccia, tutto avvolto nel marsupio, e gli do tanti baci sulla testolina calda. Averlo addosso - anche quando sono cos stanca che mi metterei a dormire nella ciotola del cane -  come accendere una luce. Non avevo idea di poter amare fino a questo punto.
Il giorno dopo la nascita di Alex, quando Eddie  entrato nella mia stanza con uno scoiattolo di peluche fra le mani tremanti e il viso sbiancato dal terrore, ho capito che ce l'avremmo fatta. Gli ho dato da tenere suo figlio e lui l'ha fissato con stupore, ha pianto a dirotto e ha chiamato Alex bullo. Poi, quando un'infermiera  riuscita a togliergli il bambino, mi ha guardato bene e mi ha detto che mi amava. Nonostante quello che era successo, ha detto, lui era mio, se lo volevo.
Perci quando sono uscita dall'ospedale  venuto con me a casa di mamma e pap. Poche settimane dopo ci siamo trasferiti da lui. (Ha fatto una culla e in cima ha appeso Topolina.) Anche se sua madre si rifiuta di parlare di me e si  messa a telefonargli tutto il giorno, anche se ho completamente finito i soldi e il tetto di Eddie ha una perdita, anche se ho la mastite e mi sento a pezzi, non sono mai stata cos felice. La prima mattina non ci siamo alzati dal letto. Siamo rimasti l con nostro figlio, ad allattarlo, a coccolarci, a riaddormentarci, a baciarci, a cambiare i pannolini e a sorridere.
All'inizio Eddie rispondeva alle telefonate di sua madre due, tre volte al giorno, ma presto  sceso a una.  stato difficile per lui: Tremendo, ha detto trovando tre chiamate perse un mattino al risveglio. Le chiamate notturne sono la cosa peggiore. Gli tremavano le mani mentre la richiamava, seduto a letto mentre io allattavo Alex in poltrona, e poco dopo  andato a trovarla. Stava bene, ha detto al ritorno. Solo una brutta nottata. Ma le capita almeno una volta al mese da vent'anni, ed  sopravvissuta. Devo fidarmi di pi.
Anche dopo anni a torturarmi immaginando l'infelicit della famiglia Wallace, sono rimasta scioccata dalla mole delle responsabilit di Eddie verso la madre. Ma quando si  scusato per il numero delle telefonate o delle visite che ancora le fa, gli ho detto che non doveva. Fra tutte le donne al mondo, ho sottolineato, di certo ero quella nella posizione migliore per capire.
Capisco anche che a Eddie  successa una cosa ancora pi grossa della malattia della madre, ed  la paternit. La paternit e tutti gli istinti indescrivibili, tutte le emozioni che governa. Nella vita di Eddie  arrivato Alex, piccolo e caldo, come la soluzione ai misteri del mondo, e senza dire a suo padre neanche una parola - senza neppure alzare un dito - ha cambiato le responsabilit di Eddie per sempre.
Adesso, quando sua madre telefona, rifiuta la chiamata e le manda un messaggio, ma per lo pi dedica la sua attenzione ad Alex e a me. Devo pregare che mia mamma stia bene, ha detto un giorno, che quello che le do basti. Perch non posso darle di pi, Sarah. Quest'ometto ha bisogno di me.  lui che devo tenere in vita, adesso.
*
Eppure so quanto gli faccia male che oggi sua madre non sia venuta. Io lo sapevo, lui lo sapeva - Carole ha visto Alex sei volte in tre mesi, insistendo che fosse presente solo Eddie - ma mi ha spezzato il cuore vederlo cos abbattuto quando abbiamo dovuto iniziare senza di lei.
Quando Jenni e Javier hanno annunciato di voler venire da noi in giugno, abbiamo deciso di dare una festa di benvenuto per Alex. Con due atei per genitori era improbabile che avesse il battesimo, cos gli abbiamo organizzato una piccola cerimonia. Un paio di discorsi degli amici, e poi via alle cose serie: mangiare e bere.
Per Jenni gli ultimi dieci mesi sono stati molto difficili. Abbiamo parlato almeno due volte alla settimana e non sono mancati i momenti tristi, ma credo che abbia superato il peggio. Da quando sono arrivati, ieri mattina,  di buonumore. Prima mi ha detto che lei e Javier si sentono pronti per la loro vita senza figli (magari faranno qualche viaggio?); sta anche considerando di prendere un diploma post-universitario in qualcosa di figo. Il povero Reuben sar affranto, se perder anche lei.
 stata un'idea di Eddie fare la festa qui a Broad Ride, il 2 giugno. Proprio dove Alex e Hannah avevano il loro covo. A me  sembrato perfetto.
Ma naturalmente, come ogni cosa nel nostro rapporto, non  stata priva di ostacoli. Puzzone, il cane di mia sorella, durante la cerimonia si  divorato quasi tutto il cibo - compresa una grande torta al cioccolato - perci Hamish adesso l'ha portato al pronto soccorso veterinario e i bambini di Hannah sono in lacrime e temono che possa morire. Alan, il migliore amico di Eddie, era molto nervoso all'idea di fare un discorso, e ha bevuto tante birre che al momento di pronunciarlo si era addormentato. Sua moglie non gli rivolge la parola. E poi Rudi  stato scoperto nascosto nel cerfoglio a baciare la figlia maggiore di una delle mie amiche di yoga, anche se, avendo otto anni, dovrebbe trovare le ragazze poco interessanti almeno per altri quattro, e la mia amica mi diceva proprio la settimana scorsa com'era contenta che la figlia non fosse precocemente sviluppata come tante bambine d'oggi. Jo non smetteva di ridere, il che non ha fatto molto per disinnescare la situazione.
Comunque ci sono tutti tranne Hamish e, ovviamente, la mamma di Eddie. Jenni, Javier, mia sorella e i miei nipoti, Alan e Gia, che mi hanno accolto con tanto affetto, e Tommy e Jo, innamoratissimi. Non li ho mai visti cos felici, anche se con Shawn ci sono stati molti problemi. Ma adesso la mia amica ha qualcosa che non ha mai avuto: un rapporto alla pari. Sapr gestire la situazione.
Naturalmente ci sono i miei genitori, che osservano con gioia ogni minima interazione tra le loro figlie. Ancora non riescono a credere che sono tornata, che Hannah e io siamo riuscite a riavvicinarci, che possiamo stare insieme come una famiglia. E impazziscono per Alex; pap ha composto per lui un pezzo al violoncello. Ho la brutta sensazione che pi tardi voglia suonarlo.
Prendo un'altra fetta di quiche finch posso - Alex si sveglier da un minuto all'altro - e cerco Eddie.
Eccolo. Viene verso di noi con le mani in tasca, sorridendo. Non credo che mi stancher mai di quel sorriso.
Ciao, dice. Mi bacia una volta, e poi un'altra. Si china a guardare nostro figlio. Ciao, bullo, sussurra. Ecco, Alex inizia a svegliarsi. Apre un occhio, contorce la faccia, poi mi d una testata sul petto, di nuovo addormentato. Suo padre lo bacia sulla testa, che ha l'odore pi perfetto del mondo, e prende abilmente un morso della mia quiche.
Alex si sveglia di nuovo, e questa volta rimane sveglio. Fissa con sguardo annebbiato suo padre, la cui faccia deve sembrargli enorme come una zucca e, dopo qualche attimo di riflessione, sorride. Eddie si scioglie, come sempre.
Mentre estrae suo figlio dal marsupio, rivedo noi due che l'anno scorso ci guardavamo sopra la groppa di una pecora in fuga. Le ventate di speranza e trepidazione, le conseguenze di un passato di cui non eravamo neppure consapevoli. Tanto  cambiato da allora; e altro deve ancora venire. Ma non c' pi niente a trattenermi. Non ci sono angoli bui n catastrofi imminenti. Solo la vita.
Chi avrebbe pensato che la soluzione fosse Eddie Wallace? Che sarebbe stato Eddie, fra tutti quanti, a farmi smettere di scappare? A darmi la possibilit di fermarmi, di respirare, di essere me stessa? Chi avrebbe pensato che sarebbe stato Eddie Wallace, da cui mi ero nascosta per tanti anni, a farmi desiderare cos disperatamente di tornare a casa? A consentirmi di mettere radici e di trovare finalmente il mio posto nel mondo?
Quando alzo gli occhi, vedo Carole Wallace.
 ferma ai margini del nostro gruppo, sottobraccio a un uomo che ha l'altra manica vuota e penzolante lungo il fianco. Dev'essere Felix. Mi irrigidisco e sento il battito accelerare. Forse non sono ancora pronta. Oppure, egoisticamente, non ho voglia di affrontarla. Non voglio scenate alla festa di Alex.
Ma lei  qui e si sta gi facendo strada tra la gente per raggiungermi.
Si dirige verso Eddie, mi dico. Non mi guarder neppure.
Eddie solleva Alex sopra la testa, ridendo alle espressioni di meraviglia e confusione del bambino. Vedo che Carole e mia madre si riconoscono nello stesso momento. Mia madre la ferma, le posa brevemente la mano sul braccio, dice qualcosa e sorride. Carole ha un'espressione scioccata. Batte le ciglia, sta immobile con aria imbarazzata, poi riesce a rispondere. Forse fa un sorriso, ma se lo fa  molto breve. La mamma dice qualcos'altro, indica il picnic; Felix le sorride cordialmente, annuisce e la ringrazia. Poi guarda Carole, ma lei  tornata a girarsi verso me e Eddie.
Eddie, dico piano, ma lui  tutto preso da suo figlio. Eddie. C' tua madre.
Si volta quasi circospetto. Una pausa febbrile mentre decide cosa fare. Avanza per intercettarla prima che arrivi da me, ma poi si blocca e mi prende la mano. Con l'altra tiene Alex in braccio, accarezzando col pollice il cotone morbido della tutina.
Lo guardo. Gli pulsa una tempia, ha il collo teso e so che vorrebbe tantissimo scattare, andarle incontro. Invece rimane. Mi stringe la mano pi forte che mai. Le sta dicendo, e io lo amo per questo: Siamo una coppia. Non sono pi solo io. Siamo noi.
Mentre si avvicina, Carole guarda soltanto suo figlio. Felix rimane indietro. Mi sorride cordialmente, ma non basta a farmi credere che andr tutto bene. Da lontano, i miei genitori ci osservano. Jo ci osserva. Alan ci osserva. In effetti tutti ci osservano, anche se i pi fanno finta di niente.
Ciao, Eddie, tesoro, dice Carole arrivata davanti a noi. Solo in quel momento sembra accorgersi che Felix non  con lei. Si guarda indietro nervosamente, ma lui non si muove e lei decide di restare dov'. Ho pensato di venire a trovare Alex alla sua festa.
Eddie mi stringe la mano ancora di pi. Comincia a fare male.
Ehi, mamma. La saluta allegro e tranquillo, come se andasse tutto bene. E io penso: Sei davvero buono, da anni la fai sentire al sicuro, qualunque cosa tu abbia dentro. Sei un uomo straordinario.
Alex! sussurra. Alex, c' la nonna!
Ad Alex sta venendo fame: si butta sul petto di Eddie, anche se l non trover molto latte. Vuoi tenerlo un attimo? chiede Eddie a sua madre. Tra poco vorr mangiare, ma forse c' ancora qualche minuto di pace.
Carole non mi guarda ma sorride e apre le braccia. Con gesti attenti e delicati Eddie le porge il nostro bambino. Aspetta che l'abbia preso, poi bacia suo figlio sulla testa.
Fa un passo indietro e mi riprende la mano.
Carole si apre in un sorriso che non avevo mai immaginato di poter vedere sul suo viso, quel viso rimasto al margine della mia mente per tanti anni. Ciao, tesoro, bisbiglia. Le si riempiono gli occhi di lacrime, e mi rendo conto che i begli occhi color oceano di Eddie sono i suoi. Ciao, mio bel bambino. Oh, la nonna ti vuole bene, Alex. Oh, s!
Eddie tende una mano a strizzare uno dei piedini grassottelli di Alex. Poi mi lancia uno sguardo obliquo e mi stringe la mano.
Mamma, dice con voce calma. Mamma, voglio presentarti Sarah. La madre di mio figlio.
C' un lungo intervallo durante il quale Carole Wallace parlotta ad Alex che inizia ad agitarsi sul suo petto. Eddie mi lascia la mano e mi mette il braccio intorno alle spalle. Carole non alza gli occhi. Ma guarda che bravo bambino, mormora ad Alex. Sei o non sei un bravo bambino?
Mamma.
Allora, lenta, incerta, Carole Wallace mi guarda. Mi guarda al di l della testa di mio figlio, al di l di vent'anni di dolore che solo ora, madre anch'io, posso iniziare a comprendere davvero. E per un attimo - un attimo breve e intenso come un lampo - sorride. Grazie di avermi dato un nipote, dice. Le trema la voce. Grazie, Sarah, per questo bambino.
Bacia Alex e poi si stacca da noi tornando al sicuro da Felix. Il vento si  calmato; il sole  pi caldo. La gente si toglie giacche e maglioni. Il cerfoglio selvatico ondeggia bruscamente mentre un bambino si tuffa tra i suoi steli e una minuscola pioggia di farfalle luccica sopra l'erba selvatica che ci circonda tutti, separandoci dal passato, dalle storie che ci siamo raccontati per tanti anni.
Passo il braccio intorno alla vita di Eddie, e sento che sorride.


RINGRAZIAMENTI

Grazie per prima cosa, e principalmente, a George Pagliero ed Emma Stonex, per quello strano giorno afoso in cui ci trovammo tutti d'accordo che dovevo scrivere il libro senza rimandare oltre. Per l'incredibile sostegno e l'entusiasmo che sono seguiti.
I pi calorosi ringraziamenti a Pam Dorman, la mia editor in America, per la brillante sapienza editoriale e per la grande lungimiranza, nonch profonda comprensione, a proposito del libro. A Brian Tart, Kate Stark, Lindsay Prevette, Kate Griggs, Roseanne Serra, Jeramie Orton e al resto della squadra di Pamela Dorman Books / Viking.  veramente un onore far parte di un catalogo tanto eccezionale.
Infinita gratitudine ad Allison Hunter, la mia instancabile agente americana, che mi ha quasi ucciso a un corso di ginnastica ma poi ha rovesciato la situazione e mi ha procurato un contratto da sogno. Alla mia agente inglese, Lizzy Kremer, che ha orchestrato tutto in maniera superba, e senza la quale mi sentirei perduta. Grazie anche a Harriet Moore e Olivia Barber.
Grazie a Sam Humphreys, la mia editor inglese, per aver amato questa storia dall'inizio e per l'editing incisivo e ponderato che l'ha migliorata molto. Grazie anche agli altri editor in tutto il mondo che a loro volta hanno acquisito il libro. Ancora non riesco a crederci!
La mia gratitudine ad Alice Howe di David Higham Associates e al suo poderoso ufficio per i diritti di traduzione: Emma Jamison, Emily Randle, Camilla Dubini e Margaux Vialleron.
Un sincero ringraziamento agli Old Robsonians, una squadra di calcio vera a cui sono scriteriatamente affezionata. Hanno donato una generosissima somma di denaro a CLIC Sargent, ente che sostiene i bambini affetti dal cancro, come ringraziamento per essere stati citati nel romanzo.
A Gemma Kicks e alla meravigliosa associazione Hearts & Minds, per il loro generoso aiuto durante le mie ricerche sulla clownterapia. Sono rimasta veramente colpita dall'impatto che i loro operatori esercitano ogni giorno sulla vita dei bambini. Grazie anche a Lynne Barlow del Bristol Children's Hospital.
Grazie a Emma Williams, infermiera psichiatrica; James Gallagher, ebanista; Victoria Bodey, mamma di bambini piccoli. Grazie ai tanti amici che su Facebook hanno risposto a un flusso interminabile di domande (a volte molto personali).
A Emma Stonex, Sue Mongredien, Katy Regan, Kirsty Greenwood ed Emma Holland per il loro prezioso parere sul manoscritto nei suoi vari stadi di evoluzione. E pi di tutti alla mia cara compagna di scrittura, Deborah O'Donoghue, senza la quale non sono sicura che avrei potuto scrivere questo libro. Tante ottime idee del libro sono venute da te, Deb: grazie. Non vedo l'ora di vedere anche il tuo romanzo in libreria.
Grazie al gruppo degli SWANS - South West Authors and Novelists - per il sostegno, i pranzi e le risate. Alle signore di CAN per gli stessi motivi. Grazie a Lindsey Kelk per il mio viaggio di ricerca a Los Angeles e per tante conversazioni, per lo pi ben poco attinenti alla scrittura. Grazie a Rosie Mason e famiglia, per le tante giornate memorabili passate in quella splendida valle, e a Ellie Tinto, per aver tenuto vivo - e molto irriverente - lo spirito di Margery Kempe.
Grazie a Lyn, Brian e Caroline Walsh, che mi hanno sempre incoraggiato in tutto ci che faccio e che sono stati fieri di me quando mi sono fatta avanti come scrittrice con il mio nome. E grazie, soprattutto, al mio amato George e al nostro piccolo, perfetto, simpaticissimo ometto, che ha cambiato per sempre la mia comprensione dell'amore.
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FINE.
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Indice.
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Parte prima.
Giorno sette: quando lo sapevamo tutti e due.
Quindici giorni dopo.
Giorno uno: il giorno in cui ci incontrammo.
Giorno uno: la chiacchierata che dur dodici ore.
Giorno otto: il giorno in cui andai via.
Giorno due: il mattino dopo.
Giorno cinque: un faggio, uno stivale di gomma.
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Parte seconda.
Estratto da Stroud News & Journal 11 giugno 1997.
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Parte terza.
Eddie.
Sei settimane dopo
Dicembre - tre mesi dopo
Inizio marzo - tre mesi dopo
Sarah.
Eddie.
Sarah.
Ringraziamenti.
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FINE INdice.
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FINE.